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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 30 maggio 2008

Non potevano trovare un nome migliore gli inquirenti napoletani per l’inchiesta su politica&monnezza. “Operazione Rompiballe” allude alle ecoballe, niente eco e molto balle. Ma anche, involontariamente, all’ennesima porcata del governo per mettere la magistratura al guinzaglio del potere politico con la scusa dell’emergenza rifiuti. Perchè è di questo che stiamo parlando, come spiega Rodotà su Repubblica e come sostengono 75 pm campani: il decreto del governo è incostituzionale, perché sospende “de jure” lo Stato di diritto in una regione dove già era sospeso “de facto”.

Le trombette berlusconiane sono già al lavoro per rivoltare la frittata e far passare per ribelli proprio i magistrati che difendono la Costituzione, non il governo che la calpesta. Spettacolare il Corriere che, sorpreso il giudice Nicola Quatrano, a spasso per Chiaiano, lo torchia per bene per sapere che ci facesse lì, vedi mai che alzasse barricate e lanciasse molotov. Come se un libero cittadino non potesse andare dove gli pare. In effetti, secondo il decreto, non si può più manifestare liberamente, in Campania: si rischia di passare per sabotatori delle discariche, dunque nemici pubblici.

Intanto il governo si fabbrica un bel superprocuratore regionale per i rifiuti, roba mai vista nemmeno sotto il fascismo, che accentra le competenze delle procure territoriali. Nessun giudice potrà più sequestrare discariche irregolari o pericolose, anche perchè i rifiuti tossici e nocivi vengono equiparati a quelli urbani ordinari, per decreto, in barba a tutte le leggi nazionali ed europee, e soprattutto alla salute di chi se li beve o se li respira. Insomma, vietato disturbare il manovratore: che oggi è il supercommissario di governo - l’ineffabile Bertolaso, l’uomo per tutte le stagioni, quello che due anni fa da commissario non combinò un bel nulla e ora, chissà perché, dovrebbe fare il miracolo - ma domani potrebbe essere il presidente del Consiglio. Perché, se passa il precedente di un “governo che si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative” (Rodotà), poi non ci si ferma più.

Lo Stato italiano ha sconfitto il terrorismo e combattuto la mafia con ottimi risultati - per due o tre anni, non di più - senza strappi alla Costituzione. Non si vede perché oggi non possa rimuovere la monnezza senza violentare la Carta costituzionale. Se le nuove discariche saranno a norma di legge, nessun giudice le bloccherà. Ma impedire preventivamente ai giudici di bloccarle è come ammettere di sapere in anticipo che saranno irregolari, dunque inquinanti, dunque pericolose per la salute pubblica. Dunque l’intervento della magistratura rimane l’unico scudo per i cittadini.

Resta da capire perché mai, dal Pd, non si sia levata una sola voce critica contro il colpo di mano berlusconiano. Anzi, dopo la parentesi dell’ostruzionismo su Rete4, si è tornati precipitosamente a un “dialogo” che conviene solo al governo. Eppure non occorre un genio per intuire che la guerra all’indipendenza e autonomia delle toghe con la monnezza non c’entra niente. C’entra con altre monnezze: per esempio, con l’ansia di vendetta del Cainano contro i pm di Napoli per l’inchiesta sull’acquisto di Saccà e di alcuni senatori. “Questi pm sono ingovernabili”, ha denunciato, sgomento per l’esistenza di qualche toga che ancora prende sul serio la Costituzione (“la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere”): un pericoloso precedente che va subito sanzionato.

Intanto si cerca un pretesto per varare l’agognata legge contro le intercettazioni, che proprio sulla monnezza han dimostrato la loro efficacia, dunque vanno abrogate. Il ministro ad personam Alfano annuncia che la nuova porcata è pronta. Meno pronta è la reazione dell’Anm, che seguita a “dialogare” col governo che si accinge a disarmarla. E ancor meno pronta è quella del Pd, che ha addirittura avviato consultazioni del ministro-ombra della Giustizia, tal Tenaglia, con l’Alfano medesimo, non si sa bene a che pro. Intanto Ermete Realacci si associa agli alti lai berlusconiani pro Bertolaso e contro il blitz dei giudici: “Intervento spettacolare e fuori contesto” che rischia di “ostacolare la soluzione del problema rifiuti”. La prossima volta, prima di arrestare qualcuno, i giudici chiederanno il permesso a lui (“Ci scusi, Realacci, avremmo intenzione di arrestare Tizio e Caio. Le pare il contesto giusto o gradisce un rinvio? Ha qualche data libera, in agenda?”). Dio salvi i rompiballe.

Segnalazioni

I video di Qui Milano Libera: Arturo Parisi, gli aerei, le bombe

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Foto di Holly_in_transito da flickr.comNei prossimi giorni il governo presenterà il suo disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. L'obiettivo iniziale, dichiarato pubblicamente da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale, era quello di consentire gli ascolti solo nelle inchieste di mafia e terrorismo.  Spiegare alle vittime di stupri o rapine che nel loro caso la polizia indagherà senza poter intercettare nessuno, era però difficile. E così ora il cavaliere e il suo fido Guardasigilli, Angelino Alfano, stanno tentando di trovare una mediazione tra il vecchio disegno di legge Mastella (votato da tutta la Camera con solo nove astenuti) e il loro progetto. Come finirà è facile prevederlo: verrà proposta (e approvata) una norma che impedirà la pubblicazione, grazie a multe milionarie e il carcere per i trasgressori, non solo delle intercettazioni non coperte da segreto, ma anche di molti altri atti giudiziari. Non per niente già il disegno di legge Mastella impediva di utilizzare carte tratte da indagini poi archiviate.

La cosa non è grave per i giornalisti. Chi si occupa di cronaca giudiziaria o di giornalismo d'inchiesta vivrà benissimo scrivendo d'altro: magari di piante o di fiori (io vorrei seguire la pallacanestro). È grave invece per gli elettori.

Da una parte verrà di fatto impedito il potere di controllo dell'opinione pubblica sull'attività della magistratura. Se gli atti sulla base dei quali sono state arrestate delle persone non possono essere consultati chi mai potrà fondatamente esercitare il proprio diritto di critica sulle scelte di un giudice? Dall'altra i cittadini non potranno più venire a conoscenza di tutta un serie di comportamenti tenuti dagli eletti che magari non hanno rilevanza penale, ma che certamente sono rilevanti dal punto di vista politico. L'esempio più chiaro è quello di Mirello Crisafulli, il parlamentare del Pd protagonista di un'indagine (poi archiviata), nata da un'intercettazione ambientale (con relativo filmato) di un colloquio tra lui e un capomafia. Con le nuove norme di quei fatti non potrà più parlare nessuno.

La tecnica insomma sarà un po' quella utilizzata in Campania dai funzionari dell'alto commissariato rifiuti. Lì, come hanno dimostrato proprio le intercettazioni telefoniche contenute nell'ordinanza di custodia cautelare spiccata contro di loro, si piazzava nelle discariche spazzatura non trattata e pericolosa sotto un velo di monnezza resa inerte e profumata con vari additivi chimici. Così i cittadini non si accorgevano di nulla e potevano pensare che i tecnici stessero davvero lavorando per risolvere il problema. C'è voluto un po', ma adesso i risultati di questo modus operandi sono sotto gli occhi (e il naso) di tutti. Nascondere lo sporco sotto il tappeto, non è mai stata una buona idea. E lo è ancor meno se ciò che si vuol far sparire sono le notizie.

Segnalazioni

L'ordinanza del Tribunale di Napoli relativa all'indagine sul Commissariato dei Rifiuti
Tra le ipotesi di reato: truffa allo Stato e traffico illecito di rifiuti.
(fonte: espresso.repubblica.it)

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
L'Unità, 24 maggio 2008
Come alla nascita di ogni regime, anche stavolta si riscontra tutt'intorno ai nuovi padroni del vapore uno spaventoso affollamento di cortigiani, sicofanti, voltagabbana, ma soprattutto di reduci antemarcia. Il reduce antemarcia è una figura tipicamente italiota, che a ogni cambio di governo resetta il proprio passato e s'inventa a tavolino una nuova biografia a immagine e somiglianza del nuovo potere. "Sire, io l'ho sempre pensata come lei, da prima che lei nascesse...".

Quando da una parte c'era la sinistra e dall'altra il centro o la destra, era più semplice, anche perché nell'albero genealogico di ciascuno c'è sempre un nonno o uno zio che ha fatto la Resistenza (o dice di averla fatta) e un altro che ha fatto la marcia su Roma (o dice di averla fatta). Basta estrarre il nonno giusto al momento giusto, e il gioco è fatto. Ora che non si capisce bene dove finisca la maggioranza e dove cominci l'opposizione, per il reduce antemarcia il gioco si complica. Bisogna dimostrare di essere sempre stati sia di destra sia di sinistra, o almeno favorevoli al dialogo e all'inciucio. Impresa titanica, almeno per chi non è editorialista del Corriere o del Riformatorio. E per chi non si chiama Pierluigi Celli.

Questo eroe dei nostri tempi, che solo per motivi anagrafici non ha ispirato un film di Alberto Sordi, è attualmente direttore generale della Luiss, ma fino al 2001 lo fu della Rai perché - lo disse lui stesso - "mi chiamò D'Alema". Ma ovviamente non dispiaceva neppure a Berlusconi, che quando si tratta di Rai, essendo il padrone della concorrenza, ha sempre avuto voce in capitolo. Infatti Celli regalò Rai1 al superberlusconiano Agostino Saccà. Poi, nel febbraio 2001, alla vigilia dell'annunciatissima vittoria elettorale del Cavaliere, si trovò una nicchia sicura a Telefonica, la compagnia spagnola che controllava la Endemol, a sua volta guidata in Italia da Marco Bassetti, marito di Stefania Craxi, fornitrice di format alla stessa Rai. Con quella mossa elegantissima, Celli lasciò la Rai in pasto agli epuratori. Oggi, con una biografia così, non gli servirebbe alcun riposizionamento. Ma lui vuole esagerare e l'altroieri racconta al Giornale berlusconiano una storia di pura fantasia, fabbricata a tavolino ex post: "Mi sono dimesso da direttore generale proprio alla vigilia degli interventi di Marco Travaglio a Satyricon e di Michele Santoro, perché ero contrario. Sono convinto che una tv pubblica non deve essere di parte, ma deve mantenere il suo equilibrio. Il loro è stato, come dire, un errore di grammatica. Non si fa".

Ecco: lui era contrario in cuor suo, ha sofferto in silenzio per tutti questi anni, e solo ora ha deciso di uscire allo scoperto. In tempi non sospetti, direbbe qualche buontempone. Purtroppo, la sua versione dei fatti ha un problema di consecutio temporum. Occhio alle date. Celli annuncia le dimissioni dalla Rai l'8 febbraio 2001. Il Satyricon di Daniele Luttazzi che ospita il sottoscritto per presentare "L'odore dei soldi" sulle origini e i misteri delle fortune di Berlusconi (scritto con Elio Veltri) è del 14 marzo: 5 settimane dopo. Le puntate di "Raggio verde" di Santoro sul caso Berlusconi-Dell'Utri sono quella del 16 marzo e quelle successive. Come poteva Celli essere contrario agli "errori di grammatica" di Luttazzi, Travaglio e Santoro un mese e mezzo prima che venissero commessi? Si dirà: erano già nell'aria ai primi di febbraio. Impossibile.

"L'odore dei soldi" esce in libreria a metà febbraio, una settimana dopo le dimissioni di Celli. E viene presentato alla stampa nella saletta di Montecitorio a fine febbraio. Luttazzi legge una cronaca del Manifesto e decide di procurarsi il libro. Lo legge e mi invita a presentarlo a Satyricon per il 14 marzo. E Santoro? Si era per caso già occupato del caso Berlusconi, in quella campagna elettorale, prima del Satyricon sull'Odore dei soldi? Nossignori. Tant'è che ancora il 10 gennaio 2001 Celli si complimentava con la squadra di Santoro per il documentario "Sciuscià" sui ricconi in Costa Smeralda ("Riteniamo di dover esprimere un riconoscimento pubblico, a nome dell'azienda tutta, al gruppo di sciuscià per la straordinaria qualità del reportage realizzato e per la professionalità dimostrata"). Il 26 gennaio, due settimane prima delle dimissioni di Celli, Raggio verde si occupava della mucca pazza. Il 2 febbraio, sei giorni prima delle dimissioni di Celli, il tema era l'abusivismo nella valle dei templi di Agrigento. Ora, può darsi che noi non conosciamo la grammatica. Celli però non conosce neppure il calendario. Ma è ancora giovane, si farà.

Segnalazioni

Celli sbarella, il Giornale gongola
di Daniele Luttazzi (da www.danieleluttazzi.it)

Pierluigi Celli e generazioni future - video con intervento di Marco Travaglio (da youtube.com)

Identificateli!
Piero Ricca intervista Jole Santelli - il video

Se il buongiorno si vede dal mattino
Da quaranta dì hanno vinto
ed han subito dipinto
un futuro entusiasmante
con governo dialogante,
 
disponibile al confronto
con un premier ombra pronto
a incontrare quello là
per veder che se po’ fa’...
Leggi tutta la poesia di Carlo Cornaglia

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 23 maggio 2008
Berlusconi che fa una legge per salvare un’altra volta Rete4: chi l’avrebbe mai detto. Lo stupore e la costernazione serpeggiano in Parlamento e tra gli osservatori più accreditati, di pari passo con l’incredulità per il tentativo di mandare in prescrizione con un emendamento al pacchetto sicurezza il processo Mills, per ora sfumato grazie alla fiera resistenza di Bobo Maroni (il nuovo capo dell’opposizione). Non può essere, dev’esserci un equivoco. Ma come: lo statista che vuole passare alla Storia, il De Gaulle reincarnato, il gigante della politica che due giorni fa risolveva nel breve spazio di una conferenza stampa le annose piaghe della monnezza e dell’insicurezza, il campione del dialogo delle riforme, il Cavaliere trasformato, anzi trasfigurato col quale avviare una nuova era, anzi una Terza Repubblica, il protagonista del “ritorno dello Stato” che dà una “scossa benefica” alla “politica intesa come iniziativa di governo” e al “ripristino dell’autorità politica di pari passo con il principio di legalità e di responsabilità” (Stefano Folli, Sole-24 ore), il decisionista che “rompe col passato” e incarna la “voglia di Stato” e “non ammette neppure l’apparenza di cedimenti” (Massimo Franco, Corriere della Sera), ecco: vi pare possibile che un pezzo d’uomo così si abbassi a firmare una leggina, anzi un codicillo per salvare i propri vili interessi di bottega, mettendo fra l’altro a repentaglio il proficuo dialogo con la fu opposizione?
 
Impossibile. Ci dev’essere una spiegazione alternativa. Del resto, ha ben poco da dire chi ha governato negli ultimi due anni infischiandosene delle due sentenze della Corte costituzionale che impongono a Mediaset di scendere da tre reti a due, e poi fregandosene della sentenza della Corte di giustizia europea che il 31 gennaio 2008 ha dichiarato illegittime le leggi italiane (Maccanico e Gasparri) che consentono a Rete4 di seguitare a trasmettere senza concessione, in un eterno regime transitorio fino all’avvento della mirabolante Era Digitale, cioè fino al 2012-2015, in barba ai diritti acquisiti da Europa7. Il bello è che il governo del Ritorno dello Stato e della Legalità dice di voler approvare la nuova norma per evitare all’Italia una procedura europea d’infrazione. E poi fa di tutto per beccarsene due o tre di nuove. Infatti, se la Maccanico e la Gasparri violavano “solo” le norme europee in materia di concorrenza sul libero mercato, la nuova Salva-Rete4 calpesta anche la sentenza della Corte di Lussemburgo, già fatta propria dalla Commissione europea presieduta dal noto bolscevico democristiano Barroso. Dunque è praticamente lettera morta, visto che la Corte europea ha già messo nero su bianco che le leggi nazionali in contrasto con quelle comunitarie vanno disapplicate (per esempio, dal Consiglio di Stato che dovrà presto pronunciarsi sui diritti violati di Europa7). Infatti “il diritto nazionale” va “rapidamente adeguato al diritto comunitario” e non viceversa. Invece il governo del Ritorno alla Legalità fa esattamente il contrario: pretende di adeguare il diritto comunitario a quello italiano. Cioè alla nobile corrente di pensiero giurisprudenziale sorta anni fa nel cenacolo di Mediaset, grazie a giureconsulti del calibro di Fedele Confalonieri e Maurizio Gasparri.

Oltre alla sicura condanna a pagare multe salatissime (300 mila euro al giorno), per l’ennesimo sfregio ai diritti acquisiti dall’editore Francesco Di Stefano, il nuovo Salva-Rete4 ce ne garantisce almeno un’altra: quella, già minacciata dalla messa in mora del giugno 2006, perché la Gasparri chiude le porte del digitale terrestre a tutte le emittenti assenti dall’analogico. Che fa il governo? assicura a chi trasmette in analogico l’esclusiva sul digitale, tagliando fuori chi non è ancora entrato, e dunque non entrerà mai, nemmeno con l’avvento della nuova, avveniristica tecnologia: le aziende già operanti in analogico potranno convertire in digitale il doppio delle reti già accese. Cioè Rai e Mediaset passeranno da tre a sei per ciascuna. E gli altri? Ciccia.

Questo dice il testo della norma che rischia di minare il dialogo tra maggioranza e opposizione. Ma non si parli, per favore, di legge ad personam. E non si dica che Berlusconi bada solo agli affari suoi. Questi sono termini fuori moda, legati a una stagione - quella dell’ antiberlusconismo - fortunatamente superata e consegnata al passato. Se proprio si vuole polemizzare, si dica pacatamente che il Cavaliere è un “diversamente altruista” e, per favore, si continui a dialogare.

Chiarimento
Vedi che qualche buontempone si diverte a raccontare balle per farmi dire ciò che non ho detto o mettere in dubbio quel che scrivo. Naturalmente ognuno può sbagliare, ma non è questo il caso. L'emendamento sul patteggiamento che il governo ha tentato di infilare nel pacchetto sicurezza, per poi rinunciarvi grazie alla resistenza del ministro Maroni, avrebbe avuto un effetto immediato: allontanare l'amaro calice delle sentenze nei processi Mills e Mediaset, previste (almeno una) entro l'estate, e rinviare tutto a dopo la pausa feriale; intanto, come già avvenne, si inventerà qualcos'altro, tipo immunità o cose del genere, per mandare definitivamente in prescrizione o in fumo il processo (il ripristino dell'autorizzazione a procedere è stata promessa da Berlusconi in campagna elettorale). I giuristi per caso che anche su questo blog hanno tentato di difendere l'indifendibile si dedichino, per favore, a migliori cause.
mt

Segnalazioni

De Magistris: rassegna stampa in continuo aggiornamento per non dimenticare

Museruola ai giornalisti in Italia - e non fanno resistenza - articolo del Deutsche Welle (16 maggio 2008). Tradotto da www.italiadallestero.info

E Falcone? Leggi il giornale di 'U Cuntu (www.ucuntu.org)

Piero Ricca incontra Antonio Ricci - guarda il video

Ogni tanto uno si chiede se sogna o se è desto - l'articolo di Bruno Tinti sul cosiddetto pacchetto sicurezza

26-27 maggio 2008: Manifestazioni per la ricorrenza del 15° anniversario della strage di Via dei Georgofili -  manifesto iniziative - locandina convegno

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Foto di Simone Berettoni da flickr.comOra d'aria
l'Unità, 21 maggio 2008

Ora basta, con la cultura del sospetto si sta davvero esagerando. Ma credete davvero che un giurista, un uomo di legge del calibro dell’on. avv. Niccolò Ghedini inserirebbe mai nel pacchetto sicurezza un codicillo di 13 righe che favorisce il suo cliente più illustre, Silvio Berlusconi? Ma andiamo, via. E’ vero che l’idea di affidare il pacchetto proprio a lui, lasciando inoperosi tutti i giureconsulti che impreziosiscono il governo - da Alfano a Calderoli, da Maroni alla Carfagna, senza dimenticare la Brambilla, esponente della scuola giurisprudenziale autoreggente - potrebbe ingenerare qualche malignità.

Qualcuno potrebbe persino malignare sul fatto che l’unica emergenza sicurezza che sta a cuore a Ghedini è quella del Cainano, imputato per corruzione giudiziaria del testimone Mills e per falso in bilancio, appropriazione indebita e frode fiscale nel processo Mediaset. Ma, conoscendo quel pezzo d’uomo dell’On. Avv., siamo pronti a giurare che il codicillo che allunga i processi di un paio di mesi (nel testo iniziale erano addirittura 2 anni) per dar modo all’imputato di decidere con comodo se patteggiare anche a fine dibattimento e rinviare la sentenza del processo Mills a dopo le ferie, quando il reato sarà caduto in prescrizione, è stato studiato soltanto al nobile scopo di abbreviarli, i processi. E poi - come lui stesso ha osservato, giustamente ferito da tutti quei sospetti seminati da decine di esponenti dell’opposizione irresponsabile e malfidata (cioè da Di Pietro) - vi pare possibile che un presidente del Consiglio possa patteggiare? Che figura farebbe agli occhi della comunità internazionale, da sempre abbagliata dalla sua cristallina moralità, dalla sua purissima innocenza, dalla sua immacolata reputazione? Sarebbe un colpo mortale alla sua immagine.

A parte il fatto che il processo si bloccherebbe anche se chiedesse di patteggiare Mills, qualcuno potrebbe obiettare che non sarebbe la prima volta che il Cainano chiede di patteggiare: il 27 giugno 1999, preceduto da una visita dialogante del fido Marcello Pera al procuratore D’Ambrosio, il Caimano travestito da agnellino salì le scale del palazzo di giustizia di Milano per una presentazione spontanea, accolto dai pm Ielo e Greco. Consegnò un memoriale di sei pagine, con una prima, timida ammissione: nelle sue società c’erano state “carenze organizzative e apparenti difetti di trasparenza”. Una rivoluzione copernicana per chi, fino al giorno prima, gridava al complotto, dipingeva il suo gruppo come un tempio di legalità e irrideva a ogni accusa dei pm (“Fondi neri? Gli unici che conosco sono quelli delle tazzine da caffè”). Fuori verbale, lasciò addirittura capire di essere disposto a patteggiare, per il mare di fondi neri (1500 miliardi di lire su 64 società off-shore nei paradisi fiscali) contestati nei processi All Iberian 1 e 2. Restava solo da stabilire il quantum. I suoi legali proposero meno di 3 mesi di reclusione, convertibile in una comoda pena pecuniaria di poche decine di milioni. Troppo poco, per la Procura: sia alla luce della gravità delle accuse, sia per l’impossibilità tecnica di accontentare l’illustre imputato. Per quei falsi in bilancio, quand’erano ancora reato, si partiva da una pena base minima di 1 anno, che con le attenuanti generiche scendeva a 8 mesi; con l’ulteriore attenuante del risarcimento del danno, passava a poco meno di 6 mesi e, con lo sconto del patteggiamento, a 4. Ma, per trasformare il carcere (virtuale) in multa, bisognava scendere sotto i 3. Pene comunque irrisorie, che nessun giudice avrebbe mai avallato. Così la trattativa si arenò dopo qualche mese. E subito, come per incanto, l’agnellino tornò Caimano, riprese la guerra ai giudici e, rientrato a Palazzo Chigi nel 2001, sistemò la faccenda depenalizzando il falso in bilancio. Con una legge scritta anche da Ghedini.

Ecco, oggi qualcuno potrebbe obiettargli tutto ciò, se qualcuno ricordasse qualcosa. Ma per fortuna nessuno ricorda più nulla, e l’amnesia è il miglior viatico per il dialogo. Che, sia chiaro, deve proseguire. O vogliamo rischiare che entro l’estate, con tutti i problemi che già ha ereditato dalla sinistra - dai rom ai clandestini, dal buco nell’ozono alla monnezza, dall’Alitalia alla Costituzione, dal Codice penale all’Europa - quel pover’uomo venga pure condannato per corruzione di un testimone? Basta dunque con questi attacchi strumentali del Pd all’avvocato Ghedini e al suo illustre cliente per l’ennesima legge ad personam. Qualcuno obiettera: ma nessuno, nel Pd, ha attaccato Ghedini e il suo illustre cliente per l’ennesima legge ad personam. Appunto, ma non si sa mai. Meglio prevenire.

Il punto su Castelli - di Peter Gomez e Marco Travaglio

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Ogni lunedì alle 14 mi collego in diretta con il blog di Beppe Grillo via web. Per guardare la puntata di lunedì 19 maggio clicca sul banner.

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Tv: dal pallone sgonfio sul campo di Mosca al pallone gonfiato sul campo di Cogne - di Stefano Corradino (articolo21.info)

L'attentato - il nuovo libro di Andrea Casalegno

Le vignette di Manu

26-27 maggio 2008: Manifestazioni per la ricorrenza del 15° anniversario della strage di Via dei Georgofili -
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Foto di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità, 20 maggio 2008

Non per disturbare il dialogo tra maggioranza e opposizione, meritato premio a questo meraviglioso governo e al suo premier, noto statista. Ma forse, parlando con pardòn e chiedendo scusa alle signore, specie a quelle di nome Anna, va segnalato che lo splendido governo in questione, prim’ancora di cominciare, è già riuscito ad aprire una mezza dozzina di crisi diplomatiche. Ricapitolando, sulla scorta dell’ottimo articolo di Umberto de Giovannangeli.

Il Libano ci guarda in cagnesco perchè l’ottimo Antonio Martino propone di ritirare la missione Unifil e lo Statista di Milanello annuncia nuove regole d’ingaggio, poi smentito dal neoministro La Rissa. Il quale però apre subito un nuovo fronte in Afghanistan, annunciando una bella “missione di guerra”. Poi c’è la Libia, che non dimentica la decina di morti a Bengasi a causa della brillante t-shirt di Calderoli. Il quale, puntualmente promosso ministro, si scusa. Ma poi provvede Bossi a riaprire il fuoco (“Gli immigrati? Sono i libici che li mandano. La lingua di Gheddafi è sempre stata lunga”).

La Romania è allarmatissima per i raid e le ronde nei campi rom, nonché per gli annunci di espulsioni di massa. Frattini, esauriti gli estintori, corre ai ripari. Ma intanto gli scappa la Spagna, che accusa l’Italia di xenofobia. Maroni ci mette una pezza, ma riecco Bossi col fuciletto a tappo: “Sono gli spagnoli che sparano sugli immigrati”. Una ministra spagnola, memore della sparata del Cainano sulle “troppe donne nel governo Zapatero”, sostiene che gli servirebbe un bravo psichiatra, mentre altri suoi colleghi insistono sul clima razzista in Italia. Apriti cielo: ambasciatori convocati, tensione diplomatica, Frattini intima Zapatero di “richiamare all’ordine i suoi ministri”. Si risente persino Piercasinando: gli spagnoli si facciano i fatti loro. Strano: ogni qualvolta Zapatero osa legiferare senza il permesso del Vaticano, Piercasinando dichiara guerra alla Spagna. E nel 2003 i suoi alleati di An e Il Foglio diedero il benvenuto al neopremier Zapatero dicendo che con lui aveva vinto Al Qaeda. A questo punto, per non restare solo, anche Frattini dà fuoco alle polveri: rivedere il trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa. La Commissione europea manda a dire che se lo può scordare. Ma lo spensierato ministro degli Esteri, noto moderato, ha già pronta una nuova dichiarazione di guerra, e non, per dire, alle Isole Andemane o alla Lapponia, due nemici che sarebbero persino alla nostra portata. No, Frattini attacca l’Iran. Da solo. Così, pacatamente, en passant.

Restiamo nella sgomenta attesa del prossimo obiettivo: esauriti in una settimana tutti i paesi più a tiro, temiamo che ora tocchi alla Cina, già più volte massaggiata da Tremonti e Bossi con terribili minacce di dazi doganali (un miliardo e mezzo di cinesi sta ancora tremando) e sistemata dal Cainano, che nel 2006 rivelò come i cinesi fossero specializzati nel bollire bambini neonati per farne concimi per i campi. L’aveva letto sul Libro Nero del Comunismo, a cura di Gabriella Carlucci. Ora, per carità, non ci sogneremmo mai di turbare il bucolico clima di dialogo tra governo e opposizione (si fa per dire). Ma vorremmo sommessamente e pacatamente invitare il nostro meraviglioso governo a darsi una calmata: avete cinque anni davanti, non potete sparare tutte le cartucce in una settimana. Per la dichiarazione di guerra alla Cina aspettate qualche giorno, se no poi fino al 2013 ci si annoia. Oltretutto, son passati solo due anni dagli ultimi successi internazionali del Cainano e, almeno all’estero, non sono ancora dimenticati.

In Danimarca è sempre vivo il ricordo di quando il Cavaliere di Hardcore offrì la sua signora al premier Rasmussen, “molto più bello di Cacciari”. In Turchia non si scordano i suoi tentativi, alle nozze del figlio del presidente Erdogan, di dare una toccatina alla sposa tutta fasciata di veli e, per il rito islamico, assolutamente inavvicinabile. In Finlandia la presidente Tarja Halonen non può scordare quando il Latrin Lover brianzolo svelò di averle “fatto la corte, riesumando le mie doti di playboy”, perché lei cedesse all’Italia l’Agenzia alimentare europea; poi tentò di rimediare, raddoppiando la gaffe: “Io corteggiare una così? Ma l’avete vista bene?”. Ci resta, per ora, l’amico Putin. A meno che gli sovvenga quel che accadde in una fabbrica Merloni vicino a Mosca, dove l’amico Silvio tentò di baciare un’operaia, che purtroppo fuggì terrorizzata. Ma pacatamente. E sempre dialogando.

Segnalazioni

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I fatti e i veleni di Antonio Tabucchi (l'Unità, 20 maggio 2008)

Leggi l'articolo di Tana De Zulueta

El Pais
aveva già scritto tutto: Schifani, colaborador de Berlusconi, nuevo presidente del Senado italiano

Quello con le meches... (un'interessante analisi del re dei can per l'aia)

Dal mondo i sosia di Fazio gridano allo scandalo per le scuse del presentatore - guarda il video di Roberto Corradi

Incontro con Giulio Andreotti: guarda il video di Qui Milano Libera

La Festa della Polizia
Lo leggiam su un’agenzia.
Festa della Polizia,
a Palermo c’è Schifani
che assicura gli italiani
 
che la mafia si sconfigge:
“Questo male che ci affligge
sarà presto debellato
e trionferà lo Stato...
Leggi tutta la poesia di Carlo Cornaglia

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La striscia di Stefano Disegni
(da "M", l'inserto satirico allegato all'Unità di oggi)


Clicca sull'immagine per leggere la striscia
www.stefanodisegni.it


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