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Vignetta di Molly Bezzl'Unità, 28 giugno 2008

Quando il Lodo Schifani-bis, anzi il Lodo Alfano, anzi il Dolo Berlusconi sarà sulla Gazzetta Ufficiale, l’Italia sarà l’unica democrazia al mondo in cui quattro cittadini sono “più uguali degli altri” di fronte alla legge. Un privilegio che George Orwell, nella “Fattoria degli animali”, riservava non a caso ai maiali. E che, nell’Italia del 2008, diventa appannaggio dei presidenti della Repubblica, del Senato (lo stesso Schifani), della Camera e soprattutto del Consiglio. I massimi rappresentanti delle istituzioni, che nelle altre democrazie devono dare il buon esempio e dunque mostrarsi più trasparenti degli altri, in Italia diventano immuni da qualunque processo penale durante tutto il mandato, qualunque reato commettano dopo averlo assunto o abbiano commesso prima di assumerlo. Compresi i reati comuni, “extrafunzionali”, cioè svincolati dalla carica e persino dall’attività politica. Anche strangolare la moglie, anche arrotare con l’auto un pedone sulle strisce, anche stuprare la colf o molestare una segretaria. O magari corrompere un testimone perché menta sotto giuramento in tribunale facendo assolvere un colpevole. Che poi è proprio il caso nostro, anzi Suo. Come scrisse il grande Claudio Rinaldi sull'Espresso a proposito del primo Lodo, "un'autorizzazione a delinquere".

La suprema porcata cancella, con legge ordinaria - votata in un paio di minuti dal collegio difensivo allargato del premier imputato, che ha nome “Consiglio dei ministri” - l’articolo 3 della Costituzione repubblicana. Che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”. La questione è tutta qui. Le chiacchiere, come si dice a Roma, stanno a zero. Se tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, non ne possono esistere quattro che non rispondono in nessun caso alla legge per un certo numero di anni in base alle loro “condizioni personali e sociali”, cioè alle cariche che occupano. Se la Costituzione dice una cosa e una legge ordinaria dice il contrario, la legge ordinaria è incostituzionale. A meno, si capisce, di sostenere che è incostituzionale la Costituzione (magari prima o poi si arriverà anche a questo).

Ora, quando in una democrazia governo e parlamento varano una legge incostituzionale, a parte farsi un’idea della qualità del governo e del parlamento che hanno eletto, i cittadini non si preoccupano. Sanno, infatti, che le leggi incostituzionali sono come le bugie: hanno le gambe corte. Il capo dello Stato non le firma, il governo e il parlamento le ritirano oppure, se non accade nessuna delle due cose, la Corte costituzionale le spazza via. Ma purtroppo siamo in Italia, dove le leggi incostituzionali, come le bugie, hanno gambe lunghissime. Non è affatto scontato che il presidente della Repubblica o la Consulta se la sentano di bocciare la suprema porcata. A furia di strappi, minacce, ricatti, vere e proprie estorsioni politiche, il terrore serpeggia nelle alte sfere (che preferiscono chiamarlo “dialogo”). E anche la Costituzione è divenuta flessibile, anzi trattabile.

Un mese fa è passata con tutte le firme e le controfirme una legge razziale (per solennizzare il 70° anniversario di quelle mussoliniane) denominata “decreto sicurezza”: quella che istituisce un’aggravante speciale per gli immigrati irregolari. Se fai una rapina e sei di razza ariana e di cittadinanza italiana, ti becchi X anni; se fai una rapina e sei extracomunitario, ti becchi X+Y anni. Vuoi mettere, infatti, la soddisfazione di essere rapinato da un italiano anziché da uno straniero. E il principio di uguaglianza? Caduto in prescrizione. Stavolta è ancora peggio, perchè non è in ballo il destino di qualche vuccumpra’, ma l’incolumità giudiziaria del noto tangentaro (vedi ultima sentenza della Cassazione sul caso Sme-Ariosto) che siede a Palazzo Chigi. Infatti è già tutto un distinguo, a destra come nella cosiddetta opposizione, sulle differenze che farebbero del Lodo-bis una versione “migliore” del Lodo primigenio. Il ministro ad personam Angelino Jolie assicura che, bontà sua, “la sospensione dei processi non impedisce al giudice l'assunzione delle prove non rinviabili, la prescrizione è sospesa, l'imputato vi può rinunciare. La sospensione non è reiterabile e la parte civile può trasferire in sede civile la propria pretesa”. Il che, ad avviso suo e di tutti i turiferari arcoriani sparsi nei palazzi, nelle tv e nei giornali, basterebbe a rendere costituzionale la porcata.

Noi, che non siamo costituzionalisti, preferiamo affidarci a chi lo è davvero (con tutto il rispetto per Angelino e il suo gemellino Ostellino), e cioè all’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida. Il quale, interpellato il 18 giugno da Liana Milella su la Repubblica, ha spiegato come e qualmente chi cita la sentenza della Consulta che nel 2004 bocciò il primo Lodo e sostiene che questo secondo la recepisce, non ha capito nulla: “La prerogativa di rendere temporaneamente improcedibili i giudizi per i reati commessi al di fuori dalle funzioni istituzionali dai titolari delle più alte cariche potrebbe eventualmente essere introdotta solo con una legge costituzionale, proprio come quelle che riguardano parlamentari e ministri… La bocciatura del vecchio lodo nel 2004 da parte della Consulta è motivata dalla violazione del principio di uguaglianza dei cittadini quanto alla sottoposizione alla giurisdizione penale”. L’unica soluzione per derogare all’articolo 3 è modificare eventualmente la Costituzione (con doppia lettura alla Camera e doppia lettura al Senato, e referendum confermativo in mancanza di una maggioranza dei due terzi). E non con una legge che sospenda automaticamente i processi alle alte cariche: sarebbe troppo. Ma, al massimo, con una norma che - spiega Onida - “introduca una forma di autorizzazione a procedere che consentirebbe di valutare la concretezza dei singoli casi. Ragiono su ipotesi, perché gli ‘scudi’ sono da guardare sempre con molta prudenza… La sospensione non dovrebbe essere automatica, ma conseguire al diniego di una autorizzazione a procedere. E comunque la legge costituzionale resta imprescindibile”.

Insomma, quando Angelino Jolie sbandiera la “piena coincidenza del Lodo con le indicazioni della Consulta”, non sa quel che dice. La rinunciabilità del Lodo non significa nulla (comunque Berlusconi, l’unico ad averne bisogno, non vi rinuncerà mai: altrimenti non l’avrebbe fatto). E la possibilità della vittima di ricorrere subito in sede civile contro l’alta carica che le ha causato il danno, se non fosse tragica, sarebbe ridicola: uno dei quattro presidenti si mette a violentare ragazze o a sparare all’impazzata, ma i giudici non lo possono arrestare (nemmeno in flagranza di reato), nè destituire dall’incarico fino al termine della legislatura; in compenso le vittime, se sopravvivono, possono andare dal giudice civile a chiedere qualche euro di risarcimento… Che cos’è: uno scherzo? L’unica differenza sostanziale tra il vecchio e il nuovo Lodo è che stavolta vale per una sola legislatura: non per un premier che viene rieletto, nè per un premier (uno a caso) che passa da Palazzo Chigi al Quirinale. Ma ciò vale fino al termine di questa legislatura. Dopodichè Berlusconi, una volta rieletto o asceso al Colle, potrà agevolmente far emendare il Lodo, sempre per legge ordinaria, e concedersi un’altra proroga di 5 o di 7 anni.

A questo punto si spera che il capo dello Stato non voglia cacciarsi nell’imbarazzante situazione in cui si trovò nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi: il quale firmò (e secondo alcuni addirittura ispirò tramite l’amico Antonio Maccanico) il Lodo, e sei mesi dopo fu platealmente smentito dalla Corte costituzionale. Uno smacco che, se si dovesse ripetere, danneggerebbe la credibilità di una delle pochissime istituzioni ancora riconosciute dai cittadini: quella del Garante della Costituzione. Quando una legge è manifestamente, ictu oculi, illegittima, il capo dello Stato ha non solo la possibilità, ma il dovere di rinviarla al mittente prima che lo faccia la Consulta.

In ogni caso, oltre al doppio filtro del Quirinale e della Consulta, c’è anche quello dei cittadini. Che, tanto per cominciare, scenderanno in piazza a Roma l’8 luglio contro questa e le altre leggi-canaglia. Dopodichè potranno raderle al suolo con un referendum, già preannunciato da Grillo e Di Pietro. Si spera che anche il Pd - se non gli eletti, almeno gli elettori - vi aderirà. Si attendono smentite al commento più scombiccherato della drammatica giornata di ieri: quello della signora Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, secondo la quale “il Lodo deve valere dalla prossima legislatura”. Così il Caimano si porta dietro lo scudo spaziale anche al Quirinale. Non sarebbe meraviglioso?

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Stanlio e Ollio: noi siamo uomini liberi - video di Roberto Corradi

Ho messo via (le mie sentenze) - riadattamento di Matteo Fallica






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Vignetta di Molly BezzOra d'Aria
l'Unità, 26 giugno 2008


Il ministro Raffaele Fitto, imputato di corruzione e per giunta scampato all’arresto grazie all’immunità parlamentare (che per le manette esiste ancora), può capire Al Tappone meglio di chiunque altro. Tra imputati ci s’intende. Ieri dichiarava alla Stampa: «I magistrati ti rispettano solo se fai il lupo e non l’agnello». Ecco: se sei imputato devi aggredire, minacciare, sbranare il tuo giudice. Così si spaventa e magari ti assolve anche se sei colpevole. O trova il modo di salvarti (attenuanti, prescrizione, insufficienza di prove) per salvare se stesso. In termine tecnico, si chiama estorsione. Nel Sud la praticano le mafie. Ma di nascosto, con lettere o telefonate anonime: «Ma che bei bambini, signor giudice, che bella moglie…».

Il Cainano e la sua fairy band stan facendo la stessa cosa, ma non si devono nascondere. Né ricorrere agli avvertimenti anonimi. Al Tappone minaccia ogni giorno i giudici a reti unificate, con la bandana o col panama o col bitume in testa, in Europa o alla Fao o in chiesa o alla Confindustria o alla Confesercenti (a proposito: anche i commercianti si sono già rotti di sentirgli parlare dei fatti suoi e l’hanno fischiato). Negli Usa, dove non c’è immunità né per le alte cariche né per le basse, l’avrebbero arrestato già per oltraggio alla Corte. Perché lì attaccare il proprio giudice è reato grave. In Italia è la linea difensiva della classe politica. Gl’insulti di certi Ds a Clementina Forleo e quelli italoforzuti a Nicoletta Gandus sarebbero puniti in ogni democrazia del mondo. In Italia vengono punite Forleo e Gandus: l’estorsione come linea difensiva paga.

Funziona così. Al Tappone ha 4 processi e vuol farli sparire. Allora fa una legge che toglie ai magistrati il primo arnese del mestiere: le intercettazioni. Come vietare il bisturi ai chirurghi. La morte delle indagini. Poi ne fa un’altra per ammazzare i processi: quelli in corso per reati commessi fino al 2002 e puniti sotto i 10 anni (100 mila, a occhio e croce) si sospendono; ma non per sempre: solo per un anno. Così si impiega più tempo a rinviarli e poi e a rimetterli in ruolo, con relative notifiche, che a celebrarli subito. Risultato: paralisi dei tribunali. Le toghe, con la pistola puntata alla tempia, il coltello alla gola e il cappio al collo, implorano pietà. A quel punto si presentano i riscossori del pizzo, che offrono adeguata protezione con tariffe modiche. In Sicilia, Calabria e Campania si chiamano estorsori. In politica, «dialoganti».

Il sottosegretario Castelli propone «una tregua»: Lodo Schifani in cambio del ritiro del blocca-processi. La stessa cosa fa dire il giornalista-estintore D’Avanzo al presidente dell’Anm Cascini: sì al Lodo salva-Silvio se ci lasciano processare almeno gli altri. Tanto Al Tappone dei processi degli altri se ne infischia: si accontenta di bloccare i suoi. E infatti s’avanza il duo Disgrazia & Ingiustizia: il ministro ad personam Angelino Jolie, nei panni del poliziotto buono, e il suo badante personale Nosferatu Ghedini,il poliziotto cattivo. Hanno pronto il nuovo Lodo cotto e mangiato: «Sarà breve, razionale, inattaccabile, in linea con le norme europee», annuncia Angelino Jolie senza sapere quel che dice, tanto poi qualcuno glielo spiega. Non sa che non esiste «norma europea» che garantisca l’immunità a un premier.

Ma anche la signora Finocchiaro abbocca, farfugliando di imprecisati «altri paesi europei». Poteva mancare una buona parola del pompiere-capo Antonio Maccanico? Sul Corriere le dà tutte vinte al Cainano («per superare questa crisi»), ma con l’aria di imporgli condizioni giugulatorie. Queste: 1) «immunità rinunciabile»; 2) «sospensione della prescrizione»; 3) «divieto di ripresentarsi alle elezioni finchè non s’è celebrato il processo». Condizioni ridicole. 1) L’immunità sarà pure rinunciabile, ma Al Tappone non è mica scemo e non rinuncia. 2) La prescrizione è sospesa, ma se nel 2013 Al Tappone salta da Palazzo Chigi al Quirinale, il processo non si farà mai più, anche perché quando lui scenderà dal Colle avrà 84 anni e intanto i suoi giudici saranno defunti o in pensione. 3) Il divieto di ricandidarsi non serve a nulla, perché si può fare il presidente del Consiglio o della Repubblica (con scudo spaziale incorporato) anche se non si è parlamentari. Anzichè arzigogolare, tanto varrebbe ammetterlo: «Signori, ce la facciamo sotto. Quello mena». Almeno qualcuno capirebbe.

Leggi anche l'Ora d'aria di oggi: La costituzione? Top secret


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Lettera aperta all'Agcom di Sandro Ruotolo

I cortocircuiti interni della magistratura di Felice Lima
(da toghe.blogspot.com)

I Video di Qui Milano Libera - Presidio a Palazzo di Giustizia





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Vignetta di Molly BezzVanity Fair, 26 giugno 2008

Si potrebbe persino provare a ignorarlo. Ma come si fa? Ovunque ti volti il Cavaliere spunta dentro alla nuvola nera della sua scorta. E’ quello più piccolo, l’unico senza cravatta, il più abbronzato. Attraversa in diagonale tutte le ore della giornata, comprese quelle domenicali. Capace pure, durante una festa paesana a Porto Rotondo, tra anziani accaldati e bimbi e limonate, di chiedere una raccomandazione al vescovo per fare la comunione, lui che da divorziato non potrebbe, e di farlo sapere ai giornalisti, alle tv, al Paese.

Non passa giorno senza che Silvio Berlusconi si prenda la sua scena. Deve disfarsi di un processo per corruzione: pretende di bloccarne altri centomila. Usa il Senato per farsi una legge apposita, raggira il Quirinale, insulta la magistratura (“sovversivi!”) e intanto sovverte il Diritto e la Costituzione.

Deve incenerire una manciata di intercettazioni telefoniche di attrici e faccendieri (anzi specialmente attrici) che lo riguardano e lo metterebbero nei guai con il Paese e con Veronica (anzi specialmente Veronica) per calcoli complessi d’eredità, battaglie legali e naturalmente immagine (“la cosa che ognuno ha di più prezioso”, dixit). E per farlo pretende una nuova legge che le impedisca quasi tutte, le intercettazioni, e che sanzioni con il carcere i giornalisti che le pubblicano. Distruggendo quel dettaglio di  gni democrazia liberale che si chiama libertà di stampa.

E l’opposizione? Se ci fosse e desse anche deboli impulsi cardiaci al monitor, dal suo letto di stordimento, uno potrebbe persino occuparsene. Tanto per cambiare. Ma non so se avete notato: ultimamente persino in quel monitor - che poi sarebbe anche quello roba del Cavaliere -l’opposizione compare solo qualche volta. E sempre di spalle.

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Segnalazioni

Pronto Silvio? Le telefonate tra Silvio Berlusconi e i suoi uomini sulle attrici e la spallata al Governo Prodi
(fonte: l'espresso.repubblica.it)

Financial Times: Oh, no, un'altra volta no (processi, Berlusconi ci riprova) - traduzione di Giulia Alliani

Manifestazione-presidio contro l'ennesima legge vergogna
Tribunale di Lecco, venerdì 27 giugno ore 18
(Comitato lecchese per la legalità)


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Foto di Roberto CorradiOra d'aria - l'Unità, 24 giugno 2008

Si era pure messo un Panama bianco, modello Al Capone, sul capino bitumato, per impressionare il vescovo e farsi dare la santa comunione anche se è un massone divorziato. “Fate in fretta a cambiare queste regola”, gli ha intimato, non bastandogli quelle che cambia ogni giorno lui per salvarsi dai processi. Ma il vescovo di Tempio-Ampurias, Sebastiano Sanguinetti, che in confessionale ne ha visti sfilare di peggiori, non s’è lasciato intimidire: “Per queste deroghe, lei che può, si rivolga a chi è più in alto di me”. Non si sa se alludesse semplicemente al Papa, che Al Tappone considera comprensibilmente un suo parigrado, o direttamente al Padreterno, col quale potrebbero sorgere alcune incomprensioni.

Soprattutto a proposito di certe usanze dell’illustre Padre della Chiesa di scuola arcoriana: tipo allungare mazzette per comprare politici (Craxi) o giudici (Mondadori), accumulare fondi neri in paradisi fiscali, magnificare l’evasione fiscale alle feste della Guardia di Finanza, frequentare mafiosi travestiti da stallieri. Usanze non troppo compatibili col VII comandamento, “Non rubare”, che pare non sia ancora depenalizzato. Ieri, su Repubblica, Edmondo Berselli suggeriva opportunamente all’aspirante comunicando di chiedere, “prima della comunione, la confessione”. Ma non vorremmo essere nei panni del confessore (a parte il superlavoro che gli capiterebbe tra capo e collo, nel giro di due minuti il sant’uomo diventerebbe una “tonaca rossa”, verrebbe accusato di fare un “uso politico della confessione” e poi ricusato a vantaggio di qualche collega di Brescia).

Immediatamente le tv e i giornali al seguito, cioè quasi tutti, han cominciato a interpellare altri divorziati e peccatori famosi, ma anche qualche confessore di vip, per lanciare una gara di solidarietà in favore del Cavaliere in astinenza da ostie. Il pover’uomo soffre così tanto che bisogna far qualcosa, profittando delle norme ora in discussione in Parlamento. Si potrebbe sospendere per un anno il divieto di partecipare all’eucarestia a tutti i battezzati nel 1939, sotto il metro e 60 e col cranio asfaltato, che abbiano divorziato nel 1985, risposandosi nel 1990 con donne chiamate Veronica nel corso di cerimonie civili officiate da Paolo Pillitteri, avendo come testimoni Bettino e Anna Craxi, Confalonieri e Letta. Così si darebbe il tempo al Parlamento e al Vaticano di concordare un Lodo Schifani-Bagnasco che modifichi contemporaneamente la Costituzione della Repubblica Italiana e il Codice di Diritto Canonico, con una deroga all’indissolubilità del matrimonio per tutte le alte cariche dello Stato e della Chiesa, divorziate e non, che consenta loro di accostarsi alla santa comunione per tutta la durata del mandato. Il che, si badi bene, non significa una licenza di divorziare sine die: il divieto ricomparirebbe alla scadenza dell’incarico, in ossequio al principio di eguaglianza.

Del resto, già nella legge sulle intercettazioni è previsto qualcosa di simile: per arrestare o indagare un sacerdote, il magistrato è tenuto ad avvertire il suo vescovo; per indagare o arrestare un vescovo, deve avvisare il Segretario di Stato vaticano. Il che lascia supporre che, per indagare eventualmente sul Segretario di Stato, si debba chiedere il permesso al Papa; e per indagare - Dio non voglia - sul Papa, rivolgersi direttamente al Padreterno. Ecco, basterebbe estendere il Lodo a preti, vescovi, segretario di Stato e Papa per risparmiare fatica. Si dirà: ma il Segretario di Stato, il Papa e la stragrande maggioranza dei preti e dei vescovi non commettono reati. Embè? Nemmeno i presidenti delle Camere, della Repubblica e della Consulta hanno processi. Ma li si immunizza lo stesso, perché non si noti troppo che l’unico autoimmune è Al Tappone. Altrimenti, come per la legge bloccaprocessi, lo si costringe al triplo salvo mortale carpiato con avvitamento: farsi le leggi per sé e poi a dichiarare che chiederà di non beneficiarne (ben sapendo, peraltro, che le leggi valgono per tutti, anche per lui).

E dire che negli anni 80, liquidata la prima moglie, il Cainano aveva accarezzato una soluzione che tagliava la testa al toro: come rivela il suo confessore, don Antonio Zuliani da Conegliano Veneto, aveva pensato di “chiedere l’abolizione delle prime nozze alla Sacra Rota. Ma poi non ha voluto”. Si sa com’è questa Sacra Rota: infestata di toghe rosse. Peccato, perché all’epoca era ancora in piena attività l’avvocato Previti, che per vincere le cause perse aveva un sistema infallibile. Senza bisogno di cambiare le leggi.

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Segnalazioni

L'incostituzionalità dell'emendamento blocca processi di Alessandro Pace (da associazionedeicostituzionalisti.it)

Liberi di informare - le intercettazioni tra Saccà e Berlusconi (dal blog di Sandro Ruotolo)

I video di
Qui Milano Libera - Dialogo con Paolo Mieli

Sacconi estivi - il video di Roberto Corradi

Berlusconi governa per Berlusconi di Miguel Mora, El Pais (22 giugno 2008) - traduzione di Italiadallestero.info

Manifestazione "Arrestateci tutti"
Contro la proposta di legge sulle intercettazioni e contro il dl salva Premier 
Palazzo di Giustizia di Vercelli, venerdì 27 giugno - ore 9
Scarica il volantino
blog.societademocratica.com

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dall'Unità, 22 giugno 2008 (vignetta di http://satiricon.blogosfere.it/)


Stupisce lo stupore. Ma come: Berlusconi rinuncia a diventare uno statista per sistemare le sue tv e i suoi processi? Ma non era cambiato? In realtà, in questi 15 anni, tutto è cambiato tranne lui. Lui non ha mai fatto mistero di quel che è. Fin da quando, alla vigilia dell’ingresso in politica, confidò a Montanelli e Biagi: “Se non entro in politica, finisco in galera”. Infatti da 15 anni, che governi lui o gli “altri”, il Parlamento italiano è mobilitato per salvarlo dai processi... 

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A seguire il testo dell'intervento:
"Buongiorno a tutti, c’è una parola molto usurata, molto abusata, che ormai semina noi attorno a sé quando qualcuno ne parla. È l’espressione “conflitto di interessi”. Dico subito che bisognerebbe cambiarne il nome. Bisognerebbe chiamarla Pippo, Giuseppe o Giovanni, come ci viene in mente. L’importante è riaccendere l’attenzione delle persone su questo concetto che è diventato noiosissimo e impronunciabile. Chi è di sinistra non ne può più sentir parlare, perché i suoi rappresentanti tradendo il mandato popolare, non lo hanno mai risolto per legge, anzi, lo hanno moltiplicato creando i propri conflitti di interessi. Vedi caso Unipol. Nel centro-destra, appena uno sente parlare del conflitto di interessi dice: “ecco, è arrivato un comunista che ce l’ha con Berlusconi”.
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Vignetta di NatangeloVanity Fair, 19 giugno 2008
Comunque la si calcoli la contabilità sulla Sicurezza non torna mai. In Italia ci sono 600 omicidi l’anno, più o meno quanti nella sola città di Los Angeles. Eppure la sensazione diffusa è l’assedio, il campo di battaglia, la perpetua notte dei morti viventi che ci aspetta al di là della soglia di casa, appena oltrepassate le telecamere che ci sorvegliano e ci proteggono. Il volto del sindaco Letizia Moratti, prosciugato dalla tensione, non fa che confermare l’allarme. Non bastano più i 100 mila poliziotti, né i 100 mila carabinieri. Ci vuole l’esercito: 2.500 ragazzi ben armati. Da distribuire come? Uno ogni 3 comuni (che sono 8 mila)?  Ma allora perché non arruolarne 25 mila?

Eppure. Se è davvero la sicurezza a ossessionarci, come mai non altrettanta attenzione è dedicata a quella sul lavoro? Nelle fabbriche e nei cantieri si muore più del doppio, 1300 salme l’anno, con fiammate anche spettacolari, come l’anno scorso alla Thyssent e l’altra settimana a Catania, con i telegiornali che lacrimano e i politici che portano i fiori della solidarietà e dell’indignazione da prima serata. Come mai il ministro Ignazio La Russa non ha ancora proposto l’impiego dei Bersaglieri a vigilanza dei cantieri? O quello dei Lagunari per stanare i reclutatori di manodopera clandestina? Gli operai liquidati per asfissia valgono meno di un tabaccaio ucciso per rapina?

E la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta? Perchè ci spaventano meno dei nomadi che lavano vetri, chiedono l’elemosina, rubano qualche portafoglio? E perché non ci allarma, ma anzi incassa consensi crescenti, un governo che organizza leggi contro i magistrati, dimezza i tempi delle prescrizioni, allestisce trappole contro le intercettazioni? Dovrebbero essere le incongruenze (e la potenza della propaganda) a farci un po’ di paura


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