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Vignetta di Natangelo
Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2009


Pare che uno si diverta a tirare in ballo Silvio Berlusconi anche nel caso Marrazzo. Come se in quella vicenda l'avessero trascinato per i capelli i soliti comunisti. Invece, tanto per cambiare, il presidente del Consiglio ha fatto tutto da solo. O meglio, in tandem con il suo spin doctor e king maker, al secolo Alfonso Signorini, direttore di “Chi” e “Sorrisi e canzoni” (Mondadori), con la partecipazione straordinaria di altri suoi attuali o ex dipendenti: Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro. Grazie alle inchieste di Annozero e ai primi verbali depositati dalla Procura di Roma al Riesame, siamo finalmente in grado di mettere in fila i fatti in ordine cronologico. Ogni commento è superfluo.

3 luglio
Irruzione di tre carabinieri deviati e del loro confidente Gianguarino Cafasso, spacciatore salernitano, nell'appartamento di Natalì che ospita il governatore del Lazio, Piero Marrazzo, in via Gradoli 96. Ne esce almeno un video di 13 minuti compromettente per il governatore associato a trans e coca, non si sa se girato dal pusher o da un militare (nel caso che il video fossero due, il primo sarebbe opera di un trans e l’altro da un carabiniere). Marrazzo implora i carabinieri di non rovinarlo, teme che abbiano avvertito la stampa, quelli gli portano via qualche migliaio di euro e lo costringono a firmare tre assegni, ma poi non li incassano. Non sono loro che faranno il ricatto: sarà qualcun altro, al quale passeranno il video,o la notizia,o il video e la notizia, in cambio di denaro. Fin da subito è chiaro a tutti che il video è un corpo di reato, frutto di una perquisizione abusiva e violenta, in violazione della privacy di Marrazzo e del domicilio di Natalì, dunque chi lo sa e lo “acquista, riceve, od occulta” ugualmente commette il delitto di ricettazione.

11 luglio
Cafasso, tramite il suo avvocato, contatta Libero ancora diretto da Vittorio Feltri per vendere il video.

15 luglio
Due croniste di Libero incontrano Cafasso, che mostra loro due minuti del video (il resto, dice, riprende volti che “non si devono vedere”). Le croniste informano il loro direttore Feltri che decide di non acquistarlo. Ma da allora sa. Negli stessi giorni sta trattando con Berlusconi per tornare al Giornale (ha raccontato in agosto a Cortina: “Il 30 giugno scorso ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: ‘Ma quand'è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”). Possibile che Feltri non dica niente a Berlusconi di quel che sa su Marrazzo?

Agosto
Morto improvvisamente Cafasso, il video tentano di venderlo i carabinieri deviati, tramite il paparazzo Max Scarfone (già protagonista delle foto a Silvio Sircana alle prese con un altro viado). Scarfone attiva Carmen Masi, titolare dell'agenzia milanese “Photomasi”. Che contatta il settimanale “Oggi” (gruppo Rcs, la stessa rivista che tre anni fa acquistò le foto di Sircana per 100 mila euro, ma non le pubblicò).

21 agosto
Feltri lascia Libero per andare a dirigere Il Giornale, al posto di Mario Giordano. Belpietro lascia Panorama per andare a dirigere Libero. Giordano saluta così i lettori del Giornale: “Nelle battaglie politiche non ci siamo certo tirati indietro (…). Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, bodyguard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove”.

28 agosto
Feltri esordisce da par suo al Giornale, tirando fuori il primo dossier: una vecchia condanna di Dino Boffo, reo di pallide critiche al premier, per molestie su una ragazza. E spiega: “Quando la politica si trasforma e si svilisce scadendo nel gossip, quando gli addetti all'informazione si rassegnano a pescare sui fondali del pettegolezzo spacciando per notizie le attività più intime degli uomini e delle donne, fatalmente la vita pubblica peggiora e riserva sorprese cattive. E se il livello della polemica è basso, prima o poi anche chi era abituato a volare alto, o almeno si sforzava di non perdere quota, è destinato a planare per rispondere agli avversari. La Repubblica da tempo si dedica alla speleologia e scava nel privato del premier, e l'Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, ha pure messo mano al piccone per recuperare materiale adatto a creare una piattaforma su cui costruire una campagna moralistica contro Silvio Berlusconi, accusato di condurre un'esistenza dissoluta in contrasto con l'etica richiesta a una persona che ricopra cariche istituzionali. Mai quanto nel presente periodo si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinché i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche. Cominciamo da Dino Boffo...”. Seguiranno Ezio Mauro, Carlo De Bendetti, Gianfranco Fini, Enrico Mentana, Michele Santoro, Giulio Tre-monti.  

1° settembre
Giangavino Sulas, inviato di Oggi, accompagnato da due dei carabinieri deviati, visiona il solito spezzone del video. E, in mancanza di garanzie sull’autenticità, decide di non farne nulla.

25 settembre
Un uomo vicino alla maggioranza di governo “soffia” a diversi giornalisti, fra cui Peter Gomez de Il Fatto, Giuseppe D'Avanzo de la Repubblica, e un inviato di Libero, che circola un video contro Marrazzo. Notizia impossibile da confermare, dunque impubblicabile.

5 ottobre
La Masi consegna una copia del video a Signorini, anche se questi s'è subito detto disinteressato ad acquistarlo per “Chi”. Signorini dirà di aver “subito avvertito i miei editori”: la presidente di Mondadori, Marina Berlusconi, e l'amministratore delegato Maurizio Costa. Da questo momento - si presume (salvo che non parli per 15 giorni con la figlia) - che il presidente del Consiglio sa del video-ricatto a Marrazzo. Ma non fa nulla, come se attendesse qualcosa. Signorini comunque suggerisce alla Masi di vendere il dvd a Belpietro, che dirige un giornale filoberlusconiano, ma estraneo al gruppo del premier (appartiene alla famiglia Angelucci, editori nonché titolari di cliniche convenzionate con le regioni, Lazio compresa; il capofamiglia Antonio è anche senatore del Pdl).

12 ottobre
Belpietro incontra la Masi che gli mostra il video, ma non gliene lascia copia. La signora dirà a verbale che quel giorno si accordò con Libero per 100 mila euro.

14 ottobre
Mentre il Ros informa la Procura di Roma del ricatto ai danni di Marrazzo e partono le indagini segrete (o quasi) dei carabinieri “buoni” contro i quattro “deviati”, Signorini chiama la Masi e le annuncia una visita di Giampaolo Angelucci, l'editore di Libero, che visiona il video come già ha fatto Belpietro. Masi e Angelucci si risentiranno in serata per concludere l’affare. Ma, nel pomeriggio, ecco un'altra telefonata di Signorini: “Fermate tutto, è interessato anche Panorama (sempre Mondadori, ndr), dobbiamo decidere chi deve pubblicare tutto”. Poi nessuno pubblicherà niente, ma soltanto perchè interverrà la magistratura.

19 ottobre
Berlusconi - tre mesi e mezzo dopo che Feltri ha saputo tutto, 15 giorni dopo che Signorini e Marina han saputo tutto, 7 giorni dopo che Belpietro ha saputo tutto - si decide finalmente a telefonare a Marrazzo per dirgli di aver visto il video, rassicurarlo che non sarà pubblicato dai giornali del gruppo e suggerirgli di chiamare subito l’agenzia Photomasi per acquistarne i diritti e levarlo dalla circolazione. Di denunciare il reato sottostante, nemmeno a parlarne. Ecco la versione ufficiale del premier, affidata al nuovo libro di Bruno Vespa e subito anticipata alle agenzie di stampa: “Appena ho visto il video, ho allungato la mano sul telefono e ho chiamato il presidente Marrazzo. Gli ho detto che c’erano sul mercato delle immagini in grado di nuocergli, gli ho dato il numero dell’agenzia che aveva offerto il video e lui mi ha cordialmente ringraziato”. Il Cavaliere e i suoi consiglieri devono rendersi ben conto che si tratta di un corpo di reato: infatti sono molto interessati a farlo sparire (cosa che può fare solo Marrazzo). Secondo alcuni, sanno che i carabinieri “buoni” e la Procura di Roma stanno indagando e dunque il tempo stringe. Tanto ormai lo scopo è raggiunto: partita l’inchiesta, il governatore è definitivamente sputtanato e non potrà ricandidarsi alle regionali della primavera prossima. Se si riesce a fare in modo che sia lui stesso a pagare “i killer” e a far sparire le prove, è il delitto perfetto. Lo stesso giorno Signorini chiama la Masi e le preannuncia che le telefonerà Marrazzo (da chi altri può averlo saputo, se non dal premier?). Il governatore puntualmente si fa vivo e tenta di recuperare il videotape in cambio di soldi. Ma proprio l’avvio della trattativa accelera il blitz della Procura di Roma, che non può permettere la distruzione della prova regina del ricatto. Infatti il giorno dopo, i quattro carabinieri deviati e Scarfone vengono interrogati. E l’indomani scattano le manette, con la pubblicazione della notizia che mette fuori gioco Marrazzo proprio alla vigilia delle primarie del Pd e la messa in sicurezza del videotape: il corpo del reato. Che giaceva da due settimane nella cassaforte della Mondadori e, da almeno qualche giorno, in un cassetto di Palazzo Grazioli. Ben custodito dall’Utilizzatore Finale.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Silvio, è ora che te ne vada di Christopher Dickey (Newsweek, USA - 12 ottobre 2009)
Traduzione a cura di Italiadallestero.it


Aliens - Ucuntu n.56 del 31 ottobre 2009


Via (de)Gradoli - di Carlo Cornaglia
Mentre Marrazzo fugge in un convento
per lo stress, la vergogna e l’espiazione,
l’italiano ai quotidiani attento
si chiede dove vada la Nazione.

Ha letto sul Giornal del Berluschino
un pezzo miserabile e gaglioffo
su colui che affermò che l’omarino
non si comporta bene, Dino Boffo.
Leggi tutto


Commento del giorno
di Luce -   lasciato il 31/10/2009 alle 15:35 nel post Dimissioni a targhe alterne
Halloween. I politici non si devono nemmeno truccare...


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Vignetta di Bandanax

Signornò

da l'Espresso in edicola


C’è voluto uno scandalo targato centrosinistra, il caso Marrazzo, perché Pigi Battista e Piero Ostellino scoprissero sul Corriere della sera una parola finora inedita nel loro vocabolario: “dimissioni”. Per una volta, non essendoci di mezzo Berlusconi, sono riusciti a guardare la luna invece del dito. Anzichè prendersela con l’”invadenza della magistratura”, strillare alla privacy violata e alla “guerra fra giustizia e politica”, si sono concentrati sul fatto.

Battista: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le sue funzioni” e “deve valutare se fare un passo indietro”.
Ostellino: “In discussione non dovrebbero essere mai gli stili di vita, ma gli eventuali comportamenti pubblici ‘accertabili e difformi’ che ne conseguissero, per qualsiasi carica, premier compreso. Marrazzo ha ceduto al ricatto e pagato i ricattatori. Il ricatto è un reato, al quale mai si deve sottostare, tanto meno un uomo pubblico”. Ben detto. “Premier compreso”.

Poi però Ostellino liquida come “dichiarazioni moralistiche” le critiche a Berlusconi per i sexy-scandali: come se la difesa della Sacra Famiglia cattolica, le leggi antidroga e antiprostituzione non fossero “comportamenti pubblici accertabili e difformi” da quelli di un premier che è pappa e ciccia con un prosseneta-spacciatore, riceve a domicilio prostitute e - come dice la sua signora - frequenta minorenni e mette in lista le girls del suo harem.

Ma sorvoliamo sul sesso e restiamo sul ricatto: “un reato al quale mai si deve sottostare, tanto meno un uomo pubblico”. Nel 1975 Berlusconi subisce un attentato mafioso in una delle sue ville e non lo denuncia. Nel 1986, replay: stessa villa, stessa bomba; stavolta se ne accorgono i carabinieri; il Cavaliere, al telefono con Dell’Utri, parla di “segnale estorsivo” del suo ex-“stalliere” Mangano e rivela di aver detto ai militari: “Se mi avesse telefonato, 30 milioni glieli davo!”. Nel 1988 confida all’amico immobiliarista Renato Della Valle: “Mi han fatto estorsioni in maniera brutta. Mi è capitato altre volte, dieci anni fa, e son tornati fuori. Mi han detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio ed espongono il corpo in piazza Duomo. Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così non rompono più i coglioni”. Nel 1990 la Standa di Catania è bersagliata da attentati mafiosi, finchè i dirigenti berlusconiani pagano il pizzo (180 milioni di lire); ma la Fininvest nega tutto e non denuncia gli estorsori, nemmeno quando vengono arrestati e processati. Due anni fa una gang di paparazzi minaccia di diffondere foto compromettenti di Barbara Berlusconi: Papi cede al ricatto e paga 20 mila euro. Da allora Battista e Ostellino tentano invano di pubblicare sul Corriere due vibranti editoriali in cui chiedono le dimissioni del premier con le stesse parole usate per Marrazzo. Aiutiamoli: con il nostro sostegno, ce la possono fare.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Strage di Viareggio: intervista al ferroviere Riccardo Antonini - parte prima - parte seconda


La desolazione cresce nel paese Italia di Franz Haas (Neue Zürcher Zeitung, Svizzera - 26 ottobre 2009)

da
Micromega.net
Pax mafiosa: noi sappiamo, sono anni che sappiamo... di Barbara Spinelli
"Anche se non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi, sappiamo che le trattative sono esistite almeno fino al 2004. Sappiano che viviamo ancor oggi - con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione - sotto l’ombra di un patto".
Scuola di giornalismo. Tema: la libertà di stampa in Italia... di Alessandro Robecchi

Il potere e il complotto - Ascolta la puntata di "Nudo e crudo" su Radio Rai 1. Ospite in studio: Gianni Barbacetto

Pedofilia e abusi edilizi, alcune analogie - dal blog di Marco Preve

Commento del giorno
di Adriana lasciato il 30/10/2009 alle 13:19 nel post Annozero Live
Ho visto delle facce preoccupate in studio quando parlava il trans (chiedo scusa ma non ricordo il nome) o è stata solo una mia impressione?

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Annozero live - commenta in diretta la puntata di stasera e l'intervento di Travaglio

Vignetta di Natangelo

Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, si è guadagnato un posto da candidato sindaco di Corleone. Ma non per le prossime amministrative. Per quelle, già avvenute, del 1970. Intervistato da Klaus Davi, Petrucci ha detto:"Le cosche? Sono fuori dal mondo dello sport e non lo condizionano. L'episodio di Agrigento è circoscritto e la giustizia sportiva è immediatamente intervenuta per squalificare il dirigente dell'Akragas calcio che aveva dedicato la vittoria a un boss mafioso arrestato pochi giorni prima".

Di fronte ad affermazioni come queste parlare di sottovalutazione del fenomeno non ha senso. A Petrucci sarebbe bastato consultare le collezioni dei giornali per scoprire quello che tutti, a parte lui, sanno benissimo: la mafia, la cammorra e l'ndragheta nel calcio ci entrano da anni. E a piedi uniti. Perché, come si legge in una lettera tra due mafiosi calabresi sequestrata a Castrovillari, il football ha "un ritorno di immagine incredibile e fatto a livello aziendale porta posti di lavoro e guadagni insperati".

Qualche esempio: nel 2004 il clan dei casalesi tentava di rilevare la Lazio con 24 milioni di euro. La settimana scorsa invece si è costituito, dopo due anni di latitanza, il boss Michele Labate, condannato a 14 anni e considerato il "padrone" della zona dove sorge lo stadio di Reggio Calabria. Non certo un caso. Visto che Labate è il cognato del vice-presidente della Reggina, Gianni Remo, appena assolto al termine di un processo per estorsione. A Palermo invece nel 2007 il direttore sportivo dei rosanero Rino Foschi si era visto recapitare a casa per Natale una testa di agnello mozzata. Tra i procuratori dei calciatori c'era infatti un uomo del clan Lo Piccolo. E spesso, come ha dimostrato l'inchiesta, in campo non entravano i giocatori più bravi, ma quelli sponsorizzati dai boss. Il calciatore che gioca anche pochi minuti su un campo di serie A aumenta infatti il suo valore. E può essere rivenduto con guadagni che finiscono per ingrassare le casse dei clan.

Ovviamente tutto questo il presidente del Coni, non lo sa. E non sa nemmeno come moltissime squadre delle serie minori nelle tre regioni controllate dalla criminalità organizzata facciano capo a famiglie di mafia. In questo modo è pure più facile avvicinare i giocatori più importanti e finire per condizionare, come è accaduto decine di volte, i risultati delle partite. Perché, ma al  Coni  non lo hanno detto, il mercato delle puntate clandestine (e spesso pure quello dei centri scommesse ufficiali) è controllato dalle cosche. 

Noi però dobbiamo stare tranquilli. Non c'è niente di cui preoccuparsi. Il calcio e lo sport sono nelle mani giuste. Quelle di Petrucci.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Questa sera Peter Gomez presenta Papi a Sesto San Giovanni (MIlano) nell'ambito della rassegna Musicomedians - Spazio Mil, ore 21 (Ingresso a pagamento)

Commento del giorno
di Francesco - lasciato il 28/10/2009 alle 17:23 nel post L'Italia vista da Parigi: che brutto film
Caro Corrias hai scritto un malinconico gran bel pezzo. Ma, credimi, anche vista dal di dentro l'Italia è un brutto film. Non lo vedono tale solo quelli che sono saliti sul carro (allegorico) del vincitore e si credono, per questo, invincibili. Ma le crepe sul carro ci sono e si sentono gli scricchiolii anche a questa, siderale, distanza.


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Vignetta di Natangelo
da Vanity Fair, 28 ottobre 2009

Vista da qualche chilometro di distanza, per esempio dai boulevard autunnali di Parigi, l'Italia appare dentro allo schermo virato al nero e al viola di un brutto film dove tutto sembra di cartapesta, tranne le lacrime. Il film procede per accumulo, come la tensione nelle centrali elettriche prima del blackout. L'economia è a pezzi, stanno per chiudere migliaia di fabbriche. Le pioggie trascinano paesi a valle. Terremotati rabbrividiscono sotto la neve.

Nel frattemppo, il premier, dopo avere trascorso una notte con una prostituta su un letto che viene direttamente dagli archivi della vecchia Mosca, sparisce per tre giorni a San Pietroburgo in compagnia dello zar di Gazprom. In patria i suoi ministri si accapigliano. Il debito pubblico va fuori controllo. Il governatore del Lazio si fa filmare da due carabinieri infedeli mentre gioca al dottore con un transessuale che si chiama Natalie e che è seriamente innamorata di lui, i due si incontrano due volte la settimana, da 7 anni. Altri carabinieri presidiano l'uscio di casa Mastella a Ceppaloni, stanno cercando lui e sua moglie che gridano al complotto. A Palermo si indaga se lo Stato, durante la stagione delle stragi, abbia trattato con la mafia oppure no. Mentre a Milano un pool di magistrati arresta un paio di imprenditori legati a un altro celebre governatore, il molto devoto Roberto Formigoni.

Si attende da un minuto all'altro che esploda un vulcano o almeno una pestilenza per ripulire l'Italia dai peccatori. Anche se non è mai detto: il finale è a sorpresa, e comunque prima passeranno i gelati e la pubblicità.

Commento del giorno
di  robertino89 - lasciato il 27/10/2009 alle 16:36 nel post C'era una volta l'intercettazione
A maggio mio fratello ha vinto il concorso in magistratura e ieri ha prestato giuramento. E' ufficiale: ho un fratello antropologicamente diverso dal resto della razza umana!

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Pubblico la mia prefazione al libro di Antonio Ingroia "C'era una volta l'intercettazione. La giustizia e le bufale della politica" (Stampa Alternativa, 2009).
mt

Vignetta di bandanax

Se cercavate un trattato giuridico sulle intercettazioni telefoniche e ambientali e sulle norme che le regolano e le regoleranno, lardellato di commi e codicilli, avete sbagliato libro: affrettatevi a restituirlo al libraio e chiedete il rimborso. Se invece cercavate uno strumento divulgativo per capirci qualcosa nella giungla dei luoghi comuni, delle frasi fatte, delle bugie che inondano giornali e televisioni sull’ultima (ma solo in ordine di tempo) legge-vergogna del regime berlusconiano (ma, come purtroppo vedremo, non solo berlusconiano), avete fatto la scelta giusta.

Malgrado sia un magistrato, Antonio Ingroia scrive in italiano comprensibile anche ai non addetti ai lavori. E lo dimostra in questo pamphlet agile e spigliato, a tratti ironico, colto ma mai supponente. C’era una volta l’intercettazione è molto più di un bignami divulgativo sul tema. È anche, anzi soprattutto, un prezioso trattatello sull’uso politico della menzogna e sull’ansia disperata d’impunità della nostra classe politica, o meglio della nostra classe dirigente. Che è la più compromessa e infetta del mondo libero, o semilibero.

Un marziano che si ritrovasse catapultato all’improvviso nelle aule e nei corridoi dei nostri palazzi del potere, a furia di sentire gli inquilini parlare con terrore di intercettazioni e progettare come abrogarle, si farebbe l’idea di essere capitato in una succursale della Banda Bassotti. Nei Paesi normali sono i criminali a essere ossessionati dal timore di venire intercettati e a predisporre tutti gli accorgimenti possibili per comunicare lontano da orecchi indiscreti. In Italia sono politici, amministratori, finanzieri, banchieri, imprenditori, top manager, alti ufficiali delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza.

Nelle tre parti del libro, Antonio Ingroia, già allievo prediletto di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, pubblico ministero in alcuni fra i principali processi di mafia-politica-economia, traccia una storia delle intercettazioni telefoniche in Italia, confuta le più diffuse menzogne in materia e spiega punto per punto il disegno di legge Alfano che sta per essere approvato dal Parlamento dopo varie correzioni e ritocchi.
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Segnalazioni

Per il governo l'evasione si batte con un fumetto di Pietro Salvato (Giornalettismo.com)

11 novembre - "Cittadino alza la testa!"
conferenza di
Piero Ricca su media, democrazia e libertà di espressione al Naba - Nuova Accademia di Belle Arti - a Milano - ore 18 - via Darwin, 20

Commento del giorno
di labischeracubana - utente certificato - lasciato il 26/10/2009 alle 18:45 nel post
Sic Trans Gloria Marrazzo
Come va la sinistra sempre pronti a scannarsi?


continua

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Testo:
"Buongiorno a tutti. Vorrei partire da una cosa che accadde 15 anni fa, esattamente 15 anni fa, nel novembre del 1994: Berlusconi aveva appena ricevuto il suo primo invito a comparire, quello famoso del 21 novembre, quando lui stava a Napoli a inaugurare un convegno internazionale sulla criminalità e il pool di Milano, credendolo già a Roma, gli mandò i Carabinieri a Palazzo Chigi per notificargli quest’invito a comparire, in cui gli si contestavano tre tangenti della Fininvest alla Guardia di Finanza. L’invito a comparire era una convocazione dell’allora e anche oggi Presidente del Consiglio per un interrogatorio e conseguentemente il pool di Milano - Borrelli, D’Ambrosio, Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco - stava organizzando l’interrogatorio, che era piuttosto complesso in quanto avrebbe dovuto avvenire contestualmente in due stanze, con due personaggi diversi; da una parte avrebbero dovuto interrogare Berlusconi e, contemporaneamente, in un’altra stanza del Palazzo di Giustizia dovevano sentire l’Avvocato Berruti, consulente della Fininvest, che era stato sorpreso a inquinare le prove dell’indagine sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e, soprattutto, a aver ordinato questo depistaggio dell’indagine subito dopo un incontro a Palazzo Chigi proprio con Berlusconi: da qui l’incriminazione anche di Berlusconi e quindi dovevano sentire i due protagonisti di quell’incontro, per vedere se si sarebbero o meno contraddetti sull’oggetto di quel vertice a Palazzo Chigi, che precedette l’inquinamento delle prove sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. Il pool stava lavorando alla preparazione di quest’interrogatorio, sono quelle le riunioni durante le quali Di Pietro si disse sicuro di poter dimostrare al processo, prima nell’interrogatorio e poi al processo, la colpevolezza di Berlusconi con la famosa frase “ io quello lo sfascio”, che voleva dire appunto quello, ossia abbiamo gli elementi sufficienti per farlo condannare.
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La rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Una sommessa proposta - di Carlo Cornaglia
Di solidarietà siamo modelli,
di grande aiuto son le istituzioni,    
è l’Italia un paese di fratelli
che deve ringraziare Berlusconi.


Se per la crisi sei povero in canna,
una mano ti danno banche e Cei,
pioveranno quattrini come manna,
ma stai attento: per aver gli sghei...
Leggi tutto
 
Il commento del giorno
di Concita - utente certificato - lasciato il 25/10/2009 alle 10:55 lasciato nel post
La separazione delle bugie
Mio nonno mi ha appena confessato che smetterà di prendere il viagra, vuole entrare in politica, si è convinto che è l'unico modo per diventare un grande trombador

continua


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Vignetta di Natangelo

Signornò
da l'Espresso in edicola, 22 ottobre 2009


Puntuale come i primi freddi autunnali, riparte la manfrina della separazione delle carriere fra giudici e pm. Presentata come il toccasana per spegnere le polemiche e per garantire la 'terzietà' dei giudici rispetto ai pm. Poco importa se stavolta a dar fuoco alle polveri è il caso Mondadori, cioè una sentenza civile emessa al termine di una causa dove non esistono pm, ma solo avvocati. Nel civile non c'è nulla da separare (a parte i conti svizzeri della Fininvest, dei suoi avvocati e del giudice Metta, che ai tempi del lodo Mondadori erano comunicanti). Il problema esiste, teoricamente, nel penale. O meglio esisterebbe se si dimostrasse che l'appartenenza dei pm e dei giudici all'Ordine giudiziario influenza i secondi, rendendoli succubi alle richieste dei primi. Strano che chi lo sostiene non abbia mai commissionato una statistica per verificare se sia vero: ma forse strano non è, perché quella statistica dimostrerebbe che nel 30-50 per cento dei casi (a seconda dei tipi di reato) le richieste dei pm vengono disattese o ribaltate da quelle dei giudici.

La prova che l'influenza dei pm sui giudici è una leggenda metropolitana. Conosciamo l'obiezione: "nel resto d'Europa le carriere sono separate". Anche se così fosse, bisognerebbe ancora dimostrare che il nostro modello costituzionale è peggiore degli altri. Ma non è vero che nel resto d'Europa eccetera. La nostra vera specificità è l'indipendenza di tutti i magistrati - pm e giudici - "da ogni altro potere". In Francia, giudici e pm appartengono a un'unica carriera, come in Italia. Ma il pm dipende dal governo, anche se l'autonomia delle indagini è garantita dal giudice istruttore indipendente. E così in Belgio. Il giudice istruttore indipendente c'è pure in Spagna, dove però le carriere sono separate e il pm è parzialmente soggetto all'esecutivo. In Germania e Olanda la formazione di pm e giudici è unitaria, dopodiché le loro strade si biforcano, ma nulla vieta il passaggio dall'una all'altra. La Gran Bretagna fa storia a sé: il pm non esiste, l'iniziativa penale è della polizia. Nemmeno gli Usa prevedono sbarramenti, anzi è naturale che i 'prosecutor' diventino giudici.

In Portogallo, in origine, le carriere erano separate. Le riunificò il dittatore Salazar, per mettere le mani sulle toghe. Per reazione, la Rivoluzione dei Garofani (1974) riseparò giudici e pm e li rese indipendenti. Risultato: sganciati dalla cultura dell'imparzialità, molti pm diventarono mastini più 'accaniti' di prima, tant'è che da anni la politica medita di riunificare le carriere per riportare un po' di equilibrio. Il 30 giugno 2000 la Commissione anticrimine del Consiglio d'Europa ha approvato una 'raccomandazione': "Gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e complementarietà delle due funzioni". L'Europa vuole copiare il modello italiano e l'Italia se ne disfa. Complimenti.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Bocciatura per 3 voti della risoluzione per la libertà di stampa al Parlamento Europeo: ecco chi dobbiamo ringraziare di Andrea D'Ambra

Scusate tanto
- Ucuntu n.54 (22 ottobre 2009)

Mills e "Il regalo di Berlusconi" - Intervista a Peter Gomez di Daniele Martinelli

Commento del giorno
di Monica66 - utente certificato - lasciato il 23/10/2009 alle 20:11 nel post Convergenze parallele
Non so cosa farò dopo l'uscita dalla scena di Berlusconi, ma non vedo l'ora di scoprirlo! ;-P



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