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da Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2010

Ormai i depistaggi arrivano rapidissimi, in contemporanea con le piste. Lasciamo da parte Minzolingua, che è un professionista (il Tg1 è tutto un “presunto”: manca soltanto che B. diventi il presunto premier e quella di Arcore la sua presunta villa). A scavalcarlo han provveduto persino Emilio Fede, che al suo confronto è Ted Turner e lo stesso B., che ha confessato quasi tutto: conosce Ruby e le ha aperto il suo cuore, al punto di attaccarsi al telefono per salvarla dai poliziotti rossi che avevano osato fermarla per furto. Lasciamo pure da parte i giornali della ditta che, non potendo negare la storia, riattaccano le lagne del “gossip” e della persecuzione, come se la Procura di Milano avesse braccato la ragazza per incastrare B., e non se la fosse invece trovata fra i piedi per caso. Il Giornale titola: “Otto procure a caccia di Berlusconi. Neanche fosse Al Capone”. E Libero: “Ci risiamo con la gnocca. Trappolone per il Cav”. Se passa l’idea che lo perseguitano perché gli piacciono le donne, come riuscì a far credere un anno fa per Noemi, le veline candidate, la D’Addario e i festini nelle ville, B. vincerà anche stavolta. E nei bar si risentirà l’orrendo ritornello italiota: “Lui almeno ama le donne, a sinistra invece sono gay o vanno a trans”.
Proprio a questo – dirottare l’attenzione dal vero oggetto dello scandalo verso le sue abitudini sessuali – mirano le dichiarazioni rilasciate ieri da B., dopo l’improvvida confessione del primo giorno: “Amo la vita e amo le donne. Nessuno potrà mai farmi cambiare stile di vita, faccio degli sforzi massacranti, nessuno mi può impedire di passare ogni tanto qualche serata distensiva. Mi sono adoperato per trovare un affidamento per questa ragazza: mi sembrava in una situazione drammatica, le ho mandato una persona (Nicole Minetti, ndr) ad aiutarla”. E così, in un incrocio fra la parabola evangelica e la fiaba, ecco il buon samaritano che si ferma sulla strada fra Gerusalemme e Gerico a soccorrere la piccola fiammiferaia marocchina. Poi, si capisce, siccome si sacrifica per noi, avrà pur diritto a un po’ di svago. La vita è breve e la carne è debole.

Casomai, una volta tanto, le opposizioni volessero approfittare dell’ennesimo scandalo (non solo è un loro interesse, ma un preciso dovere), dovrebbero evitare dichiarazioni moralistiche sullo stile di vita, la concezione della donna, la volgarità e i gusti sessuali del premier (fatti suoi, di chi lo vota e frequenta). E inchiodarlo non al bunga bunga, ma agli aspetti pubblici della vicenda. 1) L’abuso di potere (non più reato grazie a un’astuta legge del centrosinistra) commesso con la telefonata in Questura per far rilasciare la ragazza prima che parli spacciandola per nipote di Mubarak. 2) Il ruolo della Minetti, “igienista dentale” e tante altre cose, promossa su due piedi consigliere regionale. 3) L’esercito di persone che vedono, sanno, magari registrano tutto e possono chiedere qualsiasi cosa in cambio del silenzio: ragazze, amiche, prosseneti, mediatori, autisti, uomini di scorta, persone di servizio, altri invitati. 4) Il ruolo di Lele Mora, che procaccia al sultano ragazze anche a pagamento, anche minorenni e poi, quando una si mette nei guai e   rischia di parlare, manda avanti la figlia per adottarla: lo fa gratis o c’è qualcosa anche per lui? 5) I tempi e i modi delle “indagini difensive” dell’on. avv. Ghedini, che interroga a una a una le ragazze ancor prima che compaiano dinanzi al pm: un’attività consentita da un’altra geniale legge del centrosinistra, che però potrebbe sconfinare nell’inquinamento probatorio.

Di questo dovrebbero parlare una politica e una stampa degne di questo nome. Infatti Bersani blatera di “singolari abitudini del premier”. Quel genio di D’Alema strilla all’“involgarimento” e chiede che “la Chiesa intervenga” (salvo poi accusarla di interferenza quando interviene su temi sgraditi al Pd). E il Pompiere della Sera titola: “La bufera delle feste di Arcore”. Ecco: il problema sono le feste e le condizioni meteorologiche nei cieli della Brianza. Più che un’inchiesta, basta aprire un ombrello. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Minzoparade - La top ten del Tg1 delle 20 - Il blog su www.ilfattoquotidiano.it


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Signornò, da L'Espresso in edicola 

Per anni le rubriche di Piero Ostellino sul Corriere erano considerate come i borbottii del vecchio zio un po’ bizzarro e picchiatello dei romanzi di Jerome, tipo “Lo zio Piero appende un quadro”. Quello che attacca bottoni infiniti, ma in fondo, a piccole dosi, mette buonumore. Ultimamente però l’incontinente zio Piero ha preso a tracimare con editoriali e articolesse, in cui parla a nome del giornale (“noi del Corriere…”). E la faccenda s’è fatta terribilmente seria. Finchè difendeva Moggi e Ricucci, dedicava articoli luttuosi alla morte del suo cane, tuonava contro lo Stato illiberale (“il Leviatano oppressore”) che perseguita i pirati della strada perché “il limite di velocità è diventato una forma di lotta di classe, le auto di grossa cilindrata sono il Palazzo di Inverno da assaltare e l’autovelox l’incrociatore Aurora che dà il via alla rivoluzione egualitaria”, si poteva assecondarlo con qualche sorriso imbarazzato. Ma, da quando si crede il direttore del Corriere, c’è poco da ridere.

Un giorno chiede “le dimissioni di Fini da presidente della Camera in quanto incompatibile con la nuova veste di oppositore del governo”, ma dimentica di specificare quando mai Fini si è opposto a un atto del governo e come mai noti oppositori come Pertini e la Jotti diventarono presidenti della Camera. Un’altra volta se la prende con l’inchiesta di Report sulle ville acquistate dal premier ad Antigua da una misteriosa offshore e sul suo conto corrente all’Arner Bank indagata per riciclaggio (“cattivo giornalismo”, “propaganda politica”). E scrive ben tre pezzi per difendere il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, indagato per le minacce alla Marcegaglia: a suo dire le intercettazioni sono illegali in quanto il di lei “portavoce Arpisella, non essendo inquisito, poteva essere intercettato solo se avesse contattato e/o venisse contattato da un inquisito”. Forse non sa che il giudice può pure intercettare non indagati che parlano con altri non indagati, se depositari di notizie utili alle indagini (per esempio i familiari di un sequestrato). Il pover’uomo parla di “indagine preventiva su un’inchiesta giornalistica di là da venire e già immaginata come reato”. Forse gli sfugge che un’inchiesta giornalistica si scrive e si pubblica, non si tiene nel cassetto per minacciare di tirarla fuori quando l’interessato critica il governo. Altrimenti è un ricatto, cioè un reato.

Nessuno dovrebbe saperlo meglio di Ostellino, che proprio un anno fa invocò giustamente le dimissioni di Marrazzo perchè “ha ceduto al ricatto e pagato i ricattatori. Il ricatto è un reato, al quale mai si deve sottostare, tanto meno un uomo pubblico”. Ora, per il nostro codice, il ricatto è reato per chi lo commette, mentre chi lo subisce di solito è vittima di estorsione. Invece, per il Codice Ostellino, chi lo subisce deve dimettersi e chi lo fa è un paladino della “libera informazione che fa il proprio mestiere”. Perché “a noi del Corriere non piace il giornalismo militarizzato”. Ben detto, zio.
(Vignetta di Bandanax)






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da Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2010

Fosse per noi, il gossip sarebbe vietato da un pezzo. Non si vede perché uno non possa andare a cena o a letto con chi gli pare senza ritrovarsi “giornalisti” e paparazzi alle calcagna e finire in edicola. Lo stesso vale per i politici, salvo per quelli che sfilano al Family Day e poi hanno tre o quattro famiglie o fanno le leggi per arrestare prostitute e clienti e poi frequentano prostitute. Dunque, all’alba del nuovo sexy-scandalo di B., precisiamo subito che il gossip non interessa né deve interessare a nessuno: B. è libero di ricevere a casa sua tutte le ragazze che vuole e farci quello che vuole, purché le interessate siano d’accordo. E, ovviamente, a patto che non vengano commessi reati e che B. non si renda ricattabile.

Le due faccende, fra l’altro, sono collegate: se uno commette reati, ma anche comportamenti moralmente o politicamente indecenti, chi li conosce lo tiene sotto scacco e può chiedergli di tutto per monetizzare il proprio silenzio. È proprio questo il caso di B., e non solo per le rivelazioni della minorenne marocchina Ruby. Sono almeno trent’anni che B. è ricattato. In principio, per cose di mafia. Nel 1998, intercettato al telefono con l’immobiliarista Renato Della Valle, B. confida: “Devo mandare i miei figli in America, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta... Mi è capitato altre volte, dieci anni fa e... sono ritornati fuori... mi han detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo... Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Nel marzo '94, mentre lui diventa presidente del Consiglio, il consulente Ezio Cartotto assiste a uno sfogo di Dell’Utri: “Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io...”. Poi il pizzino attribuito a Provenzano e rielaborato da Vito Ciancimino, che minacciava di “uscire dal mio riserbo che dura da anni” e cominciare a parlare, se non fossero stati risolti i problemi giudiziari suoi e degli amici degli amici e se B. non avesse “messo a disposizione una delle sue reti tv” per la bisogna. Negli ultimi anni, oltre ai messaggi di radio-carcere (“Iddu pensa solo a Iddu...”) e dal clan Graviano (“se non si muove nulla per noi, dobbiamo iniziare a parlare”), c’è l’avvocato Mills che incassa 600 mila dollari per non dire tutto quel che sa su “Mr. B”.

E poi le ragazze. Orde di signorine che han fatto e visto qualcosa che riguarda B. e potrebbero raccontarlo al migliore offerente. B. chiama disperato Saccà perché ne sistemi una mezza dozzina a Raifiction: una in particolare, “Antonella Troise, sta diventando pericolosa”. S’è messa a parlare. Quando escono le prime intercettazioni, due estati fa, B. prepara addirittura un decreto urgentissimo pur di bloccare le altre, poi distrutte dai giudici di Roma. E ancora il ricatto minacciato da un agente del Sisde, marito di Virginia Sanjust, la giovane annunciatrice tv che, secondo i giudici di Roma, aveva “intrecciato una stretta relazione” sentimentale con B. E la strana familiarità di B. con i genitori della minorenne Noemi Letizia, che lo convocano alla festa per i 18 anni della ragazza e lui vola immantinente a Casoria. Avrebbe potuto ricattarlo pure la D’Addario, con tutto quel che sa e ha registrato sulle notti brave a Palazzo Grazioli, ma per sua fortuna non lo fece e raccontò tutto ai giudici. E il sindaco di Pontecagnano, Ernesto Sica, che minaccia di raccontare la compravendita di senatori del 2007 per far cadere Prodi, ma si cuce la bocca e, come per incanto, diventa assessore regionale. E Fabrizio Favata, che porta l’intercettatore Raffaelli da Paolo e Silvio B. col pacco dono della telefonata Fassino-Consorte, poi tenta di spillare soldi ai due fratelli in cambio del suo silenzio.
La domanda, che non c’entra nulla col gossip e molto con la politica, è semplice: quante altre persone sono in grado di ricattare B.? E fino a quando ci faremo governare da un premier ricattabile?   
(Vignetta di Natangelo)


 

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da Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2010

Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l'una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso.

Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi.
A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno.

Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa). Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso.
Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.   
(Striscia di Fei)

Nonsuch bay - Le poesie di Carlo Cornaglia
Ha una passione il noto personaggio
per trafficar con banche chiacchierate,
se non c’è almeno odor di riciclaggio
non ci mette i suoi soldi il gran magnate.

Così fu in gioventù con la Rasini,
poi diventata banca di Sindona,
così succede adesso coi quattrini
che in una banca svizzera accantona
(leggi tutto)



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da Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2010

L’abbonato Savino A. ci scrive: “Sono un ‘vecchio’ iscritto al Pci e a tutte le forme di partito seguite alla sua trasformazione. Sono due anni che non rinnovo la tessera. Non perché sono in disaccordo, ma perché sul mio territorio non ho più riferimenti di sezione. Vorrei sapere perché Travaglio e Telese trovano sempre un motivo per attaccare i vertici Pd. Per voi è meglio il populismo di Di Pietro, che poi in piazza porta pochissima gente? Il Popolo viola è composto maggiormente da persone che votano Pd. E Beppe Grillo cosa fa per le fabbriche che perdono lavoratori e chiudono andando all’estero? Cerca solo di creare scontento verso il maggior partito di opposizione per rubare voti. Abbiamo cavalcato la ‘simpatia’ per Fini, ma alla fine cosa ha fatto? Ho 63 anni e la licenza di avviamento industriale, sono un ‘povero autodidatta’ e come ex tipografo la curiosità dello scritto l’ho sempre avuta. Conosco Massimo Fini dai tempi di Linus, Chierici quando stava su altri periodici, altri li ho visti crescere giornalisticamente, non sempre d’accordo su ciò che scrivevano e scrivono, ma li ho sempre letti con attenzione, ma perché Travaglio odia il Pd?”.

Caro signor Savino, è vero: critichiamo spesso e volentieri il Pd. Significa che lo “odiamo”? Non direi. 
Anzitutto sappiamo distinguere questa classe dirigente decrepita del Pd, che da trent’anni esibisce sempre le stesse facce e si trascina dietro errori madornali (mai una legge antitrust, mai una legge sul conflitto d’interessi, mai una legge che facesse funzionare la giustizia...), da una base di milioni di elettori che meriterebbero di meglio. E poi il Fatto ha una linea politica semplice e chiara: la Costituzione. Apprezziamo ed elogiamo chiunque la difende e si batte per attuarla fino in fondo, a sinistra e a destra (compresi, quando lo fanno, Grillo, Di Pietro e Fini, senza il quale il “processo breve” e il bavaglio sulle intercettazioni sarebbero legge). Detestiamo e critichiamo chi la calpesta e la sfigura, con parole, opere e “riforme”, a destra e a sinistra.

Sarebbe bello poter dire che gli attacchi alla Costituzione vengono solo da destra, ma non è così. Ricorda la Bicamerale, che trattava la Costituzione come un ferrovecchio e voleva riscriverne tutta la seconda parte? La presiedeva l’allora leader Ds D’Alema, tuttoggi azionista di maggioranza del Pd. Non ha cambiato idea. E nemmeno Violante, responsabile Pd per le riforme: dopo aver suggerito al Pdl varie schifezze che attentano all’indipendenza della magistratura, è stato invitato come docente alla scuola quadri del Pdl e, naturalmente, ha accettato. Quando, ad Annozero, il segretario Bersani si è impegnato a difendere “la Costituzione più bella del mondo”, ho scritto un articolo intitolato “Elogio di Bersani”. Mi auguravo che avvertisse Violante che la Costituzione va bene così.
Invece Violante ha seguitato a fare il suggeritore di Alfano, consigliandogli porcate che non erano venute in mente neppure ai berluscones. E Bersani zitto.

Ora Alfano presenta la controriforma costituzionale della magistratura e sottolinea che è copiata dalla “bozza Boato” della Bicamerale, approvata nel ‘98 da tutti i partiti – eccetto Rifondazione – quando la maggioranza l’aveva il centrosinistra: separazione di fatto delle carriere di pm e giudici, sdoppiamento del Csm, priorità sui reati da perseguire e da trascurare decise dal Parlamento, nuovi poteri di interferenza del Guardasigilli nell’indipendenza dei magistrati. Se quella bozza non entrò nella Costituzione, fu solo grazie a B., che rovesciò il tavolo perché pretendeva pure l’amnistia (fu poi accontentato nel 2006 con l’indulto). Ora la ripropone pari pari. Con quale faccia il Pd, guidato da quasi tutti i dirigenti Ds e Ppi che approvarono la controriforma in Bicamerale, può opporsi credibilmente alla controriforma Alfano che ne è la fotocopia? Quando il Pd si darà una nuova classe dirigente immune dagli inciuci degli ultimi 16 anni e s’impegnerà a non ricascarci, saremo felici di credergli. E, se manterrà le promesse, di elogiarlo. 
(Vignetta di Fifo)




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"Buongiorno a tutti, questa settimana direi due cose importanti tra le tante: 1) un no di Napolitano, noi spesso abbiamo criticato il Capo dello Stato perché non riusciva a dire la parola “no” questa settimana ne ha detto uno, vedremo perché, cosa implica. 2) Le anticipazioni fornite dai giornali sulla cosiddetta “riforma della giustizia” presentata dal Ministro Alfano, che in realtà non è una riforma della giustizia. (leggi tutto)

Segnalazioni

21 ottobre 2010: la Commissione affari costituzionali del Senato approva lo scudo per Berlusconi - Il testo del Ddl nella rubrica Signori della Corte a cura di Barbara Buttazzi

Ricominciare da Telejato - di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org

Quanto costa la verità - Ucuntu n.91 del 25 ottobre 2010

Roma, 26 ottobre, ore 16 - Nell'ambito del convegno italo-tedesco per giornalisti, Marco Travaglio partecipa a una tavola rotonda sul giornalismo di qualità e i modi di finanziarlo. C/o palazzo Baldassini (istituto Don Luigi Sturzo), via delle Coppelle 37

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da Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2010

L’altra sera ad Annozero, fra una palla e l’altra, Belpietro è riuscito a dire che il Fatto perde copie. Vista l’attendibilità della fonte, ci siamo subito preoccupati e siamo andati a controllare. Nel primo anno di vita, abbiamo venduto in media 64.540 copie al giorno, più oltre 40 mila abbonamenti. Totale: 105 mila. Già nel 2009, anche se non era certo questo il nostro obiettivo, superavamo Libero che nell’agosto 2009 - luglio 2010 sotto la direzione Belpietro (subentrato a Feltri l’estate scorsa) ha venduto 91.175 copie medie (dati Ads). Siamo in calo? Al contrario: luglio 2010, 64.883 copie (abbonamenti esclusi), agosto 70.541, settembre 72.050. Chi ci mantiene? I lettori. Nei primi nove mesi 2010 abbiamo ricavato 21.186.140 euro tra vendite e abbonamenti e solo 418 mila euro di pubblicità. Contributi per l’editoria dalla Presidenza del Consiglio: zero. Dipendenti: 35 giornalisti e 5 non giornalisti.
Vediamo ora Libero. Nella relazione al bilancio al 31 dicembre 2009, approvato dall’assemblea dei soci alla presenza del consigliere Belpietro, si ammette “la riduzione di 33 mila copie al giorno”. E si legge: vendite di settembre 2009, 78.406 copie (contro le 109 mila del luglio 2009, ultimo mese di Feltri); ottobre: 75.838 copie; novembre 71.032; dicembre 70.612. Nell'ottobre 2006 Feltri ne vendeva 153.991. Tre anni dopo, Belpietro è precipitato a meno della metà: 75.838. Da agosto 2009 a luglio 2010 Libero ha “tirato” (cioè stampato) – sempre secondo i dati Ads – 189.671 copie medie. Ma le rese,
cioè le copie invendute che tornano indietro dalle edicole, sono una montagna: 82.488 copie.

I contributi governativi infatti premiano gli spendaccioni, essendo basati sulle tirature lorde: più stampi, più spendi, più incassi e più distruggi carta al macero. Filippo Facci attribuisce generosamente a Libero 100 mila copie, cioè la differenza fra tiratura e rese: 102.182 dall’estate 2009 a quella 2010. Ma quelle non sono le copie vendute in edicola (91.172), bensì quelle genericamente “diffuse”. Il dato include le copie cedute in blocco fuori edicola, a chissà chi (magari gli ospedali dell’editore Angelucci, enti, alberghi, treni) e chissà con quali sconti. Quelle vendute fuori edicola sono 17.841, di cui 14.185 “in blocco”. Il dato di Libero paragonabile al nostro di settembre 2010 (72.050 in edicola più 40 mila abbonati: 112 mila copie “vere”) è la misera cifra di 73.334 che l’Ads classifica come “vendita canali previsti dalla legge”. Come si mantiene, allora, Libero?
Grazie al contributo governativo: l’ultimo noto, nel 2008, era di 7,2 milioni di euro. E grazie alla pubblicità raccolta dalla concessionaria Visibilia dell’on. Daniela Santanchè (che ha appena lasciato il campo alla Publikompass, gruppo Fiat): 10,8 milioni.

A Concita De Gregorio, direttore de L’Unità, che lamentava la distorsione del mercato pubblicitario che premia la concessionaria di Libero, Facci ha risposto sventolando le dure leggi del mercato: “L'Unità vende 42 mila copie, Libero supera le 100 mila: basterebbe questo a chiudere il discorso”. In realtà ne apre due, di discorsi: quello delle copie e quello della pubblicità graziosamente concessa agli amici del governo da società statali, parastatali, concessionarie pubbliche, ministeri, aziende autonome ecc. Dal bilancio di Libero 2009 risulta che la raccolta pubblicitaria (10,8 milioni) è cresciuta del 26,5% (+2,3 milioni sul 2008), in un mercato dei quotidiani che flette del 18,6% (dato Nielsen) e a fronte di un crollo di copie vendute (per mascherarlo, il bilancio 2009 di Libero non riporta più i ricavi da vendita).
Morale della favola: il Fatto vende 40 mila copie più di Libero e chiude il suo bilancio in largo attivo senza un euro di fondi pubblici e con appena 400 mila euro di pubblicità. Libero vende 40 mila copie in meno e sta in piedi, con un organico più del doppio del nostro (98 dipendenti contro 40), grazie ai 10 milioni di pubblicità e ai 7 di fondi pubblici. Con quei soldi in più, noi potremmo creare un altro Fatto e assumere altri 100 giornalisti. Ma preferiamo restare così: piccoli e liberi.

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Fenomenologia del Minzolismo
-
di Giuseppe Giulietti (da www.micromega.net)



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