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bandanax

Signornò, da L'Espresso in edicola

Si indaga su un politico? Per commentare si attende il rinvio a giudizio. Rinvio a giudizio? Si attende la sentenza del tribunale. Condanna in tribunale? Si attende l’appello. Condanna in appello? Si attende la Cassazione. Poi finalmente si pronuncia la Cassazione e tutti si dimenticano di commentare. Con la sentenza sul corrotto prescritto David Mills s’è fatto anche di peggio: il 25 febbraio, quando uscì il dispositivo della Cassazione, i turiferari del Cavalier corruttore lo spacciarono per assoluzione, grazie anche al Tg1 dell’apposito Minzolini. Quando poi, il 21 aprile, sono arrivate le motivazioni, tutti zitti.

Torniamo a due mesi fa: le Sezioni unite dichiarano prescritto il reato di Mills, retrodatando la prescrizione da febbraio 2010 a dicembre 2009, e condannano l’imputato a risarcire 250 mila euro allo Stato. E’ chiaro a tutti che Mills fu corrotto. Da chi, segreto di Pulcinella. Ma Berlusconi dice che “il reato non è stato commesso” e strilla alla “persecuzione giudiziaria” dei “pm talebani”. Il suo capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto delira di “dura sconfitta per il rito ambrosiano”. Il dioscuro del Senato Maurizio Gasparri vaneggia di“giudici milanesi sconfessati e sbugiardati”. Per il capo dei senatori leghisti Federico Bricolo, “questa clamorosa sentenza prova l’accanimento contro Mills per colpire Berlusconi”. Il coordinatore Pdl Denis Verdini tuona contro la “persecuzione giudiziaria ai danni del premier per sovvertire la volontà degli italiani”. L’on. avv. Niccolò Ghedini assicura: “La Cassazione non dice che Mills è colpevole. Nessun accertamento di reato”. “Vittoria di Berlusconi. Schiaffo della Cassazione ai pm”, titola il Giornale: “Il Cav e gli italiani dovrebbero essere risarciti”. “Il Cavaliere - scrive Vittorio Feltri - può cantare vittoria: se non c’è più il corrotto, non ci può più essere il corruttore”. Libero è lapidario: “Silvio assolto”. Sotto, il solito Filippo Facci deduce che, siccome il reato (per Mills) s’è prescritto nel dicembre 2009, “il processo non doveva neanche iniziare” (nel 2005).

Due mesi dopo arrivano le motivazioni: il reato c’era eccome, Mills fu corrotto con 600 mila dollari targati Biscione in cambio della sua “reticenza” al processo d’appello sulle mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza. Berlusconi fu condannato in primo grado, prescritto in appello e assolto in Cassazione per “insufficienza probatoria” appunto perché Mills “aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off-shore”. E proprio la carenza di prove certe sul punto determinò … l’assoluzione di Berlusconi”.
Se Mills non fosse stato comprato e avesse detto la verità, le prove sarebbero state certe e sufficienti a condannare per corruzione il Cavaliere. Che sarebbe finito in carcere, non a Palazzo Chigi. Ecco perché, sulle motivazioni della Cassazione, tutti tacciono. “Quando potremo dire tutta la verità – diceva Leo Longanesi - non la ricorderemo più”. 
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

AD PERSONAMMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere).
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Bolzano, 30 aprile, ore 20.30
C/o Auditorium Istituto tecnico industriale Galileo Galilei, via Guncina 2/a
Torino, 3 maggio, ore 18
c/o Teatro Espace, via Mantova 38




Commento del giorno
di Andrea Lanteri - lasciato il 30/4/2010 alle 0:24 nel post Contromisure al bavaglio
Il fatto stesso che i politici abbiano paura delle intercettazioni depone a favore delle stesse. Mai visto un italiano, mai, che abbia paura di essere intercettato. "Male non fare, paura non avere". E' facile anche da capire. Se ne hai paura, vuol dire che fai qualcosa di male.

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 fifo

Se alla fine passerà questa porcheria sovietica di legge che inceppa le intercettazioni telefoniche, le intralcia nello spazio e nel tempo, ne vieta per anni la pubblicazione e insomma le cancella sine die, bisognerà inventarsi delle contromisure al di là dei singoli giornali/giornalisti disposti a rischiare sanzioni e galera per quel po’ di inchiostro indispensabile alla libertà di stampa.

Di Pietro ha detto che leggerà in aula i testi delle intercettazioni per trasformarli in atti parlamentari e quindi liberarli sebbene in forma stenografica. Sarebbe cosa buona e giusta che anche gli altri parlamentari dell’opposizione  facessero altrettanto. E magari i senatori a vita, in nome della Costituzione. E le numerose Fondazioni, mirabili di arredi e convegnistica, impegnate in massime et eccellentissime architetture riformiste. E poi gli attori, i comici, i premi Nobel disponibili. Giusto per moltiplicare i punti di fuga di quello che si vorrebbe imprigionare (e gestire) nel segreto.

Servirà il Web, naturalmente. Ma non sarebbe male usare anche le bacheche scolastiche, aziendali. Riesumare quella antica forma di carta e manovella, oggi sostituita dalla velocità digitale, che si chiamava volantinaggio e costituiva una delle più semplici e efficaci forme di informazione orizzontale. E se tutto ci fosse precluso in patria andrà benissimo pure un banchetto a Bruxelles, uno a Ginevra e uno al 760 di United Nations Plaza, New York, magari insieme con i kazaki, i ceceni e i redattori del Tg1. Parliamone.
(Vignetta di Fifo)

Sire, il trono vacilla - Le poesie di Carlo Cornaglia
“Siamo giunti alla comica finale!”
nel dì del predellino disse Fini
per poi seder, svogliato commensale,
al desco a trangugiar veri abomini.

Si sa com’è l’effetto Mitridate:
un giorno dopo l’altro ci si avvezza,
ma è poi cambiato il cuoco del magnate
ed ai fornelli Bossi è una schifezza. (leggi tutto)

Carlo Cornaglia presenta Berlusconeide. Poema Cavalieresco a Torino, venerdì 30 aprile, c/o Libreria Feltrinelli, piazza CLN 251, ore 18.30.  Interviene Gad Lerner

Segnalazioni

Intercettazioni: se Ddl diventa legge immediato ricorso alla UE - da articolo21.org
Video - E adesso intercettateci tutti - Da antefatto.it il video della manifestazione del FNSI del 28 aprile a Roma.

Annozero live: i vostri commenti alla puntata



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“Siamo giunti alla comica finale!”
 nel dì del predellino disse Fini
 per poi seder, svogliato commensale,
 al desco a trangugiar veri abomini.

 Si sa com’è l’effetto Mitridate:
 un giorno dopo l’altro ci si avvezza,
 ma è poi cambiato il cuoco del magnate
 ed ai fornelli Bossi è una schifezza.

...(leggi tutto)


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bandanax


di Peter Gomez e Marco Lillo, da Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2010

Le 54 pagine della citazione civile notificate ieri a Il Fatto Quotidiano dal presidente del senato, Renato Schifani, spiegano bene quale considerazione abbiano della libertà di stampa molti esponenti delle nostre classi dirigenti. Nei mesi scorsi, come è noto, questo giornale ha pubblicato più puntate di una lunga inchiesta sulla vita umana e professionale della seconda carica dello Stato e alcuni pezzi di commento sulle risposte (mancate) di Schifani. L’indagine giornalistica si è rivelata quanto mai opportuna.

Dopo i primi articoli è tra l’altro 
emerso come il nome di Schifani, già citato da altri collaboratori di giustizia, fosse stato fatto anche di recente da due protagonisti della storia di Cosa Nostra palermitana: Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Gaspare Spatuzza, il braccio destro ora pentito dei fratelli Graviano, i boss di Brancaccio condannati per le stragi del 1993. E le loro dichiarazioni, vista l’importanza delle persone tirate in ballo, sono state ampiamente riprese da giornali e agenzie. Ora, è bene dirlo subito, nè Ciancimino, nè Spatuzza, hanno imputato a Schifani dei reati. E nemmeno lo avevamo fatto noi de Il Fatto con le nostre inchieste.
Ciancimino ha raccontato
 
come il presidente del Senato da giovane fosse stato l’autista del potente senatore fanfaniano, Giuseppe La Loggia, solito accompagnarlo alle riunioni con l’eurodeputato Salvo Lima e suo padre Vito. Spatuzza ha poi sostenuto di aver visto Schifani mentre, al fianco del suo cliente Pippo Cosenza, s’incontrava nei primi anni novanta con Filippo Graviano. Mentre, Il Fatto Quotidiano ha ripercorso i rapporti societari e professionali del senatore azzurro, rivelando come tra questi ve ne fossero stati molti con persone poi ritenute o mafiose, o contigue o complici di Cosa Nostra.  

Se non si vogliono ridurre i giudizi politici su chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni alla categoria (giudiziaria) del colpevole o innocente, ci pare sia necessario partire proprio da notizie come queste. Specie quando sono numerose e reiterate nel tempo. Nelle democrazie liberali le regole del gioco sono chiare. La selezione delle classi dirigenti, e ancor più quella delle altissime cariche istituzionali, non viene demandata alla magistratura, ma all’opinione pubblica. L’elettore ha il diritto di sapere tutto sul suo candidato per poi sceglierlo o bocciarlo al momento del voto (o almeno era così finchè ci veniva data la possibilità di esprimere le nostre preferenze). Il Fatto si è sempre mosso - e continuerà a muoversi - proprio in questa convinzione. E per dar modo al senatore Schifani di offrire la sua versione, o di contestare eventuali inesattezze rispetto a quanto da noi 
scoperto, prima di scrivere, lo ha contattato via e-mail o attraverso il suo portavoce. Il presidente del Senato, pur informato nei particolari, non ha mai voluto rispondere.

Oggi leggendo la citazione in giudizio con cui Schifani chiede un risarcimento da 720mila euro si comincia a intuire il perché. In 54 pagine il senatore bolla come “falsa” (e vedremo poi quale) solo una delle decine di notizie su di lui riportate da Il Fatto Quotidiano. Schifani invece si lamenta genericamente perchè “gli autori hanno tratteggiato, con dichiarazioni altamente diffamatorie, la figura dell’attore (lui, il presidente del Senato ndr) come quella di un soggetto vicino agli ambienti della criminalità mafiosa, ledendone la sua reputazione, dignità e prestigio professionale e personale”. L’unica prova addotta non è però il contenuto degli articoli o delle inchieste portate in giudizio, ma è una 
vignetta-fotografica del 22 novembre, pubblicata nella rubrica Satire&satiriasi . Un’immagine in cui Schifani, immortalato mentre offre la mano stesa a alcuni parlamentari, appare circondato da persone a cui viene fatto dire “bacio le mani”. In casi come questi più che invocare il diritto di satira, serve invece ricordare la storia. La libertà di parola è nata nel ‘700 per poter parlare male di chi stava al potere. Per parlarne bene, infatti, c’erano già i cortigiani.

Ma andiamo avanti. Quale sia la filosofia che sta alla base della citazione lo si capisce leggendo le pagine 29 e 30 del documento. Il Fatto il 20 novembre per la penna di Marco Lillo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Schifani e la casa della mafia”. È la storia di un palazzo 
abusivo, quasi interamente costruito e abitato da parenti o esponenti di famiglie mafiose. A opporsi allo scempio edilizio erano due palermitane, le sorelle Pilliu, che proprio per questo furono anche ascoltate informalmente da Borsellino prima della morte. Schifani, con un suo collega di studio, assisteva invece dal punto di vista amministrativo il costruttore Pietro Lo Sicco. Il nipote di Lo Sicco, Vincenzo, dopo essere stato collaboratore dello zio ha avuto il coraggio di rompere con quel mondo e di testimoniare contro il suo familiare. Il Lo Sicco “buono” ha sostenuto in aula che Schifani si vantò con lui di aver salvato palazzo “facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi” e che la sanatoria era “riuscito a farla pennellare in quello che era l'esigenza di questi edifici”. Per la seconda carica dello Stato “non si vede quale sia l’interesse pubblico ad un processo nel quale il presidente Schifani non risulta in alcun modo indagato e nel quale le dichiarazioni rese dal Lo Sicco non sono passate al vaglio della magistratura”. In realtà Il Fatto, dopo aver scritto, chiaramente che i pm non avevano ritenuto di mettere Schifani sotto inchiesta, ha riassunto una serie di elementi che lasciano la porta aperta ad interrogativi.

Già nel ‘94, pur non essendo formalmente iscritto a partito, Schifani lavorava politicamente al fianco del senatore
Enrico La Loggia, capogruppo degli azzurri. Il condono allora varato dal governo Berlusconi, come ammette lo stesso senatore, ha permesso di mettere in regola il palazzo. Ma c’è di più. Schifani sostiene che è una “affermazione gravemente falsa e ingannevole” scrivere che un emendamento alla legge finanziaria del 2000, presentato da un esponente di Forza Italia, fosse ad personam perchè sembrava ritagliarsi alla perfezione sugli inquilini dello stabile. Per capire che non è così basta però guardare che cosa è accaduto. Fino a quell’anno chi aveva firmato un compromesso di acquisto per un appartamento in un palazzo abusivo poi confiscato per fatti di mafia, non poteva perfezionare la compravendita. Grazie alla nuova legge sì. Tanto che uno dei promittenti acquirenti (che non citiamo per ragioni di privacy, visto che non è un politico) è già riuscito a comprare proprio grazie a quella norma, mentre gli altri ci stanno ancora provando. Questi, però, sono particolari da tribunale.

Più interessante è rileggere altri passaggi della citazione. Schifani ci rimprovera di non aver sottolineato che tra la sua clientela vi erano anche molte persone mai incappate in guai di tipo mafioso con la giustizia. E ci redarguisce per non aver detto che da una cooperativa edilizia in cui entrò a far parte molti anni fa uscì già nel 1986. 
 Poi se la prende con Marco Travaglio che nella sua rubrica lo ha definito un “avvocaticchio di terza fila” prima di descrivere la sua straordinaria carriera politica. È un reato tutto questo o è diritto di cronaca e di critica? Prima del giudice, un’idea se la potranno fare i lettori che da oggi troveranno l’atto di citazione di Schifani liberamente scaricabile da sito dell’Anteffato. Noi invece continueremo le nostre inchieste giornalistiche. E invieremo di nuovo delle e-mail al presidente del Senato. Nella speranza che per una volta ci risponda. Pubblicamente e non in tribunale.   
(Vignetta di Bandanax)

Documenti
L'atto di citazione di Renato Schifani contro Il Fatto Quotidiano

Commento del giorno
di Barbara - lasciato il 28/4/2010 alle 10:49 nel post Geronzocrazia
Napolitano ai Magistrati: "Rispettate i politici". Una domanda, perchè non si rivolge mai a Berlusconi e company dicendo loro: "Politici, rispettate i Magistrati"? Cosa impedisce a Napolitano di farlo?



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bertolotti de pirro
da Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2010

L’altro giorno il Guardagingilli Angelino Jolie, candidato a stracciare il primato di peggior ministro della Giustizia detenuto ex aequo da Castelli&Mastella, delirava di “privacy” e financo di Costituzione (lui che la viola ogni volta che pensa) per giustificare la sua immonda legge sulle intercettazioni. Nelle stesse ore la Sec, l’autorità americana di controllo sulla Borsa, incriminava per frode la Goldman Sachs, già nel mirino di una commissione d’inchiesta del Congresso, che si riunisce anche nei weekend per incastrare meglio la prima banca Usa, accusata di avere speculato sulla crisi finanziaria mondiale. Le prove sono le intercettazioni di mesi e mesi di e-mail scambiate da dirigenti e manager del colosso bancario nel 2007-2008, mentre i mercati americani e poi mondiali tracollavano. Mail che ricordano per sciacallaggine le telefonate dei costruttori italiani esultanti alle prime scosse di terremoto a L’Aquila.

“Buone notizie!”, tripudiavano due manager Goldman subito dopo il crac dei mutui Washington Mutual. “Siamo messi bene, stiamo per fare soldi a palate!”, gongolava un altro all’annuncio che le agenzie di rating avevano declassato la solvibilità di 32 miliardi di titoli.  Goldman scommetteva sui ribassi del mercato: un giorno incassò 51 milioni di dollari in una botta e il direttore finanziario David Viniar festeggiò: “Ecco cosa succede a quelli che non sono corti come noi”. “Corti” sono, spiega Federico Rampini su Repubblica, gl’investitori che vendono allo scoperto e speculano sul ribasso. “Abbiamo guadagnato grazie alle nostre posizioni corte”, brindava il chief executive di Goldman, Lloyd Blankfein, ora inquisito dal Congresso, che ha poteri d’indagine analoghi a quelli della magistratura. E li esercita, anziché mettere in piedi teatrini ridicoli tipo Telekom Serbia o Mitrokhin, per scovare colpevoli e complici della più grave crisi mondiale dal 1929. Commissione bipartisan: repubblicani e democratici insieme per difendere i cittadini dagli speculatori.

In Italia invece la parola “bipartisan” nasconde traffici trasversali per difendere gli speculatori dai cittadini. Negli Usa di questi scandali si occupano anzitutto il Parlamento e la Sec, poi quando occorre interviene la magistratura, che nessuno si sogna di accusare di invadenza o di accanimento o di politicizzazione (anche se i pm, i “prosecutor”, sono di nomina politica), anche perché in prima battuta scattano i controlli parlamentari e amministrativi. E, se non funzionano, si corre ai ripari. La Sec che, nella versione “light” voluta da Bush, non s’era accorta di truffe come quella da 65 miliardi di dollari targata Madoff, è stata rivoltata come un calzino. Ora la guida un mastino come l’ex procuratore Robert Khuzami (nominato da Obama al posto del bushiano Cristopher Cox), che indaga sugl’ispettori della Sec stessa, troppo impegnati a scaricare siti e film porno per scovare i truffatori di Wall Street: l’indagine colpisce soprattutto la gestione del repubblicano Cox, eppure è stata sollecitata dal senatore repubblicano Chuck Grassley, infaticabile cacciatore di evasori fiscali (lì la destra è contro gli evasori).

Naturalmente in Italia, con la cosiddetta “riforma” del cosiddetto ministro Alfano, che vieta di intercettare i delinquenti oltre i 60 giorni e soprattutto impone che le utenze controllate appartengano a un indagato, indagini come quelle su Goldman e Sec sarebbero proibite persino ai giudici. Figurarsi alla Consob (che ha poteri perlopiù decorativi) o al Parlamento (che, invece di fare indagini, blocca quelle altrui). Mentre in tutto il mondo vanno a casa controllori e controllati, noi ci teniamo la stessa Consob dei crac Parmalat e Cirio e delle scalate bancarie, e naturalmente gli stessi banchieri. Uno, Cesare Geronzi, coinvolto nei processi sui crac Parmalat e Cirio, s’è appena travestito da assicuratore: l’han subito promosso alle Generali. Del resto è ancora giovane: ha appena compiuto 75 anni. Può dare ancora molto, ma soprattutto prendere. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

"Il potere non vuole controlli". 28 aprile, manifestazione della FNSI a piazza Navona contro le norme bavaglio - L'appello della Federazione Nazionale della Stampa Italiana per la manifestazione del 28 aprile, ore 10, contro il disegno di legge sulle intercettazioni.
L'appello di Roberto Natale, presidente FNSI (da articolo21.org)

Il diritto secondo Berlusconi (TAZ, GE - 21 aprile 2010)
traduzione a cura di italiadallestero.info


AD PERSONAMMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere). Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Trento, 30 aprile, ore 17.30
C/o Aula Magna del Museo tridentino di scienze naturali, via Calepina 14
Bolzano, 30 aprile, ore 20.30
C/o Auditorium Istituto tecnico industriale Galileo Galilei, via Guncina 2/a
Torino, 3 maggio, ore 18
c/o Teatro Espace, via Mantova 38





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Testo:
Buongiorno a tutti, ho qua due belle sentenze, o meglio, una è una sentenza, l’altro è un atto giudiziario che ci aggiornano e ci danno l’ultima puntata di due vicende che abbiamo seguito a lungo nel Passaparola e che non vorrei lasciare incomplete, c’è una tendenza della stampa e della televisione italiana a seguire le vicende all’inizio e poi dimenticarle, tant’è che poi rimane quella domanda che Milena Gabanelli si pone spesso a Report: come è andata a finire? Sono due vicende e non sono totalmente concluse, ma questi due atti giudiziari ci danno un’idea di come potrebbero concludersi.

Mills corruttore, Berlusconi corrotto
L’orientamento che hanno preso ci spiega il perché del silenzio, dell’informazione “ufficiale” su questi due atti, cominciamo dalla sentenza Mills, sapete che il 25 febbraio di quest’anno la Cassazione depositò il dispositivo della sentenza con cui definitivamente si giudicava la posizione di Mills e la Cassazione ritenne prescritto il suo reato di corruzione in atti giudiziari per avere mentito sotto giuramento in due processi a carico di Silvio Berlusconi in cambio di una tangente di 600 mila dollari versatagli subito dopo quelle testimonianze. (leggi tutto)
 
Documenti
Le motivazioni della sentenza della Cassazione sul caso Mills
L'avviso di conclusione delle indagini della Procura di Salerno

 


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natangelo

Signornò, da L'Espresso in edicola

Ogni tanto Emma Marcegaglia sventola la bandiera della legalità. Ma poi, a parte la minaccia di espellere gl'imprenditori che pagano il pizzo alle mafie, si ferma lì. Soprattutto quando, alle adunate di Confindustria, le tocca ospitare Silvio Berlusconi. Evocare la legalità in sua presenza è come parlare di corda in casa dell'impiccato. Infatti l'argomento viene pudicamente accantonato. Almeno da lei. Lui invece ne parla eccome, come ha fatto al recente forum di Parma, dove ha arringato la platea confindustriale contro i magistrati e la Consulta. Risultato: 26 applausi in meno di un'ora, uno per ogni menzogna. Ha subito promesso "una legge che darà il diritto di parlare al telefono con riservatezza", perché "il presidente del Consiglio è stato intercettato 18 volte da una magistratura periferica" (quella di Trani).

Falso: Berlusconi non è mai stato intercettato in vita sua. Né prima del 1994, né dopo che fu eletto deputato (e come tale non intercettabile senza l'autorizzazione della Camera). Se la sua voce è stata talvolta registrata è perché i pm intercettavano persone sospettate di commettere reati e queste parlavano con lui: Dell'Utri, l'immobiliarista Della Valle, Cuffaro, Saccà e - ultimamente a Trani - Innocenzi e Minzolini. Per evitare che il premier venga intercettato non c'è bisogno di nuove leggi: basta che lui selezioni meglio gli interlocutori. Non è difficile. Ogni anno gli italiani intercettati sono 15-20 mila: perché non prova a parlare con gli altri? Sono decine di milioni.

Sempre dinanzi agl'imprenditori plaudenti, il premier ha fornito dati falsi sulla Corte costituzionale: gli "11 membri su 15 nominati da tre presidenti della Repubblica vicini alla sinistra" (Scalfaro, Ciampi, Napolitano) esistono solo nella sua fantasia. Nessuno dei 15 giudici costituzionali è stato nominato da Scalfaro; quattro li ha indicati Ciampi e uno solo Napolitano (un giurista fiorentino vicino alla destra cattolica).
Farlocca anche la cifra di "2.550 udienze" processuali subìte dal Cavaliere. Solo 10 dei suoi 16 processi sono approdati al dibattimento: per giungere a quel totale iperbolico, avrebbero dovuto protrarsi ciascuno per una media di 255 udienze. Cosa mai accaduta in nessuno dei dieci. Per chiudere degnamente l'arringa, Berlusconi ha domandato agl'imprenditori: "Quanti di voi non hanno mai rischiato di essere intercettati?". Silenzio. E lui: "Avete tutti uno scheletro nell'armadio, eh?".

A parte la stranezza di un premier che si vanta spudoratamente delle sue statistiche giudiziarie da criminale incallito ("Sono il più grande imputato di tutti i tempi nell'universo"), l'ultima domanda avrebbe raccolto fischi e pernacchie persino nell'ora d'aria di San Vittore. Anche lì qualcuno avrebbe ribattuto, offeso a morte: "Scusi, ma lei come si permette? Parli per sé". Invece la platea confindustriale s'è abbandonata, forse comprensibilmente, alla più sfrenata ilarità. Si attende con ansia la prossima lezione di legalità della sora Emma.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Se anche rischiassi la galera, pubblicherei - L'intervista di Articolo 21 a Gian Antonio Stella.

"Ganu di Maganza!" - Ucuntu n.74 del 24 aprile 2010

L'acqua non si vende - Al via oggi la campagna referendaria del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua in difesa dell'acqua pubblica.

Video - Il Fatto Quotidiano: un caso editoriale - Il direttore Antonio Padellaro, Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Luca Telese, Marco Travaglio e Silvia Truzzi raccontano l'avventura di Il Fatto Quotidiano al Festival di Giornalismo di Perugia.
Il programma. La web tv del Festival. Gli autori di Chiarelettere al festival 2010.

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