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Stamattina il Cavaliere Supremo deve essersi svegliato tardi, svogliato e stonato. Perché subito dopo la colazione, il bagnetto e i massaggi, gli hanno rifilato il discorso del 1994, e lui non se ne è neanche accorto: l’ha letto tutto come fosse nuovo, davanti a 630 deputati che si davano di gomito e al Paese che ha ritrovato un’oretta di buonumore. Abbasseremo le tasse, ha detto. Stiamo per terminare la Salerno-Reggio Calabria e a breve cominceremo i lavori del Ponte sullo Stretto. Stiamo per riformare le professioni, la Giustizia, il mercato del lavoro. Introdurremo il quoziente familiare. Allungheremo le ferrovie al Sud e accorceremo la durata dei processi. Uno spasso.

Appariva ben vestito, ben spazzolato, un poco ingrassato, però vigile. Gli hanno fatto dire che la nostro economia stenta a ripartire perche a differenza degli altri Paesi europei abbiamo ereditato un grandissimo debito pubblico. Da chi lo abbiamo ereditato non se lo è chiesto e non glielo hanno fatto dire. In compenso gli hanno fatto dire che crede nella democrazia, nell’etica della politica, negli sforzi comuni necessari al bene pubblico e addirittura nell’antimafia.
Probabilmente stava per dire che per queste ragioni l’Italia è il Paese che ama e che per questo aveva appena deciso di scendere in campo: lo hanno fermato in tempo per non insospettire i suoi recettori di endorfina. E subito dopo lo hanno tenuto adagiato sullo scranno del governo a riposare.

Si tratta ora di capire chi ha combinato questo formidabile scherzo al Capo. Ogni personaggio del giro stretto ha le sue buone ragioni. In primis l’allegro Bossi, il perfido Tremonti e naturalmente Gianni Letta. Tutti per ammazzare la noia, umiliare chi li umilia, fare un dispetto a Bondi che poi strilla e li fa ridere. Retroscenisti accreditati non escludono, tra i possibili colpevoli, la nuova pattuglia dei siciliani, Calogero Mannino, Totò Cuffaro e soci, ingaggiati perché anche loro credono nella democrazia, nell’etica della politica, negli sforzi comuni necessari al bene pubblico e addirittura nell’antimafia. 
(Striscia di Fifo)




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Bisognerà prima o poi arrendersi all’evidenza. Ci meritiamo – oltre al Berlusconi che ogni giorno  costruisce la sua fuga dai processi – anche e specialmente tutto lo spettacolo complementare della sinistra, l’antico Bersani e il modernissimo Veltroni, il puntiglioso Franceschini e il rotondo Vendola, tutti capaci di declinare questa perfetta irrilevanza politica che morendo tutti i giorni, tiene in vita quell’altro accampamento speculare: le anime morte della libertà.
E’ un gioco di concavi e convessi. A destra regna la baraonda, la compravendita dei voti, il baratto dei parlamentari, la dissoluzione di tutti i progetti a parte quello destinato a preservare l’impunità del Capo. A sinistra regna il nulla.

Nessuno tra i molti candidati al prossimo soglio democratico che sappia imbracciare una nuova narrazione, parlare dei precari senza prospettive e dei terremotati senza case, dell’acqua privatizzata e della scuola pubblica dissolta. Svelare le bugie archiviate, ricordare le promesse non mantenute. Raccontare il disastro internazionale dell’Italia che marcia con Sarkozy, si piega con Putin, rotola con Gheddafi. Opporsi all’implosione dentro la quale la Lega ci sta trascinando con le sue scuole tatuate col sole celtico, e le camicie verdi che circondano il tricolore per bruciarlo.

Possibile che nessuno a sinistra alzi più la voce? Bisognerà pur dire che Bossi non è un avversario, ma un nemico della Nazione. Che il suo alfabeto è una minaccia. E che il suo migliaio di caporali pieni di rancori e di razzismo dovrebbero piantarla di ruttare a nome del Nord. E’ troppo chiedere a questa opposizione da nulla una voce, un proposta, una solenne incazzatura? 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 

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Da Vanity Fair, 8 settembre 2010

Ma perché mai una come la ministra Mariastella Gelmini – che ha il cuor contento e il volto sempre colmo di comprensibile stupore - dovrebbe palpitare per la stracciona Italia degli studenti e degli insegnanti? Lei sogna per la sua bimba neonata “una scuola meritocratica che insegni tanta musica e inglese”. E intanto allestisce il nuovo anno con i ragazzi senza banchi, gli insegnanti senza lavoro, le aule senza riscaldamento.

Guardatela per bene la prossima volta che comparirà nei tg, così esile di collo, ma armata di occhi e crocefisso, a dettare le demolizioni di giornata. A scanso di brutte figure le hanno insegnato a non accettare mai domande in pubblico. E a negarsi in privato. Nei giorni delle proteste non ha voluto incontrare nessuna delle sue vittime, non i precari, non gli studenti, non i genitori, neppure i professori, perché dice “che fanno politica”. O bella. Lei forse neanche lo sospetta che è la politica a fabbricare la scuola e l’assenza della politica a fabbricare una come lei.

A Mariastella interessa nulla che una buona scuola possa garantire una decente trasmissione del sapere ai futuri cittadini: se costa troppo va tagliata. E ancora meno le interessa che attraverso una buona scuola la collettività selezioni la propria classe dirigente. Lei fa tesoro della sua storia. Da ragazza voleva fare la ballerina. Poi ha incontrato il Cavaliere Supremo che dalle nebbie delle Bassa bresciana se l’è portata dentro i tepori di Palazzo Grazioli. Da quella diagonale ne è uscita alla grandissima, fregando quelli che a scuola la prendevano in giro perché era poco sveglia. Loro oggi sono tutti a nanna. E lei fa la ministra. 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Video -
Va tutto bene per la Gelmini ma i precari sono alla fame (da ilfattoquotidiano.it)

Sabina Guzzanti torna a L'Aquila per raccontare il post-terremoto - Dalle 20.45, proiezione di Draquila e dibattito. c/o Festa democratica della Cultura, Parco della Basilica di Collemaggio. Dalle 22, il dibattito sarà trasmesso in streaming su ilfattoquotidiano.it

"L'Italia in Presadiretta" - Il primo libro di Riccardo Iacona, dal 9 settembre in libreria (edizioni Chiarelettere).



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bertolottidepirro

Ogni tanto i lampi della cronaca consentono di vedere in trasparenza gli ingranaggi che tengono in moto la poltiglia politica del berlusconismo che ogni giorno secerne questa sequenza di agguati, punizioni, vendette, insulti, ripicche, calunnie che il Cavaliere Supremo, visitato dall’umor nero della senescenza, chiama il Partito dell’Amore.
Anche qui c’è innovazione. Dal metodo Boffo, alle Squadre della libertà, alle squadriste in azione. Con questa Francesca Pascale – una “della sue fanciulle” transitata da Villa La Certosa alla politica passando per i comitati Meno male che Silvio c’è - che organizza la spedizione punitiva contro i traditori. Chiama i militanti, dispone l’ingaggio di un pullman da Napoli, destinazione Mirabello, per fischiare l’infedele Fini, “naturalmente a spese del partito”.

Non si fatica a prevedere che insieme con i fischi sarebbero arrivate le telecamere delle tv a documentare la contestazione. Cioè a perfezionare il linciaggio. Con il contributo dei commentatori: i killer che vanno per le spicce o gorgogliando la tetra allegria di Emilio Fede che mastica i nomi dei nemici per farne scempio, e i terzisti che mimando equidistanza rendono ancora più bruciante l’umiliazione.
La sequenza è fissata: ogni delitto attiva campagne d’odio di stampa, squaderna dossier,  moltiplica il castigo in pubblico, minaccia i contigui dei colpevoli, dissuade gli incerti, educa i timorosi, nutre i sondaggi. E insieme accresce la frenesia dei picchiatori che a ogni squillo di telegiornale escono a caccia di nuove vittime. Per una volta Pierluigi Bersani non è stato zitto: “Con il berlusconismo la politica regredisce a fogna”. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 


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