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Foto di fotoflippr da flickr.comda l'Unità del 18 e 19 marzo 2008

Il senatore Paolo Guzzanti è su di giri. L’altro giorno, con grave sprezzo del pericolo, annunciava la nuova missione per la prossima legislatura: smantellare la legge Basaglia che abolì i manicomi. Una mossa autolesionista, ma che gli fa onore, visti gli ultimi sviluppi della commissione Mitrokhin, il cui “superconsulente” Mario Scaramella ha appena patteggiato 4 anni di reclusione per calunnia. Ora poi che la Corte d’appello di Milano ha assolto Guzzanti dall’accusa di aver diffamato tre giornalisti di Rainews24 (Morrione, Ranucci e Ferri) - da lui accusati nel 2001 di aver “manipolato” la famosa intervista di Paolo Borsellino, realizzata nel 1992 da due giornalisti di Canal Plus alla vigilia delle stragi di Capaci e via d’Amelio - non lo tiene più nessuno.

Nel suo psico-blog sobriamente intitolato “Rivoluzione Italiana”, il nostro eroe trae dalla sentenza conclusioni a dir poco stupefacenti: “La Corte d’appello di Milano mi assolve dandomi atto che l’intervista a Borsellino era manipolata col copia incolla per far credere che il mafioso Mangano parlasse di droga con Dell’Utri, mentre invece parlava con un mafioso della famiglia Inzerillo. E si certifica che quando Dell’Utri parlava di cavalli, parlava di cavalli! E pensare che questo era un cavallo di battaglia del solito Travaglio che spadroneggia in tv e su youtube senza contraddittorio. E’ una sentenza devastante per il finto giornalismo basato su documenti falsi e manipolati”.

Ora, la causa Guzzanti-Rainews riguarda Guzzanti e Rainews, non me. Quanto a me, ho vinto tutte e otto le cause intentatemi (insieme a Veltri, Luttazzi e Freccero) da Berlusconi & C. al Tribunale di Roma per l’”Odore dei soldi” e per “Satyricon”: quel che abbiamo scritto e detto era tutto vero. Purtroppo non si può dire altrettanto di Guzzanti. La sentenza che l’assolve non dice mai che l’intervista trasmessa da Rainews fu “manipolata col copia incolla per far credere” ecc: dice che il montaggio di Canal Plus (che poi curiosamente, dopo le stragi, non lo mandò mai in onda) è una “rielaborazione della cassetta originale” con “differenze” e “alterazioni del testo originario”: il che spesso avviene quando si prende una lunga chiacchierata e la si sintetizza al montaggio...

Leggi l'intervista integrale rilasciata da Paolo Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo di Canal Plus, pubblicata da l'Espresso l'8 maggio 1994

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Foto di B Line da flickr.comLa campagna elettorale è ormai iniziata da giorni, ma in pochi se ne sono accorti. Senza voto di preferenza, senza il sistema maggioritario che fino al 2001 dava la possibilità di scegliere il parlamentare del proprio collegio, le elezioni vivono solo in tv. Non è un caso. Slegare il risultato elettorale dalla capacità dei singoli candidati di raccogliere voti sul territorio era il primo obiettivo della riforma approvata da Silvio Berlusconi: Sicilia a parte, tradizionalmente il centrosinistra è infatti in grado di presentare aspiranti parlamentari più forti (in termini di consenso) rispetto a quelli del centrodestra.

Anche per questo il cavaliere è sicuro di aver già vinto. Ma continuare a ripeterlo rischia di rivelarsi un errore. Se davvero, come dice, i sondaggi gli danno 10 punti di vantaggio perché mai gli elettori del Pdl dovrebbero rinunciare a un domenica (magari di sole) per andare a votarlo? La straordinaria rimonta che due anni fa gli ha permesso di pareggiare le elezioni era stata in gran parte basata sul recupero dell'elettorato di centrodestra, insoddisfatto dal suo governo, ma spinto a presentarsi di nuovo alle urne per evitare almeno la «dittatura delle sinistre». Oggi però quel messaggio, con un Walter Veltroni sempre più schierato verso il centro, non vale più. E parlare dell'ennesima riforma delle pensioni, o dire (con realismo) che il futuro l'Italia non sarà radioso, ma difficile, non è il tipo di parola d'ordine che può mobilitare gli incerti.

La partita insomma non è chiusa. Per la gioia di Veltroni e, paradossalmente, anche per quella di Berlusconi. Presiedere un governo da lacrime e sangue non è nelle corde del Cavaliere. Molto meglio per lui un esecutivo tecnico cui delegare il compito di far tirare nuovamente la cinghia agli italiani in nome dello spettro recessione americana. Ma per arrivare a un esecutivo del genere il Pdl deve avere in Senato una maggioranza risicata, o non averla del tutto. Fantascienza? Mica tanto. Con questa legge elettorale anche vincere con tre milioni di voti di scarto può non essere sufficiente per avere in mano Palazzo Madama. E Berlusconi lo sa bene: il rischio ingovernabilità non è un effetto perverso del porcellum, È invece il secondo obiettivo di una riforma pensata e votata nel 2005 quando tutti davano per certo il trionfo del centro-sinistra.

Segnalazioni da youtube.com
Il grande mentitore - guarda il video

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Foto di edowney9 da flickr.comChe sia fascista, lo dice pure lui. E sarebbe pure una cosa grave, se non fosse per la fedina penale, che è molto più nera della camicia nera. Giuseppe Ciarrapico in arte Ciarra, stando al casellario giudiziario, vanta una collezione di condanne, arresti, rinvii a giudizio, prescrizioni e processi in corso da non temere rivali. Le condanne definitive, confermate dalla Cassazione, sono quattro, per reati che vanno dalla bancarotta fraudolenta alla ricettazione fallimentare, dallo sfruttamento del lavoro minorile alla truffa pluriaggravata, ma potrebbero presto aumentare: in primo grado, il camerata pregiudicato è stato di recente condannato per truffa e violazione della legge sulle trasfusioni in una delle sue cliniche. Insomma il Cavaliere è stato di parola. Aveva promesso di non candidare “supposti autori di reati”: infatti candida quelli sicuri.

La carriera penale del futuro senatore del Popolo della Libertà Provvisoria inizia nel 1973, quando la Corte di Appello di Roma conferma la sentenza del Tribunale di Cassino e lo condanna per truffa aggravata e continuata ai danni di Inps, Inail e Inam per non aver registrato sui libri paga gli stipendi dei dipendenti. La Cassazione conferma la truffa, ne dichiara prescritta una parte e incarica la Corte d’appello di rideterminare la pena per l’altra...

Segnalazioni

Leggi l'auto-intervista di Nando Dalla Chiesa a Nando Dalla Chiesa sulla vita e sul Pd

Appello processo Abu Omar: siamo già in 400

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Foto di evje calling da flickr.comVanity Fair, 12 marzo 2008
Dunque il Professore esce (con un sorriso tirato) dal palcoscenico della politica. Chiudendo simbolicamente la stagione delle due Italie, quella prodiana, quella berlusconiana, contrapposte anche nel colpo d’occhio di superficie oltre che nelle profondità del carattere, dei modi e dei mondi di riferimento dei due leader.

Quella contrapposizione divenne il tema principale della politica, il suo reagente e il suo fondale. C’era l’Italia dell’uno e dell’altro. Quella della Bologna prodiana e di quieta provincia italiana, con regole e segreti da rispettare, Università di tradizione, establishment bancari, centri studi, capitalismo temperato dalla dottrina sociale della Chiesa, statalismo coniugato al mercato e alle liberalizzazioni, un po’ di noia, niente consumismo, molta bicicletta. E quella della Brianza berlusconiana di edonismo arrembante e tv commerciale, del successo economico a tutti i costi, della religione del fare e dell’avere, dell’insofferenza alle regole, prima di tutto quelle fiscali, del vitalismo che crea e che innova, dei molti sacrifici necessari, e dei condoni sempre ben accetti.
 
Due volte Prodi ha sfidato e sconfitto Berlusconi, nel 1996 e nel 2006. Due volte ha risanato i conti dell’Italia. Due volte ha avuto in cambio coalizioni litigiose, finendo trafitto dai suoi alleati peggiori, la prima volta Fausto Bertinotti, la seconda Clemente Mastella. Non ha retto ai ricatti miopi della politica. Alle piccole e grandi congiure che si nutrivano della sua vittoria per imbrigliarlo e sconfiggerlo. Ai mediocri alleati incapaci di immaginare che solo dentro al suo progetto, l’Ulivo e poi l’Unione, la sinistra radicale e il centrismo cattolico stavano vivendo l’ultima occasione per governare insieme. Ora si volta pagina. E presto anche il declino di Berlusconi seguirà.

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Pubblico la lettera che ha scritto Carlo Dalla Chiesa (figlio di Nando Dalla Chiesa) a Rosy Bindi. In fondo al post trovate invece l'appello per Nando Dalla Chiesa in Parlamento.
mt

Al Ministro della Repubblica Sig.ra Rosy Bindi,

davvero, dopo quello di cui sono stato testimone in questi anni, non ho parole.
Solo una profondissima amarezza. Una delusione enorme.
Lo scorso ottobre ho votato - e fatto campagna elettorale - per lei, Signora Rosy Bindi. Lo ho fatto riconoscendo in lei una persona perbene, pulita, onesta e disinteressata. Qualcosa, insomma, di estremamente raro nel mondo politico italiano.

Non le spiego i motivi della mia delusione. Lei li conosce benissimo: perchè lei, signora Rosy Bindi, HA VISTO. Lei SA. Lei CONOSCE Nando dalla Chiesa, mio padre. 
Non so come intendiate da quelle parti, il significato di FARE Politica. So, però, come lo intendo io. E ne sono estremamente orgoglioso. Ho avuto davanti ai miei occhi qualcosa di più che un semplice esempio. Un tesoro, un autentico tesoro per le Istituzioni e per le persone oneste di questo Paese che - purtroppo - amo.

Per mille ragioni, queste considerazioni non le ho mai esposte a mio padre.
Lo faccio, però, adesso con lei.
Perchè adesso è il momento della vergogna.
 
Carlo Alberto dalla Chiesa

L'appello
Per inviare la vostra adesione scrivete a: questanonlamandogiu@libero.it

Segnalazioni

Tutti i firmatari dell'appello di Claudio Fava in cui si chiede che il processo di Milano per il rapimento di Abu Omar si possa celebrare

15 marzo: XIII Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie

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Foto di IrishPics da flickr.comVanity Fair, 5 marzo 2008
Non esiste un inceneritore, né un'ecoballa, né un cassonetto dotato di tritarifiuti, in grado di smaltire Antonio Bassolino e il suo inspiegabile sorriso: “Dimettermi sarebbe come disertare”, ha detto alle agenzie dopo il nuovo rinvio a giudizio per lo scandalo planetario della monnezza. E poi: “Non è il momento di abbandonare Napoli e la Campania”.

Napoli e la Campania (in effetti) uno come Antonio Bassolino se lo sono votato, coccolato e cresciuto. Per due volte lo hanno eletto sindaco, assecondando con sventata letizia quella gigantesca balla mediatica del Rinascimento napoletano che in dieci anni ha divorato enormi finanziamenti pubblici, moltiplicando assunzioni e clientele, compresi i 20 mila spazzini (4 volte più di Milano) che da allora a oggi si tengono a notevole distanza dai cumuli che imputridiscono sotto al cielo, bevono caffè, allargano le braccia, fanno la solita lagna delle vittime senza colpa e senza scopa.

Non contenti lo hanno accettato come Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti mentre le discariche si moltiplicavano in clandestinità e gli inceneritori progettati sparivano nel nulla. Poi addirittura lo hanno votato Governatore dell’intera Regione. Nominandolo ’O Re. Inchinandosi tutti al suo dominio. Ai suoi capricci. Fino al collasso di questi mesi, all’esercito in campo, alle barricate, agli scontri. All’impazzimento di una intera comunità che odia e si odia al tal punto da innescare in proprio la frana che li ha intrappolati e li sommergerà.
 
Di questo pauroso destino Antonio Bassolino è la chiave in quanto primo artefice ed è lo specchio in qualità di ultima vittima. Smaltirlo nella discarica della politica non sarà la soluzione, ma intanto è la premessa.

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Foto di Papaver Somniferum da flickr.comFuori la lista, fuori i nomi! Un coro (quasi) unanime si leva dai palazzi della politica, dove l’autostima è talmente bassa e la coda di paglia è talmente lunga da dare per scontato che la lista dei 150 evasori italiani nel Liechtenstein sia piena di politici. Naturalmente questo improvviso afflato di trasparenza e pulizia (Tweed Berty invoca addirittura il “pubblico ludibrio”) durerà finché la lista resterà segreta. Quando sarà pubblica, esattamente come accadde nel 1981 con quella dei piduisti tenuta in cassaforte per mesi da Forlani, sarà tutto un fiorire di distinguo, alibi, bizantinismi e arrampicate sugli specchi per dire che insomma, non si possono gettare in pasto al popolino tanti benemeriti del made in Italy, che in fondo Liechtenstein o Italia pari sono, che c’è anche un’evasione di necessità, che dalle troppe tasse bisogna pur difendersi, che si fa un uso politico-elettorale del fisco, che c’è un complotto a orologeria del Liechtenstein con la Merkel.

L’evasione è come la corruzione: è una brutta bestia solo finché non salta fuori il nome del primo evasore, dopodiché c’è sempre una scusa buona per tutti. Negli intervalli tra un governo Berlusconi e l’altro, quando non si fanno condoni e l’evasione viene combattuta anziché premiata, nomi di evasori ne saltan sempre fuori. Nella legislatura dell’Ulivo beccarono Tomba e Pavarotti. In quella dall’Unione han beccato Valentino Rossi, Cipollini, Del Vecchio, la Muti. E’ successo qualcosa? Gli evasori hanno subìto una sanzione sociale? Assolutamente no, tutto il contrario. Valentino Rossi non ha perduto nemmeno uno sponsor, anzi ha dedicato uno spot alle sue disavventure col fisco, riuscendo persino a lucrarci sopra. Berlusconi, titolare di aziende che corrompevano la Guardia di finanza per coprire le loro magagne anche fiscali, è sotto processo a Milano per i fondi neri di Mediaset, cioè per un presunto giro di acquisti fittizi di film dalle major americane che servivano a gonfiare i costi, a drogare le perdite e a pagare meno tasse, addirittura mentre Mediaset veniva quotata in Borsa: infatti i reati vanno dalla frode fiscale all’appropriazione indebita al falso in bilancio...

Post scriptum
Ricevo un appello di Claudio Fava in cui con si chiede che il processo di Milano per il rapimento di Abu Omar si possa celebrare. Condivido e sottoscrivo, e chiedo agli amici del blog di fare lo stesso, se lo ritengono giusto. Le adesioni devono pervenire entro la sera di domenica 9 marzo al seguente indirizzo: claudio.fava@europarl.europa.eu

Leggi l'appello

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