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Vignetta di Fei

La circostanza davvero orribile è che mentre tutti i commenti “da sinistra” iniziano con la più scontata (e condivisibile) delle premesse, la condanna del gesto violento, la pietà per quel volto insanguinato e spaventato del premier, tutti i commenti “da destra” non premettono nulla, addentano l’osso della notizia e accusano. Cercano “i mandanti morali”. Li scovano. Secondo Fabrizio Cicchito sono Eugenio Scalfari, la Repubblica, Annozero. Secondo i senatori della pdl, Marco Travaglio, Di Pietro, Il Fatto. Secondo tutti: “gli odiatori dell’opposizione”, i manifestanti del No B. Day., i fomentatori della campagna d’odio, il quale odio si sarebbe esercitato sfruttando le rivelazioni sessuali sulla vita privata del premier, le inchieste giudiziarie, i fallimenti dell’azione di governo, gli scollamenti della maggioranza. E’ tutto diventato una premessa al gesto di Massimo Tartaglia. Il viatico al sangue. La giustificazione (politica) della violenza. Persino la proverbiale mitezza di Rosy Bindi è stata capovolta in oscura minaccia al Cavaliere ferito. Vogliono il complotto a tutti i costi. Lo pretendono. Il “Complotto costituzionale” come titolava l’altro giorno Il Giornale. Per farne l’inizio dell’incendio dentro al quale bruciare gli ultimi nove mesi di Italia sgovernata, scandali, rendiconti giudiziari. Liquidando la sola opposizione che li impensierisca, quella dell’informazione, dei fatti raccontati ogni giorno, delle piccole verità quotidiane, oscurate dai cupi schermi della propaganda.
(Vignetta di Fei)

Il fatto Quotidiano al centro del mirino di Peter Gomez

Commento del giorno
di sandro -  lasciato il 15/12/2009 alle 12:48 nel post Il più amato dagli italiani
Don Luigi Verzé, fondatore dell'ospedale San Raffaele di Milano, dove è ricoverato il premier. Secondo don Verzé "questo episodio è anche un monito. Il segno che è davvero il tempo di cambiare la Costituzione".
ma che centra?.......


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Buongiorno a tutti. Di cosa parliamo mi sembra ovvio, cerchiamo di vedere con freddezza, se è possibile, le cose che sono successe e di separare i vari piani, che invece vengono volutamente intrecciati e mescolati: perché  vengono intrecciati e mescolati? Perché non si deve capire e non si deve sapere, non ci si deve concentrare, tanto per cambiare, su un punto: che cosa è successo ieri? Non è banale ripetere che ieri c’è stato un attentato che può anche essere derubricato in incidente, in incerto del mestiere, nel senso che le persone, più sono famose, più sono soggette alla possibilità di attirare l’attenzione deviata di qualche squilibrato e infatti quello che è successo ieri è che uno squilibrato ha colpito violentemente il Presidente del Consiglio Berlusconi.
Leggi tutto

La rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Lettera a Vittorio Feltri - Ecco la lettera che Marco Travaglio ha inviato a Vittorio Feltri in risposta a un articolo di Gian Marco Chiocci dal titolo "Tutte le bugie su Mangano: Dell'Utri sbugiarda Annozero" pubblicato su Il Giornale di domenica 13 dicembre 2009

L'aggressione a Berlusconi e l'ineccepibile posizione di Di Pietro di Angelo d'Orsi (da Micromega.net)


continua

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da Antefatto.it

Deve essere chiaro che chi ha colpito questa sera al volto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi non è uno stupido, ma un delinquente. Il nostro pensiero sul Cavaliere è noto: crediamo che sia il peggior premier della storia repubblicana. Riteniamo che sia il perfetto campione di una classe dirigente nel suo complesso mediocre che non rappresenta il Paese e che il Paese non merita. Caste di questo tipo non si abbattono però con la violenza, ma con la forza dei fatti e delle idee. L'Italia ha bisogno di verità, di giustizia, di legalità, non di pugni in faccia o di insulti. Per questo è nato il nostro giornale, per questo è nato questo blog. Quindi ci auguriamo che il solitario protagonista dell'aggressione a Berlusconi venga punito con assoluta severità. Da parte nostra, invece, assicuriamo che andremo avanti come sempre: analizzando le cose, ragionando e (quando è il caso) protestando.

Post scriptum
Mentre scriviamo, giunge notizia che l'aggressore sarebbe in cura da 10 anni per malattie mentali al Policlinico di Milano. Fermo restando quello che abbiamo detto fin qui, chi già cercava improbabili mandanti morali o si preparava a lanciare l'allarme terrorismo farebbe bene a darsi una calmata anche lui.

Peter Gomez e Marco Travaglio


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Foto di Ivan Marcialis da flickr.com

Intervista a Vinicio Capossela, di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2009

A vederlo così, modello base non accessoriato, senza costumi sberluccicanti, fuori dal suo circobarnum di trapezisti, domatori, maghi, mangiafuoco, scimmie in uniforme, unicorni, licantropi, renne e babbinatali, megafoni e organetti a manovella, piumaggi e pennacchi, Vinicio Capossela è un ragazzo maturo che sembra timido perché non si leva mai il cappello scuro e si arrotola continuamente un ricciolo della barba nera. Ma è tutt’altro che timido: parla deciso come un libro stampato. Un libro polveroso di un altro tempo ma senza tempo, perché evoca un passato che non esiste, o forse non è di questo mondo. Da un anno gira i teatri d’Italia col suo “Solo Show”, ora raccolto in un cofanetto con il dvd “Alive” e un cd di canzoni ai confini della realtà, anzi ben oltre. Sottotitolo: “Tutto vivo niente morto!”. Un programma di vita.

Se lo leva mai, il cappello?
Mai. Ho sempre paura di perdere qualcosa, gli oggetti, i ricordi. Fatico ad andare a tempo e allora mi porto sempre dietro tutto. Il cappello è il tappo per tener dentro ogni cosa e impedire l’evaporazione dei ricordi.

I ricordi non sono anche una comoda fuga dall’oggi?
Per me no. L’oggi è sempre un regalo, infatti si chiama presente.

Lei nelle sue canzoni infila tante citazioni che alla fine è impossibile distinguere ciò che è suo da ciò che è altrui.
Le citazioni sono ami per catturare l’attenzione delle persone che poi devono andare avanti da sole per completare la storia. Raccolgo tutto, accatasto, ammucchio. Poi cerco il pezzo di ricambio giusto per la riparazione. Quello che più amo è il motto, la frase tipica, il linguaggio. Che è l’unico posto dove mettere, se non la vita, la tua visione della vita. Mi diverte ascoltare i mille dialetti, forse perché sono figlio di una piccola diaspora.

I suoi genitori sono dell’Alta Irpinia, ma emigrarono ad Hannover dove nacque lei, che però vive a Milano anche se è residente a Scandiano, nel reggiano. Tutto molto complicato.
Non proprio Scandiano: Ca De Caroli, una frazione. A fine Ottocento c’era la fornace di una manifattura, si respira l’aria di una cittadina mineraria, una piccola Manchester. Lì siamo tutti molto spiritosi, cantatori e ciarlatani.

E allora perché abita a Milano?
Perché non mi è mai piaciuta. E’ una città un bel po’ morta, nessuno accetta di vivere in un posto così. Ti condanna a una solitudine reiterata, ti allontana da tutti senza darti una meta in cambio. Ma favorisce il mio disegno, mi regala clandestinità interiore e autoemarginazione. Non capisci mai se è un rifugio o una prigione. Ci sono dei posti che finisci per essere quei posti, tipo Bologna. Milano no, Milano è un vuoto da riempire, un teatro dell’assenza. Quando un posto non è bello, ti ci costruisci la tua geografia emotiva. Io vivo ai margini della Stazione Centrale, il più grosso mobile decò d’Europa. Ho molti più punti di contatto con i tram e le rotaie che con la Moratti.

Motivi politici?
Mah, parola grossa… La Moratti ha fatto l’ecopass pensando si possa combattere lo smog con metodi estorsivi. Non ti dice: non prendere l’auto. Ti dice: prendi l’auto, ma paghi. Così multa chi va col camioncino a fare le consegne, e non chi sputazza veleni col Suv. Intanto si scava dappertutto per fare parcheggi, invece di piste ciclabili e zone pedonali. E’ un po’ la logica del “processo breve”: non danno i mezzi ai giudici per fare processi più rapidi, fulminano i processi a metà strada.

La musica, la canzone può cambiare le cose?
All’inizio la canzone impegnata mi piaceva molto. Diceva cose importanti, spazzava via tutti gli orpelli, era legata a quei tempi. Fabrizio De André è stato fra i pochi a riuscire a diventare da testimoni del suo tempo a coscienza di una stagione. Ma io non ho mai sentito di appartenere a un tempo. Sono un apolide del tempo e non potrei mai essere testimone né tantomeno coscienza di un tempo che non sento mio. Però chi riesce a diventarlo fa bene a impegnare le sue canzoni, anche se temo che questi siano tempi senza coscienze. Una volta le voci si distinguevano di più, oggi è difficile eleggere dei portavoce. Come scriveva Céline, “ogni buco di culo si guarda allo   specchio e vede Giove”…

Le piace Céline?
E’ il mio scrittore preferito per l’uso che fa della lingua. La sua parola è musicale. Anche lui adorava le canzoni vecchie.

A che serve una canzone?
E’ un ottimo strumento per lasciare le cose a metà: tu metti i puntini e chi ascolta li deve congiungere, come nella Settimana Enigmistica. Non succede così con la scrittura: è troppo precisa, lo scrittore ti tira troppo dentro nella sua vicenda. Il cantante non può, la canzone non deve essere esatta.

Non lo sa nemmeno lei che significano le sue canzoni?
Io lo so perfettamente, ma per gli altri il senso può esser diverso. La canzone dev’essere evocativa, essere recepita da chi la abita. Non spiega: provoca un’emozione. Evoca momenti vissuti o ancora da vivere. Non basta ascoltarla, va fatta propria. E’ un artificio emotivo.

Per questo lei è sempre immerso fra strumenti strambissimi?
Gli strumenti musicali sono come tanti cappelli che ti danno il timbro. Quando scrivo una canzone mi diverto a imbandire il banchetto e a pensare chi inviterò al matrimonio. Gli ottoni sono padri di famiglia che la sanno lunga e danno buoni consigli. Gli archi sono più narcisi, epici. Poi ci sono il teremìn, cioè la sega musicale, il cristalloarmonio, cioè l’organo a bicchieri e così via: spettri inconsistenti. Ti affidi alla timbrica per completare il disegno, regali vie di fuga alle parole tracciate e sparse.

Battiato mi ha detto: quest’estate mi sono incazzato per quel che diceva Berlusconi sui suoi festini e ho scritto “Inneres Auge”. A lei è mai capitato?
Non scrivo mai canzoni perché mi incazzo. Deve succedere un evento emotivo. Inizialmente le scrivevo nella fase finale di un amore. Poi ho smesso di pescare dalla mia vita e ho cominciato a prendere da storia, geografia e scienze. Come nel sussidiario delle scuole elementari.

Storia, geografia e scienze?
Sì, io non ho mai fatto la guerra, ma rielaboro l’immaginario e i residui che la storia ci ha lasciato. Case già abitate, vecchi pianoforti, mobili di legno, segni del passato prossimo. Mi sento oberato dal tempo, ma contemporaneamente riesco a fare molte cose. Subisco il fascino del mito, lo puoi adattare a molte cose. Mi affascina il tempo verticale del mito: non c’è mai il divenire del tempo orizzontale, è un eterno presente. Ecco, io cerco sempre di ribaltare la linea orizzontale verso il verticale, come Atlante. Per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa indietro, è un sacrificio, una ferita che cerco di lenire trasportando le cose in un tempo mitico. De André ci riusciva, partendo da un tempo molto contingente.

Non cita mai altri cantanti, ma De André sì: è il suo preferito?
Ogni chiave ha la sua stanza. Io per esempio ho ascoltato Matteo Salvatore più di tutti gli altri: è stato la mia chiave di accesso a un vecchio mondo fatto di freddo, vento, fame, miseria, lupi mannari. Il testimone dello sfruttamento nella società contadina.

Ma il passato delle canzoni di Capossela è mitologico, non è mai esistito. E’ come lo “Strapaese” di Leo Longanesi.
E’ vero, il mio passato non esiste. Gliel’ho detto che ribalto l’asse del tempo. Il passato può essere strettissima attualità. Ma pure i versi di un salmo ti parlano di qualcosa che sta succedendo anche adesso.

E’ religioso?
Subisco il fascino, oltreché del mito, del rito. Mi sento animista, non nel senso delle religioni africane: mi relaziono con le cose come se avessero tutte la loro anima. Però mi interessano solo le religioni monoteiste.

Nel suo tempo verticale, hanno un senso parole come destra e sinistra?
E’ paradossale: viviamo in un paese che, a parole, sembra radicalizzare al massimo la destra e la sinistra in una perenne infiammazione politica. Ma solo in teoria. Poi vai a vedere i programmi e, stringi stringi, tutta questa differenza non la trovi.

Ma lei ci va a votare?
Sempre: il mio seggio è nella mia vecchia scuola elementare di Ventoso, altra frazione di Scandiano come Ca De Caroli.

Vota per rivedere la sua scuola?
No, per rispettare il voto degli altri. Dalle mie parti i vecchi comunisti, cioè i vecchi, dicono: “La sinistra l’è sempre stè un partì d’opposissiòn”. Ma lì il potere è sempre stato della sinistra, cioè dell’“opposissiòn”. Io da piccolo nemmeno ci credevo che esistessero i democristiani. Non ne avevo mai visto uno.

A fine gennaio lei sarà sul treno per Auschwitz con centinaia di studenti del modenese e altri artisti e scrittori. Come si prepara?

Come dice Primo Levi, se una cosa è accaduta vuol dire che può accadere sempre. Fare memoria significa affacciarmi al pozzo che c’è in fondo all’uomo. Sul treno credo che leggerò, forse ad alta voce, il libro di Giorgio Agamben “L’archivio e il testimone”. Che sarebbe stato Auschwitz senza la testimonianza dei sopravvissuti? Tutta la storia è la testimonianza di chi ce l’ha trasmessa. Poi quando arriveremo, la seconda sera, faremo un piccolo concerto in un teatrino: intoneremo vecchie canzoni con un piano e un vecchio grammofono, come la “Rosamunda” e gli altri brani allegri che – racconta Levi – suonavano nel lager per i prigionieri. Tragicamente grottesco.

Hanno mai cercato d’intrupparla politicamente? Di coinvolgerla in qualche battaglia politica?
Preferisco impegnarmi su piccoli obiettivi. Una volta, chiamato da Paolo Rumiz, ho fatto il masaniello per le panchine di Trieste: una giunta folle voleva sradicarle per impedire ai barboni e agli immigrati di sdraiarsi. Un’altra volta sono andato a protestare contro la discarica del Formicoso, nel gran granaio dell’Alta Irpinia.

Battaglie vinte?
Chi può dirlo. Contro il silenzio e l’indifferenza si vince sempre. Però è diseducativo rivolgersi a questo o quello per dare visibilità a una battaglia.

Sarà, ma se certe battaglie non le prendessero a cuore Beppe Grillo, o Dario Fo e Franca Rame, sarebbero perse in partenza.
Lo so, infatti ogni tanto assecondo questa tendenza. Ma è ingiusto che un uomo di spettacolo venga usato per dare appeal mediatico a chi lotta ogni giorno per una causa giusta. Un problema deve avere visibilità perché è serio, non perché lo sponsorizza il tale. Altrimenti è la resa alla società del reality.
(Foto di Ivan Marcialis da flickr.com)


Commento del giorno
di vittorio -  lasciato il 11/12/2009 alle 17:41 nel post
Feltri e altri pentiti
Feltri è il vero responsabile della scomparsa della spazzatura napoletana: la pubblica tutta sui suoi giornali! Ma in fondo non è mica colpa sua: lui è solo il riciclatore finale.

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Vignetta di Bertolotti e De Pirro

Signornò
da l'Espresso in edicola


Il pentimento di Vittorio Feltri sul caso Boffo è già stato frettolosamente archiviato, nel silenzio tombale dei soliti Tg1 e Tg2. Era già accaduto nel ‘97 quando, dopo due anni trascorsi a dipingere Di Pietro come un tangentaro, il direttore del Giornale si prostrò in pubbliche scuse: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Oggi come allora, dopo aver ammesso le bufale rifilate ai lettori, il libero docente di giornalismo ha subito ripreso le sue lezioni. Per esempio: Spatuzza dice “minchiate” e i pentiti di mafia sono tutti “delinquenti rotti a ogni nefandezza, coccolati in tribunale come gentiluomini di specchiata moralità”. Ricordate Andreotti? “Mente politica delle famiglie maledette, a sentire certi magistrati. Assolto, come era ovvio”. Purtroppo non è vero niente: Andreotti fu giudicato colpevole di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, “reato commesso” ma prescritto.

Fra qualche anno magari Feltri si scuserà anche per questa balla. E forse ripeterà per Silvio ciò che scriveva di Giulio 15-16 anni fa sull’Indipendente: “Perché Andreotti diffida tanto dei giudici di Palermo? Non sono forse gli stessi a cui sottostanno i normali cittadini, i comuni mortali?... E’ un tentativo goffo e vile, il suo, di garantirsi l’impunità” (15 aprile 1994). “Lima era un commesso viaggiatore della piovra... Se n’erano accorti tutti, tranne Andreotti e i suoi ‘picciotti’. Uno che su 25 persone ne pesca 14 che avranno guai con la giustizia, o è sfortunatissimo e deve correre a Lourdes, o ha del metodo scientifico nel selezionare i malandrini” (10 aprile e 22 ottobre 1993). “E’ impossibile che tutto il castello accusatorio sia parto della fantasia (malata o remunerata) dei picciotti passati dalla piovra alla Giustizia. C’è chi mira a delegittimare i pentiti. Delegittimandoli, infatti, gli imputati dei processi di mafia si assicurano l’impunibilità” (21 aprile 1993).

Si dirà: è passato tanto tempo. Ecco allora l’appello che Feltri lanciò solo cinque anni fa su Libero: “Berlusconi ripensaci, basta leggi su misura”. Svolgimento: “Se domani vado in tv… e un convitato mi dice:  il tuo Cavaliere del menga modifica le leggi a piacimento per risparmiare la galera a Previti e Dell’Utri, cosa rispondo? Non è vero, lui è animato da nobili sentimenti, è un garantista della madonna. Il telespettatore scuote la testa e commenta: quel giornalista lì è proprio un bel lacché. Ovvio. Perché tutti sono al corrente che determinati aggiustamenti al Codice sono volti non a migliorarlo per ragioni di giustizia, ma a parare le terga di due signori a lei molto vicini. E questo non è corretto... Ci venga incontro,Cavaliere. Se lei si dedica a esercizi di prestidigitazione con le leggi dello Stato al fine di evitare la prigione ai compari, via, ci espone agli attacchi della sinistra” (16 dicembre 2004). Oggi Feltri fa un tifo sfegatato per la diciannovesima legge su misura: il “processo breve”, che fulminerà all’istante i processi Mills e Mediaset. Resta da capire perché uno così ce l’abbia tanto con i pentiti.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

da Micromega.net
Il ruolo dei poteri di controllo nell'Italia degli anni 2000
L'intervento di Marco Travaglio al convegno "Etica pubblica e poteri di controllo: la vicenda Baffi, Sarcinelli, Ambrosoli" organizzato dal SIBC (Sindacato Indipendente Banca Centrale) a Roma il 22 ottobre scorso.
No B. Day: i partiti e il popolo "viola" di Pancho Pardi
Di fronte allo sguardo critico del popolo "viola" i partiti non possono non applicare alla propria vita interna gli stessi ideali di democrazia e legalità che stanno nei titoli dei loro programmi.

Che il nostro Cavalier di mafia puzza lo disse Bossi prima di Spatuzza di Carlo Cornaglia   
Vecchie domande a Silvio Berlusconi
che chiedono di mafia e di denari:
“Chi ti ha dato migliaia di milioni
per le quattro Edilnord e i loro affari?

E i capitali per l’Italcantieri,
l’Idra, la Finanziaria Investimenti,
poi Fininvest ed altri tuoi misteri?
Sapevi, nel comprare le emittenti...
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Commento del giorno 
di Antonio Attini - lasciato il 11/12/2009 alle 15:42 nel post Guardie svizzere a mezzobusto
Il modo migliore per nascondere una verità scomoda è di narrarla come se fosse una barzelletta.


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Vignetta di Natangelo

Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2009


Il Papa ha detto una cosa saggia, sul meccanismo di assuefazione indotto dall’overdose di notizie negative che tv, giornali, radio, Internet riversano sull’umanità: “Ogni giorno il male viene amplificato abituandoci all’orrore e intossicando le coscienze”. Giusta constatazione, nemmeno troppo originale: a furia di vedere orrori, ci si fa il callo, si diventa cinici, ci si sente “spettatori” e mai responsabili, mentre il disvalore di certi comportamenti evapora nelle coscienze. Naturalmente Benedetto XVI parla alla cattolicità universale. Pensa alle guerre, alle violenze, alla fame, a tutte le forme di sfruttamento. Potrebbe aggiungere che l’ossessione delle gerarchie per la morale, i divieti, gli anatemi e le scomuniche oscura spesso l’essenza del cristianesimo, che è resurrezione, redenzione, misericordia, perdono, gratuità, ma lasciamo stare.

Poi un giornale, La Stampa, interpella i mejo direttori del bigoncio per un “commento a caldo” alle parole del Papa. E questi personaggini piccoli piccoli, il cui orizzonte non va al di là della buvette di Montecitorio, rispondono sui casi D’Addario e Marrazzo, come se il Papa non pensasse ad altro. Il più in forma è Bruno Vespa, dicesi Bruno Vespa, quello che racconta l’Italia come un film di Dario Argento e gl’italiani come un popolo di serial killer, avendo trasformato lo studio di “Porta a Porta” in un istituto di medicina legale dove si sezionano cadaveri, si effettuano autopsie, si periziano brandelli di organi a favore di telecamera, e nei momenti più lieti si sguazza fra i trans di via Gradoli e dintorni. Bene, quel Vespa lì congiunge le mani in preghiera e salmodia: “Il Papa ha perfettamente ragione. Qualche volta, in buona fede, rischiamo di amplificare le situazioni più scabrose”. Ecco, porello: lui non vorrebbe mai, ma poi, in buona fede, gli scappa ora un plastico, ora un cranio spappolato di bambino, ora un mestolo insanguinato, è più forte di lui.

Feltri
, colto sull’inginocchiatoio nel raccoglimento del vespro di mezza sera, turibola: “Parole sagge, speriamo che le ascoltino tutti. La vita pubblica si è inasprita e i giornali sono schierati”. Lui del resto, quando pubblicò la falsa informativa di polizia che dava del gay a Dino Boffo, già presagiva l’alto monito pontificio. Anche l’altro giorno, quando ha dato dei “picciotti” mafiosi ai ragazzi del No B. Day, l’ha fatto per anticipare l’appello del Papa raccontando le cose buone che accadono in Italia. Poteva mancare, nella fiera del tartufo, un salmo di Augusto Minzolini? No che non poteva. “Il mio Tg1 - si macera il pio Scodinzolini, stretto nel tradizionale saio di frate penitente - fa già ciò che auspica il Papa: si veda come ha trattato le vicende delle escort e il caso Marrazzo con un profilo basso, da servizio pubblico. Se tutti si fossero adeguati, non saremmo qui”.

Ecco, si veda. Per la verità, quelle che lui chiama “le vicende delle escort” lui le ha censurate, mentre il caso Marrazzo l’ha amplificato come non mai. Ma, si badi bene, non s’è trattato di censura, bensì di devozione preventiva all’ammonimento del Santo Padre. Se i telespettatori del Tg1 non sanno nemmeno chi è la D’Addario, non è perché entrava e usciva da casa Berlusconi, ma per evitare che le coscienze vengano assuefatte da un eccesso d’informazione che potrebbe abituarle all’orrore. Se gl’italiani sapessero che il premier che vuole sbattere in galera le prostitute e i loro clienti (escluso, si presume, se stesso) riceve prostitute a domicilio e poi le fa mettere in lista per le comunali di Bari, resterebbero intossicati dal meccanismo perverso dei mass media. Dev’essere per questo che quell’altra guardia svizzera di Antonello Piroso ha censurato su La7 il servizio di Silvia Resta sulle trattative fra Stato e mafia nel 1992-’93: per non addolorare vieppiù il Santo Padre.
(Vignetta di Natangelo)

Annozero live: i vostri commenti alla puntata di ieri sera

Segnalazioni

Lezione di giornalismo ambientale di Marco Travaglio
- Guarda il video

Democrazia 2.0 - Dal Rita Express al colore viola
- La catena di San Libero, 11 dicembre 2009

E se internet vince le elezioni - Ucuntu n.59 del 9 dicembre 2009

Commento del giorno
di opposto - lasciato il 10/12/2009 alle 19:21 nel post
Aiuto, si sta sciogliendo Bersani
.. e per concludere

Berlusconi
E'
Rassicurato
Saremo
Attivamente
Nullafacenti
Italioti


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Vignetta di Bertolotti e De Pirro

A Copenhagen purtroppo non se ne occupano, ma da queste parti pure il partito democratico si sta sciogliendo. Bersani sgocciola di giorno in giorno fino alla trasparenza. Si disfa soffiando e sbuffando parole incomprensibili. Niente che assomigli a un’idea creativa lo sfiora, a una indignazione vera, a una incazzatura sonante. E in questo tepore svaporano anche i suoi militanti. Compresi i più coraggiosi, quelli che non se la sono sentita di voltare del tutto le spalle alla manifestazione del No B. Day. Ma che si intravedevano, alla fine del mare di gente, come orsi polari alla deriva. E che in definitiva c’erano senza esserci.

Bersani si tiene alla larga da tutto, dalla finanziaria piena di buchi, dalla crisi che fulmina le aziende e i posti di lavoro, dallo scandalo planetario dello scudo fiscale, dalle polemiche sui collaboratori di giustizia, dalla corruzione di Mills che dovrebbe condurre a un corruttore, dall’indecenza delle escort candidate, dalla Rai con l’informazione azzerata, dai terremotati abbandonati all’inverno. Non ha niente da dire sui rifiuti ricomparsi in Campania e in Sicilia. Pigola sul processo breve. Non ha opinioni sul nuovo invio di truppe in Afghanistan. Né sui leghisti che ogni giorno incitano al razzismo e ai linciaggi.

Silenzio persino su quel galantuomo di Calisto Tanzi che fino a cento ore fa ancora nascondeva i Van Gogh in cantina. Possibile che a nessuno del partito democratico sia venuta in mente l’idea di convocare una conferenza stampa davanti alla villa di Tanzi per chiedere, oltre al ri-arresto immediato di questo campione del libero mercato, pure l’asta di tutti i quadri appena sequestrati? E se davvero valgono cento milioni di euro, sarà sempre una goccia in più da restituire ai 40 mila risparmiatori truffati.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Mondadori Day - Proiezione del docufilm "Lodo Mondadori" di Gianni Barbacetto. A seguire dibattito con Udo Gumpel e Barbacetto
Venerdì 11 dicembre ore 20.30 - Hotel Kaire, via Maffeo Vegio 18, Roma
Organizzazione: Amici Beppe Grillo Roma



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