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vignetta di BandanasLa mosca tzè tzè
da L'Antefatto.it


Noi che, poveri ignoranti, non conosciamo la Costituzione, pensavamo che i poteri e i doveri del Presidente della Repubblica fossero quelli indicati dalla Costituzione. E cioè:
- rappresentare l'unità nazionale
- inviare messaggi alle Camere
- indire le elezioni delle Camere
- autorizzare la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo
- promulgare le leggi ed emanare i decreti aventi valore di legge e i regolamenti (oppure rinviare le leggi alle Camere in caso di manifesta incostituzionalità)
- indire il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione
- nominare il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri
- nominare, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato, ma anche i senatori a vita e alcuni giudici costituzionali, ma anche i membri delle autorità di garanzia
- accreditare e ricevere i rappresentanti diplomatici, ratificare i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere
- comandare le Forze armate, presiedere il Consiglio supremo di difesa, dichiarare lo stato di guerra deliberato dalle Camere
- presiedere il Consiglio superiore della magistratura
- concedere la grazia e commutare le pene
- conferire le onorificenze della Repubblica
- sciogliere le Camere o anche una sola di esse, sentiti i loro presidenti.

Noi che, poveri ignoranti, non conosciamo la Costituzione non riusciamo a trovare un solo rigo nella medesima che autorizzi il capo dello Stato a chiedere notizie di un’indagine che non gli garba (come fece Napolitano nel dicembre scorso con quella della Procura di Salerno sui magistrati corrotti di Catanzaro); o a promulgare una legge facendo sapere per lettera che non gli piace per niente (come ha appena fatto col pacchetto sicurezza); o ad anticipare al governo che non firmerà un decreto (come ha fatto col decreto Englaro) o che non promulgherà una legge se non sarà modificata (come ha fatto con la legge-bavaglio sulle intercettazioni).

Noi che, poveri ignoranti, non conosciamo la Costituzione non vi abbiamo trovato alcun articolo che consenta al capo dello Stato ad auspicare una revisioni di regole e di comportamenti” in materia di intercettazioni e cronaca giudiziaria, a parlare di “abusi”, a invocare “soluzioni appropriate e il più possibile condivise” (come se una porcata votata da molti fosse meglio di una porcata votata da pochi). Né abbiamo trovato un solo articolo che gli permetta di invocare “tregue” nell’attività di opposizione e di informazione sul capo del governo coinvolto in scandali (sui quali il rappresentante dell’unità nazionale non ha mai proferito una sillaba). Ma forse, non volendo neppure immaginare che stia sbagliando lui, il problema è nostro: evidentemente abbiamo, della Costituzione, un testo vecchio e superato.

Ignoranti come siamo, poi, non abbiamo capito nemmeno a quali indagini egli si riferisca quando, per l’ennesima volta, invita misteriose entità a “non indulgere alla spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie e dei processi”. Visto che le nomina il capo dello Stato, sappiamo invece che le Autorità indipendenti sono anche affar suo, e da mesi speravamo che si accorgesse di un paio di presenze inquietanti al loro interno. L’Autorità Garante della Privacy è vicepresieduta da un certo Giuseppe Chiaravalloti, plurinquisito in Calabria per gravissimi reati e sorpreso al telefono con la sua segretaria a invocare l’eliminazione fisica, a opera della “camorra”, del magistrato Luigi De Magistris. Dell’Autorità Garante delle Comunicazioni fa parte il forzista Giancarlo Innocenzi, sorpreso a trafficare con il premier Berlusconi (che lui chiama “Grande Capo”) per acquistare senatori del centrosinistra e per procacciare lucrosi contratti a un produttore berlusconiano impegnato nella compravendita dei senatori medesimi (vedi intercettazioni riportate nel nostro libro “Papi”). Purtroppo, il capo dello Stato ha citato quest’ultima Autorità per raccomandare ai giornalisti di attenersi all’«importante codice di autoregolamentazione» da essa fissato per censurare le notizie scomode al potere.

Ignoranti come siamo, pensavamo anche che gli uomini delle istituzioni fossero soggetti a critiche, tantopiù legittime quanto più alti sono i loro scranni. Invece abbiamo ieri appreso dall’Augusta Favella che chi mi critica non conosce la Costituzione”. Insomma ogni critica alla sua Intoccabile Persona è lesa maestà, come nei regimi sovietici a lui tanto cari fino agli anni 50 (memorabile il suo elogio nel 1956, davanti al Comitato centrale del Pci, della repressione sovietica dei moti di Ungheria).
Pensavamo anche che il capo dello Stato non dovesse scendere nell’agone politico, per bacchettare questo o quello come un Capezzone o un Cicchitto o un Quagliariello qualsiasi. Invece l’ha fatto con Antonio Di Pietro, reo addirittura di avergli chiesto di non promulgare leggi palesemente incostituzionali anziché chiosarle con la piuma d’oca. Mal gliene incolse: Napolitano l’ha chiamato sarcasticamente guerriero” accusandolo di “vano rotear di scimitarra”. Era dai tempi di Cossiga che un capo dello Stato non se la prendeva frontalmente con un leader dell’opposizione (fra l’altro isolatissimo e solitario, dinanzi a un governo strapotente e strafottente e a un’opposizione inesistente): solo che, contro Cossiga, il Pci di Napolitano chiese l’impeachment trattandolo da golpista. Sui “guerrieri” alla Berlusconi & C. che roteano scimitarre tutt’altro che vane contro i magistrati e i giornalisti liberi, mai un sospiro dal Quirinale. Sui guerrieri alla Bossi & C., che ogni due per tre minacciano di “tirar fuori i fucili e i mitra” o di “oliare i kalashnikov”, ora contro i “comunisti” ora contro i “terroni” ora contro i “negri”, mai una parola dal Quirinale: un conto sono i fucili, i mitra e i kalashnikov, un altro le scimitarre.

Ignoranti come siamo, pensavamo che non rientrasse fra i compiti del capo dello Stato giudicare l’attendibilità di testimoni d’accusa in questo o quel processo: invece, ieri, Napolitano ha deciso che le nuove rivelazioni di Spatuzza, Riina, Ciancimino jr. e altri sui mandanti esterni delle stragi di mafia & Stato “vengono da soggetti per lo meno discutibili” e comunque non bisogna parlarne: secondo Napolitano quelle rivelazioni, totalmente ignorate da gran parte dei telegiornali di regime, “sono state accolte da un clamore un po’ eccessivo”. In effetti, ne ha financo parlato qualche quotidiano. La prossima volta, per favore, silenzio. Il Presidente riposa.
(Vignetta di Bandanas)

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Marco Travaglio presenta Papi, uno scandalo politico a Radio Radicale -
a cura di Emilio Targia

Appello per il No alla base Usa Dal Molin a Vicenza - di Alessio Mannino e Marco Milioni

Iceberg, puntata del 16/07/09 - Marco Lillo parla di "Papi, uno scandalo politico" il libro scritto con Peter Gomez e Marco Travaglio

Ciccio formaggio - di Piero Ricca

Silvio e Patrizia, la seconda puntata delle registrazioni - da L'espresso on line

Il nome dell'Erosa - il video di Roberto Corradi

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Testo:

"Buongiorno a tutti, questa settimana vorrei parlare ancora un po’ del Partito Democratico e di quello che è successo dopo il no, non solo alla candidatura alle primarie di Beppe Grillo, ma anche al suo tesseramento, per tesserare una persona ci vuole molto poco, i filtri del tesseramento sono abbastanza labili e è giusto che sia così, fino a prova contraria una persona viene tesserata almeno che non sia un noto malfattore. 
A Grillo hanno detto che non poteva neanche tesserarsi, mi sono molto incuriosito per questo statuto del Partito Democratico, perché è uno statuto particolare, uno statuto che è un po’ flessibile è come la legge secondo un famoso detto, credo, di Giovanni Giolitti che la legge per gli amici si interpreta e per i nemici si applica, in base allo statuto si è detto che Grillo...Leggi tutto

Segnalazioni

Mastella, casa e bottega - di Marco Travaglio

Dancer tells of party with ‘greasy-handed’ Berlusconi - il Sunday Times parla di Papi, uno scandalo politico il nuovo libro di Peter Gomez, Marco Lillo, Marco Travaglio

Silvio e Patrizia, ecco gli audio -  di Antonio Massari

Berlusconi: another week, another girl - l'articolo del The First Post



continua

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immagine di Roberto CorradiOra d'aria
in uscita su l'Unità del 20 luglio 2009

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Silvio Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ‘92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze,  Milano e Roma (basiliche); una nel 1994, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato “onorevole”.Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale presidente del Consiglio, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso “appoggio politico” in cambio della disponibilità di una delle sue reti tv, guardacaso protagoniste nei mesi successivi di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure i protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm. Mori - imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel 1996 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura - è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.
Ci raccontano qualcosa, per favore?
(immagine di Roberto Corradi)

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Per info e biglietti: 06 5651689 / 06 45496305 / 333 2003429;
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La trattativa, parte seconda - di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (autori de L'Agenda rossa di Paolo Borsellino)

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19 luglio 1992 - Un paese senza memoria è un paese senza futuro
L'iniziativa in ricordo di Paolo Borsellino a Lecco
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vignetta di BandanasLa mosca tzé tzé
da l'Antefatto.it


“Sono un paziente come tutti gli altri”, ha detto Benedetto XVI nell’ospedale di Aosta mentre gli ingessavano il polso fratturato. Purtroppo i telegiornali pubblici e privati non l’hanno accontentato: ieri “aprivano” tutti con la notizia del sacro polso rotto. Oggi invece nessun giornale apre con quella notizia. Eppure chi dirige i telegiornali, almeno in teoria, fa lo stesso mestiere di chi dirige i giornali: quello di giornalista. Delle due l’una: o hanno sbagliato valutazione tutti i direttori dei telegiornali, o l’hanno sbagliata tutti i direttori dei giornali. Ma c’è anche una terza ipotesi: che i direttori dei telegiornali non siano lì per fare i giornalisti. Dunque non valutino le notizie in base all’importanza, ma alla convenienza.

Il polso fratturato del Papa è una curiosità, che un giornale serio relega fra le notizie brevi, ignorando bellamente il solito teatrino di scappellamenti istituzionali (Napolitano: “Desidero esprimere i miei auspici di pronta guarigione”; Alemanno: “Devota e filiale vicinanza della Città di Roma”; cardinal Poletto: Mi auguro che la frattura non procuri sofferenze”…). Non per un accanimento vetero-anticlericale, ma perché le conseguenze di quella frattura sono pressochè nulle sulla vita del Pontefice e totalmente nulle sulla nostra vita. Eppure i telegiornali hanno ritenuto che il polso ingessato di Ratzinger fosse molto più importante dello scudo fiscal-criminale del governo, dei giornalisti ammazzati nella Russia dell’amico Putin, della rivolta in Iran, delle tessere gonfiate del Pd, del pacchetto razzial-securitario del governo promulgato con riserva da Ponzio Pelato, delle sconvolgenti novità sui mandanti occulti delle stragi di mafia e sul filo diretto Provenzano-Ciancimino-Dell’Utri-Berlusconi, degli alti lai di Mastella per il misero stipendio di 6 mila euro al mese riservato ai parlamentari europei e alle proteste degli ex parlamentari italiani che dovranno addirittura pagarsi il ticket in autostrada come i comuni mortali.

Le disavventure del vaticanista del Tg3, rimosso per una battutaccia sul Papa e i suoi “quattro gatti”, hanno certamente influito. Così come hanno influito le nomine in arrivo nel secondo e nel terzo canale Rai, con relativi tg. Ma soprattutto ha influito l’eterna impermeabilità della televisione, pubblica e privata, alle regole minime dell’informazione: ormai è cosa assodata che i telegiornali non siano al servizio dei telespettatori, ma del governo e dell’opposizione, della Confindustria e del Vaticano, della Banca d’Italia e del Quirinale, delle Forze Armate e dell’Esercito della salvezza. Una specie di Camera dei Fasci e delle Corporazioni addetta permanentemente a smarchettare per chiunque possegga un grammo di potere, anche quando scoreggia o starnutisce, e a occultare qualunque notizia dia fastidio a lorsignori.

Oggi, alle 13.30, il Tg1 di Augusto Menzognini era un rosario di cronache nere, interrotte di tanto in tanto dalle ultime novità sul polso pontificio e sulle vacanze di Fiorello. Le ingerenze vaticane nella politica e nell’informazione al seguito non bastano più a spiegare tanto servilismo, se non si tien conto dell’innata predisposizione di politici e mezzibusti a obbedire, anzi a prevenire gli ordini superiori. Viene in mente una leggendaria vignetta di Altan su Linus di qualche anno fa. Raffigura un signore di mezza età, vestito di tutto punto in completo e lobbia, con alle spalle un prete in abito talare. Il prete spalanca un ombrello e, mentre glielo infila aperto proprio lì, domanda educato: “Disturbo?”. Il signore risponde rassegnato: “Si figuri, lei sfonda una porta aperta”.
(Vignetta di Bandanas)

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vignetta di BandanasSignornò
da L'Espresso in edicola

Appena si scopre un magistrato fannullone o ritardatario, che non deposita sentenze o
dimentica qualche carta nei cassetti, si scatena la polemica politica e s'invocano sanzioni esemplari dal Csm contro scarcerazioni e assoluzioni 'facili'. Purché, beninteso, gli imputati siano delinquenti comuni.

Quando invece si tratta di indagati eccellenti, negligenze e sbadataggini diventano titoli di merito. E fanno curriculum per la carriera. Prendiamo l'inchiesta sul tesoro di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, e di suo figlio Massimo, condannato in primo grado per riciclaggio e ora imputato in appello in base a intercettazioni del 2003-2004 e a carte sequestrate in casa sua nel febbraio 2005.

Ora si scopre che tra quei nastri c'erano pure alcune telefonate che coinvolgono gli onorevoli Cuffaro, Romano e Cintola (Udc) e il senatore Vizzini (Pdl). E, tra quelle carte, la lettera (peraltro strappata) che nel 1993-94 Bernardo Provenzano fece avere a Ciancimino padre tramite il figlio, perché la recapitasse all''on. Berlusconi' tramite Marcello Dell'Utri.

Nastri e carte che sembrano contenere indizi decisivi a carico di Ciancimino jr. e di Dell'Utri (quest'ultimo condannato in primo grado a nove anni per mafia e in attesa della sentenza d'appello): eppure vengono 'dimenticati' per quattro anni nei cassetti della Procura di Palermo.

I nastri, mai trascritti né inoltrati al Parlamento per l'autorizzazione all'utilizzo, sono stati ritrovati pochi mesi fa dai pm antimafia che, dopo averli ascoltati, hanno indagato i quattro parlamentari. La lettera, sepolta in uno scatolone di quella che in Procura ormai chiamano 'la stanza dei misteri', è saltata fuori per puro caso un mese fa ed è stata inoltrata appena in tempo ai giudici d'appello che stanno processando Dell'Utri e Ciancimino. Ancora qualche mese e i giudici avrebbero sentenziato sui due imputati eccellenti senza conoscere quegli importantissimi elementi d'accusa.

Con il rischio di commettere irreparabili errori giudiziari. Nel verbale della perquisizione del 2005, i carabinieri avevano puntualmente annotato: "Pezzo di foglio manoscritto contenente richiesta a Berlusconi perché metta a disposizione una rete televisiva".
Ma l'allora procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, che per conto del capo Piero Grasso coordinava le indagini, aveva interrogato Ciancimino jr. per 150 pagine su ogni carta sequestrata in casa sua, fuorché sulla lettera di Binnu a Silvio.

Una cosina da niente. Solo ora la Procura, retta da due anni da Francesco Messineo, ha disposto perizie calligrafiche sul documento e interrogato il figlio dell'ex sindaco sul suo iter, scoprendo che il boss scrisse altre due volte al Cavaliere fra il 1991 e il '92, a cavallo delle stragi. Ce n'è abbastanza per chiedere spiegazioni al dottor Grasso, ora procuratore nazionale Antimafia, e al dottor Pignatone, ora procuratore capo di Reggio Calabria. Ma sicuramente il Csm sta provvedendo. O no?
(Vignetta di Bandanas)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa - a cura di Ines Tabusso

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Uòlter Veltroni, in arte Hammamet - di Marco Travaglio

Papi-Silvio è nato con il ko elettorale - Antonio Prudenzano intervista Marco Travaglio

Maturità - di Carlo Cornaglia
Non è certo un granché come studente,
la sua fortuna è stata un professore
che fu sempre con lui molto indulgente,
la sua serenità prendendo a cuore.

Il professore, detto Pennichella,
nei suoi rari momenti di risveglio
è intervenuto non perché il brighella
si comportasse in classe molto meglio...
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Questo è un instant book, uno di quei libri che si scrivono in fretta e si leggono ancor più velocemente, perché c’è un’urgenza. Noi l’abbiamo avvertita il mese scorso, quando il nuovo direttore del Tg1 ha comunicato all’inclita e al colto che i gravissimi scandali che da mesi inseguono il presidente del Consiglio non sono notizie, ma pettegolezzi, e dunque il principale telegiornale del «servizio pubblico» non li racconterà. Oppure seguiterà a farlo con servizi criptati e cambiando nome alle cose per nasconderle meglio («escort» invece di prostitute, «imprenditori» invece di prosseneti, «utilizzatori finali» invece di clienti, nel nostro caso il presidente del Consiglio secondo un’efficace definizione del suo onorevole avvocato).

Non che prima i tg brillassero per completezza d’informazione, nel paese di nuovo declassato da Freedom House a «semilibero», a pari merito con l’isola di Tonga. Ma che un direttore teorizzasse
la censura, anzi l’autocensura, non era mai accaduto neppure in Italia.

Per farsi un’idea completa sui casi delle euroveline, del divorzio del premier, dei voli di Stato per trasportare nani e ballerine, delle imbarazzanti feste a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa con «ragazzeimmagine » e prostitute reclutate da gente implicata in lenocinii e traffici di droga, gli italiani dovrebbero acquistare quotidianamentecinque o sei giornali, fra italiani e stranieri. Troppi. Anche perché le notizie più scandalose sono emerse dopo la chiusura estiva di tutti i programmi televisivi di approfondimento giornalistico.
Ecco dunque questo libro veloce che mette insieme tutte le tessere dell’osceno mosaico. Nulla di quanto raccontiamo invade la privacy di questo o quello, nulla può essere classificato come gossip sulla vita privata di persone private (di cui saremmo ben felici se venisse decretata l’abolizione per legge). Anche se è grottesco che l’editore di svariate testate dedite al gossip e all’invasione della privacy altrui possa poi invocarla per sé, e soltanto per sé, le vicende narrate in questo libro sono tutte di rilevanza pubblica. E costituiscono un gigantesco scandalo politico. Per una serie di ragioni che qui riassumiamo per punti.

1. La salute psichica del capo del governo italiano, messa in serio dubbio dalla donna che lo conosce meglio, sua moglie Veronica, e da una serie impressionante di suoi comportamenti tenuti in pubblico, o in privato ma di rilevanza pubblica.

2. Le continue menzogne con cui Silvio Berlusconi tenta di annullare gli scandali che lo stanno travolgendo, spesso facendo o lasciando fabbricare veri e propri «falsi da laboratorio» dai suoi numerosi house organ televisivi o stampati. Sia per coprire le gesta del premier-padrone, sia per screditare quei pochi che ancora non si sono posti al suo servizio.

3. L’incoerenza del capo di un governo che emana leggi per vietare agli altri ciò che fanno lui e i suoi amici: dal carcere per i consumatori di droghe anche leggere, al carcere per le prostitute e i loro clienti, al carcere per i molestatori telefonici («stalkers»). Leggere sui giornali in rapida  successione, com’è avvenuto il 25 giugno 2009, che «una prostituta ha trascorso una notte con il premier» e, nella pagina successiva, che «slitta a settembre la legge Carfagna contro la prostituzione», può indurre a sorridere soltanto chi non abbia a cuore le sorti del nostro Paese.

4. Il discredito internazionale a cui il presidente del Consiglio espone ogni giorno il paese che dovrebbe rappresentare «con disciplina e onore» (articolo 54 della Costituzione Repubblicana).

5. L’emanazione di leggi, come quella per limitare drasticamente le intercettazioni da parte della magistratura e la cronaca giudiziaria da parte della libera stampa, al fine di occultare atti giudiziari in cui sono già emerse sue condotte imbarazzanti, o potrebbero emergere in futuro.

6. L’uso politico ed elettorale da sempre fatto da Silvio Berlusconi – «il più grande privatizzatore della politica in Occidente» (Barbara Spinelli) – delle sue vicende familiari e delle sue presunte convinzioni religiose: dai baciamano ai Papi (nel senso dei Pontefici), alla diffusione di fotoromanzi elettorali in cui la sua famiglia viene dipinta come un modello di concordia, alla sfilata del Family Day per contrastare il progetto di estendere i diritti civili alle coppie di fatto, alla lettera di Sandro Bondi ai parroci di tutt’Italia per invitarli a sostenere Forza Italia, partito custode dei più genuini valori cristiani.

7. La commistione fra vicende private e incarichi pubblici o retribuiti con denaro pubblico, emersa clamorosamente con la candidature di alcune «favorite del Sultano» alle elezioni politiche, europee, amministrative, ma anche con la raccomandazione di alcune delle suddette per farle lavorare alla Rai, a spese dei contribuenti. E il disprezzo per la Politica sotteso a queste scelte, che hanno trasformato gran parte del Parlamento e delle istituzioni di garanzia in assemblee e comitati di yesmen pronti e proni a tutto, pur di compiacere il Capo che ha trasformato tante zucche in altrettante carrozze dorate.

8. I pericoli per la sicurezza nazionale derivanti dall’ingresso incontrollato nelle residenze del premier (assurte al rango di edifici di Stato e spesso protette dal segreto di Stato) di decine di persone, spesso sconosciute allo stesso padrone di casa, fra le quali potrebbe nascondersi un agente provocatore, un attentatore, una spia.

9. Il degrado ormai scandaloso cui, con lusinghe e minacce, promesse ed editti bulgari e post-bulgari, egli ha costretto le due principali istituzioni di garanzia e controllo: la magistratura e l’informazione, davastando la Costituzione, i codici e i diritti di libertà pur di nascondere al grande pubblico il peggio di se stesso. Il tutto in un paese dove – secondo l’indagine del Censis pubblicata dopo le elezioni europee e amministrative di giugno – il 69,3 per cento degli elettori forma la sua scelta attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali (il dato sale al 76 per cento per i meno istruiti, al 78 per i pensionati, al 74,1 per le casalinghe).

10. L’estrema ricattabilità del presidente del Consiglio da parte di decine, forse centinaia di persone, a conoscenza di suoi «altarini» che, se resi pubblici, potrebbero travolgere quel che resta della credibilità sua e del Paese che egli così indegnamente rappresenta. Ricattabilità già peraltro emersa in vicende, se possibile, infinitamente più gravi di quelle trattate in questo libro. L’avvocato Cesare Previti che pretende leggi per salvarsi dal carcere. L’avvocato David Mills che incassa 600mila dollari dalla Fininvest per non dire tutto ciò che sa su Silvio Berlusconi in due processi a carico di quest’ultimo. Marcello Dell’Utri che viene ascoltato dal consulente di Publitalia Ezio Cartotto mentre dice, nel marzo del 1994: «Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io...». Una mezza dozzina di coimputati del Cavaliere trasformatisi, come per incanto, in parlamentari di Forza Italia, ben prima che la stessa sorte toccasse a questa o quell’attricetta. E così via.

Certo, avremmo preferito che il suo crepuscolo politico arrivasse per i suoi rapporti con la mafia, le storie di corruzione, i fondi neri, i bilanci truccati, i conflitti d’interessi, le leggi canaglia. Vicende evidentemente troppo serie per un paese ridicolo, che anche lui ha contribuito a ridurre in questo stato. Ciascuno ha il 25 luglio che si merita: il suo somiglia a un film con Alvaro Vitali. Non sappiamo quando l’Italia si libererà di questa maledizione, e soprattutto in quali condizioni e a quale prezzo.

Ma sappiamo che riuscirà a farlo soltanto quando avrà acquisito un minimo di informazione. Da quando la stampa estera ha messo gli occhi sul caso Italia e ha deciso di non sollevarli più, anche la stampa italiana (quella stessa che, salvo rare eccezioni, ancora un anno fa descriveva Silvio Berlusconi come uno «statista» completamente trasformato rispetto al passato, dunque «pronto per il Quirinale») è stata costretta a raccontare qualcosa. Sia pur di rimbalzo. Vale la pena insistere.

N.B.
Intervista a Vauro e Beatrice Borromeo
L'altra notte, all'alba dell'una o giù di lì, è andata finalmente in onda l'intervista di Vauro e Beatrice Borromeo all'"Era glaciale", tagliata integralmente nella puntata dell'8 maggio da Rai2 diretta da Antonio Marano e dalla semiconduttrice Daria Bignardi. Due mesi e mezzo di ritardo, mica male. Ma ancora oggi basta guardarla per capire come mai non andò in onda in presa diretta, quando mancava un mese alle elezioni europee e al primo turno delle amministrative. La par condicio non c'entrava nulla. C'entrava la censura.
M.T.
Guarda il video su youtube
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta

Segnalazioni

Lo sciopero dei blogger contro il DDL Alfano - da El Mundo
Il Fatto e la Rete, Intervista ad Antonio Padellaro - di Claudio Messora

Digerire tutto - Ucuntu n.46, 13 luglio 2009

Sicurezza: con una mano si mette e con l'altra si toglie - di Elena Valdini

Mafia pulita - Il nuovo libro di Elio Veltri e Antonio Laudati - Ed. Le Spade - dal 18 giugno in libreria

L'arroganza suicida dei cacicchi del Partito democratico, il Pd e il no a Beppe Grillo - di Paolo Flores d'Arcais


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commenti



Vignetta di Tonus da vernacoliere.comOra d'aria

l'Unità, 13 luglio 2009


Nel maggio 2005 Silvio Berlusconi annunciò al suo Giornale l’idea di fondare un “nuovo soggetto politico” chiamato “Lega Sud” o “Lega Meridionale", affidato a Raffaele Lombardo, all’epoca presidente della Provincia di Catania con l’Udc e ora governatore di Sicilia, grande prestigiatore di liste “autonomiste”. L’idea non era proprio originale. Nel dopoguerra i moti siciliani aizzati da Finocchiaro Aprile, che voleva fare della Sicilia la 51^ stella della bandiera Usa, ebbero l’appoggio entusiastico di Cosa Nostra. E a ogni cambio di regime c’è sempre qualcuno che vellica gl’istinti secessionisti della parte peggiore dell’isola.

Nel 1992-’93, mentre implodeva la Prima Repubblica, se ne occupò direttamente Cosa Nostra, attraverso alcuni dei suoi più fini politologi: Brusca, Bagarella, Cannella e i fratelli Graviano, che fra una strage e l’altra fondarono “Sicilia Libera” e avviarono contatti con altre Leghe Meridionali, sorte come funghi con la partecipazione straordinaria delle mafie. Sicilia Libera aveva contatti con massoni deviati, da Gelli in giù, con neofascisti come Delle Chiaie, col principe romano Napoleone Orsini, a sua volta in contatto con Dell’Utri come risultò dai tabulati e dalle agende del senatore. Insomma, il fior fiore. La pia confraternita avviò contatti con i fratelli della Lega Nord, che inviò un deputato a un vertice a Lamezia Terme. Ma poi Riina fu arrestato e il bastone del comando passò a Provenzano. Il quale, più che alla secessione dallo Stato, puntava saggiamente a conviverci. Infatti, come racconta il suo ex braccio destro ora pentito, Nino Giuffrè, il vecchio Binnu decise di sciogliere Sicilia Libera per confluire su Forza Italia. Ora apprendiamo che in cambio del suo appoggio aveva, fra l’altro, chiesto a Berlusconi ­ tramite il solito postino Dell’Utri - il controllo di una rete Fininvest, come se non bastassero gli attacchi e gl’insulti che varie rubriche del Biscione vomitavano sui magistrati antimafia.

Ma è curioso che, mentre la Seconda Repubblica dà segni di cedimento, i primi scricchiolii si avvertano proprio in Sicilia col fuggifuggi dal Pdl. E che, ancora una volta, come nei primi anni 90, si riaffacci il progetto di una Lega Meridionale, patrocinata ­ guarda un po’ ­ da Lombardo e dal tradizionale braccio destro di Dell’Utri in Sicilia, Gianfranco Miccichè, ormai in rotta col suo partito. Lombardo e Miccichè hanno appena dato vita a una giunta “anomala”, non autorizzata dal Pdl ma, secondo i bene informati, benedetta urbi et orbi dal vecchio Marcello. Il quale da mesi denuncia felpatamente un certo isolamento e rilascia strane interviste per sottolineare le carriere troppo rapide e troppo irresistibili di gente come Schifani e Alfano (guardacaso in rotta con Lombardo e Miccichè). Anche se poi corre a precisare che “figuriamoci se Gianfranco andrà a fare un partito contro Berlusconi”. Il tutto, alla vigilia della sentenza del processo d’appello di Palermo che lo vede imputato per mafia. Posticino sempre interessante, la Sicilia, per capire l’Italia che verrà.
(Vignetta di Tonus da vernacoliere.com)

Segnalazioni

Questa sera alle 00.30 Rai2 manda in onda l'intervista censurata a Beatrice Borromeo e Vauro

Domani sera alle 20.30, in collegamento da Roma, Marco Lillo presenta "Papi", il nuovo libro di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, a Iceberg (Telelombardia, canale 901 di Sky)
In studio: Vittorio Sgarbi, Tiziana Maiolo, Claudia Mauri


Leggi l'articolo di Paolo Flores d'Arcais sulla candidatura di Beppe Grillo alle primerie del Pd

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"19 luglio 1992: una strage di stato" - Per un 17° anniversario di verità e giustizia
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19 luglio 1992 - Un paese senza memoria è un paese senza futuro
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