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Vignetta di BandanasTra tutte le reazioni alle (presunte) rivelazioni di Paolo Guzzanti sull'esatto contenuto delle intercettazioni a sfondo sessuale riguardanti Silvio Berlusconi e le sue amiche, distrutte a inizio anno dalla magistratura, le più singolari sono quelle dell'onorevole avvocato Niccolò Ghedini.

Come è noto, mercoledì 5 agosto, il senatore Guzzanti ha - di fatto - avanzato di nuovo l'ipotesi che nel governo vi siano donne nominate ministro solo perché andavano a letto con il premier. E, dopo aver aggiunto altri particolari boccacceschi sulle chiacchierate registrate durante l'indagine napoletana sul caso Saccà, ha detto che le intercettazioni sono in mano a un celebre direttore di giornale. Tanto che le trascrizioni sarebbero state mostrate dal direttore in questione ad almeno tre parlamentari del Pdl.

Bene, di fronte a tutto questo, Ghedini che fa? Cita in giudizio Guzzanti? Lo sfida a duello per lavare col sangue l'onore del suo principale Berlusconi? Smentisce che incisioni del genere possano essere mai esistite? No. Ghedini sorride e dice: «Questa è una vicenda che non merita nessuna attenzione né alcun commento». Poi ricorda che «quei nastri, custoditi a Roma e distrutti per ordine della magistratura, non sono mai stati ascoltati né trascritti. Visto che gli stessi giudici di Napoli li considerarono irrilevanti. Non si capisce dunque come Guzzanti o altri possano averli ascoltati».

Le parole di Ghedini vanno analizzate con cura. Dimostrano, come di fronte alla valanga di fango (totalmente auto-prodotto) che sta investendo il presidente del Consiglio, persino i suoi collaboratori più fidati non sappiano più che pesci pigliare.

Vediamo perché: 1) La mancata trascrizione ufficiale dei nastri non è di per sé una garanzia di segretezza. Anche la celebre intercettazione tra Fassino e Consorte ("Allora siamo padroni di una banca") non era stata né trascritta né depositata, eppure fu egualmente pubblicata proprio da "Il Giornale" della famiglia Berlusconi. 2) Porre l'accento sul fatto che le intercettazioni di cui parla Guzzanti siano state distrutte perché considerate irrilevanti dalla magistratura è senza senso. Se davvero il premier avesse avuto una relazione con una donna poi nominata ministro, questo non è un reato, ma un episodio politicamente rilevante. Tanto rilevante da mettere in forse la durata dell'esecutivo. 3) Perché i magistrati possano aver ritenuto le conversazioni non importanti per la loro inchiesta devono per forza averle prima ascoltate, così come hanno fatto almeno una mezza dozzina di investigatori.

Ghedini, insomma, come gli accade sempre più spesso da quando la cronaca della vita del governo Berlusconi si è trasformata nella sceneggiatura di un film con Alvaro Vitali, straparla (vi ricordate la definizione "utilizzatore finale"?). E con lui lo fanno più o meno tutti i pretoriani del Cavaliere. Non per niente, il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, per difendere il capo dall'attacco del suo ex compagno di partito, è arrivato a dire: «Nella vita come in politica lo stile è tutto. Purtroppo Guzzanti lo ha smarrito completamente». Una frase, che visti i tempi e le abitudini del premier, anche Bondi deve per forza essersi pentito di aver pronunciato.

L'esecutivo, insomma, è in stato confusionale. A farlo sbandare non servono più le notizie (come quelle pubblicate sul caso D'Addario). Bastano invece i pettegolezzi. Perché, è bene ricordarlo, quello che si racconta sulle intercettazioni distrutte - in assenza di prove, trascrizioni, o testimonianze dirette - resta un pettegolezzo. Ma, forse, è proprio per questo che un Paolo Guzzanti testimone in un aula di tribunale, magari in una causa per diffamazione, non sembra volerlo nessuno.
(Vignetta di Bandanas)


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Vignetta di Vukic

Le gerarchie ecclesiastiche - formate da maschi adulti e illibati che dai tempi della disturbante adolescenza vivono rigorosamente tra loro sorvegliando da lontano i gesti e gli occhi misteriosi delle donne - considerano la pillola abortiva RU486, la cosiddetta “pillola del giorno dopo” che agisce entro le 7 settimane di gravidanza, un “pesticida umano”, “un veleno”, che le donne usano contro la vita. La sua “facilità di impiego” la rende diabolica, addirittura “una crepa nella civiltà”. In difesa della quale volentieri aggiungono la minaccia futura della scomunica e la pratica quotidiana delle offese.

Guardandole solo da lontano e con rancore, i vescovi immaginano le donne dei sottouomini, con il peccato mortale incorporato nel cuore e specialmente nel corpo. Tutte figlie di Eva, intente appena possibile all’aborto, come gesto coerente che perfeziona il delitto della fornicazione, degenerato al punto da trasformare il suo contenuto vitale, in un viatico alla morte.

Che poi questa faccenda del corpo che dona la vita, della donna che fecondata vive oltre la morte, generando figli, è a ben vedere la sua massima colpa. E’ l’incommensurabile ricchezza delle femmine che nessun maschio potrà mai eguagliare per quanti paramenti indossi e corone e denari. Salvo in un caso: imprigionando quel corpo femminile, circondandolo di regole, avvelenandolo di tabù. Decidendo lui il come e il quando usarlo. Trasformando quell’eccellenza naturale in un dovere o in una colpa, in un gesto di massima grazia, la natività, o in quello dell’abiezione morale, l’aborto. Proprio come insegnano tutte le religioni maschili da qualche migliaio di anni.
(Vignetta di Vukic)

Segnalazioni

La matrioska - di Carlo Cornaglia
Patrizia ai giornalisti ha raccontato
del lettone che Putin Vladimiro
a Silvio Berlusconi ha regalato
e nel quale fino all’ultimo respiro

fa i suoi giochi d’amore il presidente.
Jaques Chirac in passato raccontò
di aver visto un bidet bianco splendente
che a dir del latin lover ospitò...
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Ora d'aria
l'Unità, 3 agosto 2009


Finalmente il Copasir, comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, assume un’iniziativa che ne giustifica l’esistenza. Il suo presidente Francesco Rutelli, infatti, ha deciso di abbandonare le fumose cacce alle streghe tipo “caso Genchi” e di occuparsi finalmente del ruolo dei servizi segreti nelle trattative fra Stato e mafia durante e dopo le stragi, fra depistaggi, bugie, carte sparite, verità sepolte. Visto che intanto la commissione Antimafia, incautamente affidata a un vecchio amico di Roberto Calvi (P2) e poi di Silvio Berlusconi (P2) come Beppe Pisanu, dorme sonni profondi, Rutelli e il suo Copasir hanno il merito di lanciare un sasso nello stagno di una classe politica che, quando si tratta di stragi mafiose, è sempre in altre faccende affaccendata.

I meriti però si fermano qui. Perché, stando all’annuncio di Rutelli, il Copasir avrebbe intenzione di convocare il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, e il premier Silvio Berlusconi. Quanto al primo, non si capisce quale contributo potrebbe fornire, visto che l’inchiesta appena riaperta su depistaggi e possibili mandanti esterni delle stragi è in pieno svolgimento ed è improbabile che si concluda prima di molti mesi. Quanto al secondo, nel 1992-’93 non era in politica, essendovi entrato l’anno seguente, a stragi concluse: sarebbero molte le domande da porgli sui rapporti suoi e del fido Dell’Utri con la mafia. Ma la sede ideale non è il Copasir, bensì l’Antimafia: o meglio lo sarebbe se a presiederla non fosse l’ex ministro dell’Interno di Berlusconi e a dominarla non fosse la sua maggioranza. Il Copasir dovrebbe invece concentrarsi sui rappresentanti di quello scorcio di Prima Repubblica. Per esempio mettendo a confronto Nicola Mancino e Giuseppe Ayala. Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, ha sempre negato di aver incontrato Borsellino, che invece annotò un incontro con lui al Viminale il 1° luglio ‘92, 16 giorni prima di essere assassinato in via d’Amelio. Ayala l’ha smentito a distanza di 17 anni, salvo poi tentare di smentire la smentita (ma, purtroppo per lui, a confermarla c’è la registrazione della sua intervista sul sito Affaritaliani.it).

Il Copasir potrebbe poi convocare il generale Mario Mori, all’epoca vicecomandante del Ros impegnato in una sconcertante trattativa con la mafia tramite Vito Ciancimino, dopo Capaci e via d’Amelio. Trattativa di cui Violante, sempre con 17 anni di ritardo, ricorda di essere stato in qualche modo informato dallo stesso Mori, che gli avrebbe invano proposto un incontro con l’ex sindaco mafioso. A nome di chi trattava il Ros con gli assassini di Falcone e Bosellino? E perché Violante non denunciò quell’immondo negoziato, non indagò come presidente dell’Antimafia e non ne avvertì la Procura di Palermo? Se Rutelli volesse domandarlo agli interessati, molti italiani che il Parlamento e dunque il Copasir pretendono di rappresentare gliene sarebbero grati.

Gli approfondimenti della rassegna stampa - a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Parlamento Europeo pulito: scriviamo ai nuovi membri della Commissione Affari Costituzionali
- di Andrea D'Ambra

Chavez chiude decine di radio e prepara una legge bavaglio contro chi lo critica - La campagna contro la libera informazione in Venezuela denunciata da Reportèrs sans frontières (2 agosto 2009)


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Testo:

Il blitz alla scuola Diaz

"L’altra settimana abbiamo parlato di un processo che sta arrivando a conclusione in sede civile, quello per il risarcimento a De Benedetti, chiesto da De Benedetti alla Fininvest per lo scippo della Mondadori 19 anni fa. Questa settimana parliamo di un altro processo che si concluderà in primo grado probabilmente alla ripresa, a settembre, e è quello che riguarda il capo della struttura di coordinamento dei nostri servizi segreti, che adesso si chiama Dis, sapete che ogni tanto cambiano il nome, ossia Gianni De Gennaro, il quale è un grande poliziotto, che ha fatto carriera lavorando con Giovanni Falcone e poi lavorando con Giancarlo Caselli e è un eroe dell’antimafia, su questo non ci sono dubbi. Però su di lui pesano gravi sospetti per un depistaggio delle indagini sulle responsabilità dell’assalto della Polizia alla scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, quando furono pestati a sangue ben 93 ragazzi e ragazze che dormivano dopo il G8, dopo aver manifestato contro il G8...LEGGI TUTTO 

Segnalazioni

Confiteor - di Carlo Cornaglia
Non si può certo dir che sia pentito,
ma comincia a capir che al Vaticano
un grande trombator non è gradito
e quindi, trascurando il suo ruffiano,

a Nunzia De Girolamo si affida.
La neo Carfagna in quel di Benevento
ha vinto della Camera la sfida
ed è in politica tale portento
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(Vignetta di Natangelo)

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