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fifo

Signornò
da l'Espresso in edicola


Due anni fa, in pieno scandalo Unipol, il Signornò domandò cosa dovesse ancora fare Massimo D’Alema contro il centrosinistra per essere accompagnato alla porta. D’Alema ha risposto con i fatti. Nel giro di un mese ha riabilitato l’inciucio con Berlusconi, ha riabilitato per l’ennesima volta quel Craxi a cui 10 anni fa offrì addirittura i funerali di Stato e soprattutto ha devastato alla velocità della luce il centrosinistra nella sua Puglia, una delle poche regioni in cui il Pd conservava una vocazione maggioritaria.
Ha sacrificato il governatore Nichi Vendola sull’altare dell’Udc, ha lanciato al suo posto il sindaco appena rieletto di Bari Michele Emiliano senza passare per le primarie, poi l’ha cambiato in corsa con Francesco Boccia irridendo alle primarie, poi le ha riesumate (“le ho sempre volute”) ma a patto che le vinca Boccia, poi si è meravigliato del fatto che Vendola non si ritiri tutto giulivo dalla corsa. Infine, con l’aria di chi passa di lì per caso e vola alto su una distesa di cadaveri e macerie, ha commentato schifato: “Non ci capisco più niente”.

Il tutto in una regione dove non muove foglia che lui non voglia. La Volpe del Tavoliere, come lo chiama “il manifesto”, aveva già tentato di imporre Boccia quattro anni fa: purtroppo però le primarie le vinse Vendola. D’Alema, furibondo con gli elettori che non lo capivano, commentò: “La mia pazienza ha un limite” e scaricò il suo sarcasmo su Nichi: “Vincere le primarie è facile, battere Fitto è un’altra cosa”. Naturalmente Vendola battè Fitto. Allora Max gli diede una mano delle sue, regalandogli due assessori coi fiocchi: il vicepresidente Sandro Frisullo e il responsabile della Sanità, l’ex socialista Alberto Tedesco. Sarà un caso, ma il primo s’è scoperto cliente del pappone Giampi Tarantini, ras delle protesi sanitarie e fornitore privilegiato delle Asl pugliesi, esattamente come la famiglia di Tedesco, assessore in pieno conflitto d’interessi. Sia Frisullo sia Tedesco sono stati indagati dalla Procura e dimissionati da Vendola, che ha azzerato l’intera giunta. Tedesco è passato al Senato col Pd, cioè al sicuro, grazie al dalemiano Paolo De Castro, spedito a Strasburgo per liberargli il seggio.

Ora, dopo l’ennesimo passaggio dell’Attila di Gallipoli, si contano i morti e i feriti: Emiliano, uno dei sindaci più popolari d’Italia, deve far dimenticare l’autocandidatura e la richiesta di una legge ad personam per correre alla Regione senza lasciare il Comune; Boccia, dopo aver detto “primarie mai”, deve tentare di vincerle contro Vendola, il quale è riuscito a far dimenticare gli errori politici degli ultimi mesi (come la lettera aperta contro il pm Desirèe Di Geronimo che indaga sulla sua ex-giunta), ma ormai ha col Pd rapporti talmente conflittuali da rendere impossibile qualunque ricucitura. Sabato scorso, Max pareva avere finalmente capito: “In certi momenti – ha detto - un leader deve fare un passo indietro”. Ma l’illusione è durata poco: parlava di Vendola. 
(Striscia di Fifo)

L'eredità di Carlo Cornaglia

Son dieci anni che Craxi ci ha lasciato.
Lo statista, in esilio ad Hammamet
dopo aver gli italiani ben spennato,
grazie agli eredi ricompar sul set.

Nel luogo dove dorme il sonno eterno
presenti per le commemorazioni
ben tre sono i ministri del governo,
socialisti targati Berlusconi

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Segnalazioni

Il valore dell'esempio - di Peter Gomez


Sonia Alfano a Napolitano: "Ricorda un latitante e tace su mio padre, morto per la legalità" - Su Micromega la lettera dell'europarlamentare al presidente Napolitano.

Radiofura - La nuova rubrica radiofonica di Marrai a Fura sullo sviluppo sostenibile e la progettazione partecipata in onda su resetradio.net

Commento del giorno
di Vivo - lasciato il 21/1/2010 alle 21:58 nel post Cicchitto e la Nuova Era Craxiana
Se cammino a testa in giu' inizio a capire meglio l'Italia. Pero' rischio che mi venga un embolo. 

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 bertolottidepirro

Tra le molte cose notevoli che accadono in questi giorni di Nuova Era Craxiana, una riguarda Fabrizio Cicchitto. 
Era deputato socialista. Risultò  iscritto alla P2, tessera 2232. Venne cacciato dal Psi, personalmente da Bettino Craxi. Per anni camminò accosto ai muri per non rivelarsi alla troppa luce e per non rinunciare mai alla protezione dell’ombra. Ricomparve nel 1992, l’anno in cui lo statista Bettino Craxi stava perfezionando la più spettacolare tra le sue operazioni politiche: la dissoluzione dell’intero partito, nato cento anni prima, e che lui riuscì a liquidare  “con durezza senza eguali”. 
Cicchitto si aggrappò al panfilo di Forza Italia. Si asciugò, si ripulì, servì, crebbe. Fedele agli ideali socialisti, oggi guida i deputati della destra italiana, e si batte contro “il network dell’odio”, odiandolo con tutte le sue forze, più di tutti, anche se un po’ meno del suo nuovo capo.
In quanto a quello vecchio, difendendolo con tanta sollecitudine, ne danneggia un poco la memoria, vanificando, con il suo attuale successo, quel coraggioso tratto di penna craxiana che lo aveva cancellato. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di misa
- lasciato il 20/1/2010 alle 23:12 nel post Il Presidente e il latitante
Il risultato della partita in corso è stato già deciso fuori del campo. Arbitri e guardialinee, più o meno artefici della pastetta, recitano doviziosamente la loro parte per il pubblico pagante. Un tal genere di politica non potrà dare risposte alle tante urgenze che assillano il Paese, allora come si potrà mai uscire da questo asfissiante cul de sac?

Annozero: i vostri commenti della puntata

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fei

Pubblico qui di seguito un pezzo scritto da me e da Gianni Barbacetto sui rapporti tra Bettino Craxi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la corrente migliorista del partito comunista. È un tema storico-politco importante che nessun giornale, a parte Il Fatto Quotidiano, ha voluto affrontare. Mi piacerebbe conoscere che cosa sapevate di tutto questo e cosa ne pensate, soprattutto alla luce della lettera del Presidente alla vedova di Craxi. PG

Napolitano e i suoi miglioristi, così lontani e così vicini a Craxi

"Non dimentico il rapporto che fin dagli anni Settanta ebbi con lui... Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni”. “Lui” è Bettino Craxi. E chi “non dimentica” è Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica. Nella sua lettera inviata alla vedova di Craxi a dieci anni dalla morte del segretario del Psi, il capo dello Stato sostiene che, nel “vuoto politico” dei primi anni Novanta, avvenne “un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. A farne le spese fu soprattutto il leader socialista, per il peso delle contestazioni giudiziarie, “caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”.

Il rapporto tra Craxi e Napolitano fu lungo, intenso e alterno. Naufragò nel 1994, quando Bettino inserì Napolitano nella serie “Bugiardi ed extraterrestri”, un’opera a metà tra la satira politica e l'arte concettuale. Ma era iniziato, appunto, negli anni Settanta, quando il futuro capo dello Stato si era proposto di fare da ponte tra l’ala “riformista” del Pci e il Psi. Negli Ottanta, Napolitano rappresentò con più forza l’opposizione interna, filo-socialista, al Pci di Enrico Berlinguer: proprio nel momento in cui questi propose la centralità della “questione morale”. Intervenne contro il segretario nella Direzione del 5 febbraio 1981, dedicata ai rapporti con il Psi, e poi ribadì il suo pensiero in un articolo sull’Unità, in cui criticò Berlinguer per il modo in cui aveva posto la “questione morale e l’orgogliosa riaffermazione della nostra diversità”.

È in quel periodo che la vicinanza tra Craxi e Napolitano sembra cominciare a farsi più forte. Tanto che nel 1984, il futuro presidente appoggia, contro il Pci e la sinistra sindacale, la politica del leader socialista sul costo del lavoro. Il mondo, del resto, sta cambiando. E in Italia, a partire dal 1986, cambiano anche le modalità di finanziamento utilizzate dai comunisti. I soldi che arrivano dall’Unione Sovietica sono sempre di meno. E così una parte del partito – come raccontano le sentenze di Mani pulite e numerosi testimoni – accetta di entrare nel sistema di spartizione degli appalti e delle tangenti. La prova generale avviene alla Metropolitana di Milano (MM), dove la divisione scientifica delle mazzette era stata ideata da Antonio Natali, il padre politico e spirituale di Craxi. Da quel momento alla MM un funzionario comunista, Luigi Miyno Carnevale, ritira come tutti gli altri le bustarelle e poi le gira ai superiori. In particolare alla cosiddetta “corrente migliorista”, quella più vicina a Craxi, che “a livello nazionale”, si legge nella sentenza MM, “fa capo a Giorgio Napolitano”. E ha altri due esponenti di spicco in Gianni Cervetti ed Emanuele Macaluso.
Per i “miglioristi” Mani Pulite è quasi un incubo: a Milano molti dei loro dirigenti vengono arrestati e processati per tangenti. Tutto crolla. Anche il loro settimanale, Il Moderno, diretto da Lodovico Festa e finanziato da alcuni sponsor molto generosi: Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Imprenditori che sostenevano il giornale – secondo i giudici – non “per una valutazione imprenditoriale”, ma “per ingraziarsi la componente migliorista del Pci, che in sede locale aveva influenza politica e poteva tornare utile per la loro attività economica”. Il processo termina nel 1996 con un’assoluzione. Ma poi la Cassazione annulla la sentenza e stabilisce: “Il finanziamento da parte della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista”. La prescrizione porrà comunque fine alla vicenda.

Più complessa la storia dei “miglioristi” di Napoli, che anche qui hanno problemi con il metrò. L’imprenditore Vincenzo Maria Greco, legato al regista dell’operazione, Paolo Cirino Pomicino, nel dicembre 1993 racconta ai pm che nell’affare è coinvolto anche il Pci napoletano: il primo stanziamento da 500 miliardi di lire, nella legge finanziaria, “vide singolarmente l’appoggio anche del Pci”. E lancia una velenosa stoccata contro il leader dei miglioristi: “Pomicino ebbe a dirmi che aveva preso l’impegno con il capo-gruppo alla Camera del Pci dell’epoca, onorevole Giorgio Napolitano, di permettere un ritorno economico al Pci... Mi spiego: il segretario provinciale del Pci dell’epoca era il dottor Umberto Ranieri, attuale deputato e membro della segreteria nazionale del Pds. Costui era il riferimento a Napoli dell’onorevole Napolitano. Pomicino mi disse che già riceveva somme di denaro dalla società Metronapoli... e che si era impegnato con l’onorevole Napolitano a far pervenire una parte di queste somme da lui ricevute in favore del dottor Ranieri”.
Napolitano, diventato nel frattempo presidente della Camera, viene iscritto nel registro degli indagati: è un atto dovuto, che i pm di Napoli compiono con grande cautela, secretando il nome e chiudendo tutto in cassaforte. Pomicino, però, smentisce almeno in parte Greco, negando di aver versato soldi di persona a Ranieri e sostenendo di aver saputo delle mazzette ai comunisti dall’ingegner Italo Della Morte, della società Metronapoli, ormai deceduto: “Mi disse che versava contributi anche al Pci. Tutto ciò venne da me messo in rapporto con quanto accaduto durante l’approvazione della legge finanziaria... Il gruppo comunista capitanato da Napolitano ebbe a votare l’approvazione di tale articolo di legge, pur votando contro l’intera legge finanziaria”.
Napolitano reagisce con durezza: “Come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione”.

Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti. Anche Craxi, quasi al termine della sua avventura politica in Italia, aggiungerà una sua personale stoccata a Napolitano. Nel suo interrogatorio al processo Cusani, il 17 dicembre 1993, dirà, sotto forma di domanda retorica: “Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Fu la brusca fine di un dialogo durato due decenni. E riannodato oggi con la lettera inviata da Napolitano alla moglie dell’antico compagno socialista.
(Striscia di Fei)

Segnalazioni

Italia: un paese unito dal razzismo - (The Guardian, UK - 10 Gennaio 2010)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

Commento del giorno
di Sabry86 - utente certificato - lasciato il 20/1/2010 alle 16:13 nel post Mangano e Craxi i loro eroi
Questa seconda Repubblica è l'epopea degli Antieroi, un'epoca in cui bisogna adottare una logica rovesciata per immedesimarvisi o se non altro per cercare di capirne la logica... Ammesso che vi sia una logica di fondo.


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bertolottiedepirro

da
Antefatto.it

Con la lettera del presidente Napolitano alla famiglia Craxi, indirizzata dal Quirinale alla villa di Hammamet, appena lasciata da tre ministri aviotrasportati del governo in carica, si chiude degnamente il triduo di celebrazioni per l’anniversario della scomparsa del grande statista corrotto, pregiudicato e latitante: 10 anni, tanti quanti ne aveva totalizzati in Cassazione. Oggi completeranno l’opera in Senato altri luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito "eroe" il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano.
Intanto fervono i preparativi per festeggiare i 150 anni dell’Italia unita e il Pantheon dei padri della Patria è un porto di mare. Gente che va, gente che viene. Soprattutto gentaglia.
Nel felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi viene tradotta testualmente così: "Craxi decise di lasciare il Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti". Anche perché, aggiunge Napolitano in perfetto napolitanese, le indagini sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato "un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia".
E il sant’uomo fu trattato “con una durezza senza eguali" mentre, com’è noto, la legge impone di processare i politici che rubano senza eguali con una morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il napolitanese li trasforma soavemente in "fenomeni degenerativi ammessi e denunciati" (come se rubare e poi, una volta scoperti, andare in Parlamento a dire "qui rubano tutti" rendesse meno gravi i furti).

Il presidente ricorda che "la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea". Ma non spiega che Craxi fu processato in base al Codice di procedura che lui stesso aveva voluto e votato, il Pisapia-Vassalli del 1989 che – modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al 1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle nei processi altrui.
Se i processi a Craxi non furono “equi”, non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999. Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò "un’impronta incancellabile": digitale, ovviamente. Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si riabilita il corrotto morto per beatificare il corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della Prima Repubblica per legittimare quelle della Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per apparecchiare nuove leggi vergogna che risparmino la latitanza a Berlusconi.
L’ha ammesso, in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: "Gli italiani non credettero a Bettino, ma oggi credono a Berlusconi". Ma perché credano a Berlusconi su Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani di destra, di centro e di sinistra è contraria a celebrare Craxi, come è contraria all’immunità parlamentare e alle leggi ad personam prossime venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di chi dice di rappresentarli.

E allora, tanto peggio tanto meglio. Si dedichino pure a Craxi monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei, strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono ancora in tempo: anche lui scomparve prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti chi sono i "loro" eroi. Noi ci terremo i nostri e da domani chiameremo i lettori a sceglierli.
A Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino. A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e Sandro Pertini.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di Monica66 - utente certificato - lasciato il 19/1/2010 alle 15:37 nel post Craxi al netto delle tangenti
Caro presidente Napolitano, mi dissocio totalmente dalle sue parole. Se vuole parli a titolo personale direttamente ai familiari di Craxi, ma non le è permesso minimamente di associare i propri personali convincimenti a quelli degli Italiani onesti che vedono il proprio futuro e quello dei propri figli a rischio grazie anche alle "politiche" tangentiste e corruttelari di un delinquente come Craxi. Certo non fu il solo, ma avrei preferito mille volte vederlo marcire in galera con i suoi compari messi in grado di non continuare a rubare, piuttosto che latitante libero e post mortem riabilitato da tutti i compagni di merende alla faccia di chi si è sempre comportato onestamente. Fu un malfattore che pensò al proprio bene, a quello della propria famiglia e degli amichetti, contribuendo personalmente con i propri comportamenti malavitosi alla rovina dell'Italia. Si ricordi, latitante non esule; ladro non statista. E "Via, Craxi!" sia un imperativo ricordo di una stagione di speranza e non il nome di una strada.


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Testo:
Buongiorno a tutti, siamo nel pieno delle celebrazioni di Bettino Craxi, mi sono un po’ stufato di ricordare le tangenti che prendeva, anche perché l’abbiamo già fatto in queste ultime settimane e poi ci viene autorevolmente raccomandato e stiamo aspettando tutti con ansia il messaggio del Capo dello Stato, per celebrare degnamente il decennale del latitante, che bisogna andare oltre le vicende giudiziarie e che bisogna dare un giudizio politico, perché naturalmente un uomo politico non può essere ridotto soltanto alle condanne e ai processi. Leggi tutto

Lo scudo spaziale di Carlo Cornaglia

Accolto dai cartelli “Bentornato!”
e da stuoli di donne deliranti,
a Palazzo Grazioli il risanato
ritorna pronto a  amare tutti quanti.

Dichiarazion d’amor, prima di tutto,
ai piemme: “Son peggio di Tartaglia, 
quello che mezzo viso mi ha distrutto!
Nei tribunali questa vil gentaglia
...Leggi tutto

Segnalazioni

Altro che politica - Ucuntu n.63 del 18 Gennaio 2010

Commento del giorno
di Luce -   lasciato il 17/1/2010 alle 14:9 nel post Giornalismo indipendente (dalla verità)
Stavano per fare un francobollo di Craxi, ma non si è fatto più perché la gente avrebbe sputato sul lato sbagliato.


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fifo

Signornò
da l'Espresso in edicola


I commentatori “terzisti” del Corriere rivendicano di continuo la propria “indipendenza”. Forse per autoconvincersene. Sergio Romano, nella pagina delle lettere che fu di Montanelli, infila uno sfondone dopo l’altro sulla giustizia. Ultimamente ha scritto che il Csm “invia i propri pareri al ministro” sulle leggi in materia di giustizia “anche quando questo non li ha richiesti o ha detto di non essere interessato a riceverne”, arrogandosi “competenze diverse da quelle originariamente previste”. In realtà il Csm fa esattamente ciò che prevede la legge istitutiva (L. 24 marzo 1958, n.195): “dà pareri al Ministro sui disegni di legge concernenti l'ordinamento giudiziario, l'amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie”. Se il ministro non li gradisce o non li richiede è del tutto ininfluente.

Qualche giorno dopo, Romano ci riprova invocando “la separazione delle carriere” fra pm e giudici. Perché? “Uno dei maggiori problemi della giustizia italiana” è “la frequente differenza fra le sentenze di primo e secondo grado”. Ma allora perché mai bisognerebbe separare le carriere, se non è vero che i magistrati tendono a darsi ragione a vicenda in quanto colleghi? Impermeabile alla logica, Romano aggiunge che “nel primo grado, dove il procuratore è personalmente impegnato, la contiguità fra lui e il giudice, membri della stessa carriera, può influire sulla sentenza”; invece in appello “oltre il 50% delle sentenze di primo grado viene riformato” perché “fra il giudice e l’impostazione originaria del processo c’è maggiore distanza”. Ma anche i giudici d’appello sono colleghi dei pm e dei giudici di primo grado, anzi spesso sono ex pm ed ex giudici di primo grado che han fatto carriera. Dunque perché la “contiguità” non dovrebbe influenzare pure i verdetti d’appello? E, se le sentenze d’appello devono coincidere con quelle di tribunale, a che serve l’appello?

Un altro sedicente terzista, Piero Ostellino, sposa i delirii di Berlusconi sulla Corte costituzionale “di parte” perché “5 dei suoi 15 membri sono stati nominati dagli ultimi tre presidenti della Repubblica che erano ‘di sinistra’. La sinistra lo critica solo perché erano della propria parte”. Nell’ansia di mettere sullo stesso piano destra e sinistra, Ostellino dimentica di porsi due semplici domandine. Come possono 5 giudici dominare gli altri 10? Ed è vero che 5 membri della Consulta sono di sinistra perché nominati dagli ultimi tre capi dello Stato? Degli attuali giudici costituzionali, 1 è stato nominato dal Consiglio di Stato, 1 dalla Corte dei conti, 3 dalla Cassazione, 5 dal Parlamento (3 scelti dalla destra e 2 dalla sinistra:i soli a cui si può applicare un’etichetta “politica”), 5 dal Quirinale (1 da Napolitano, 4 da Ciampi, nessuno da Scalfaro). Quello nominato da Napolitano è Paolo Grossi, giurista e storico fiorentino noto per i suoi orientamenti di cattolico conservatore. Si comprende così da che cosa i terzisti sono indipendenti: dalla verità dei fatti.
(Striscia di Fifo)

Commento del giorno
di Hajaaf - lasciato il 14/1/2010 alle 21:7 nel post Quello che Maroni non dice
Pare che Maroni stia cercando chi fosse quel fesso che era ministro del welfare dal 2001 al 2006 e non ha fatto nulla per combattere il lavoro irregolare. Ma appena lo becca...


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bandanax

Da Vanity Fair del 13 Gennaio 2010

Bobo Maroni ha il coraggio (e l’astuzia) di un leone padano. Fa da due anni il ministro dell’Interno. Per dieci anni, negli ultimi sedici, e’ stato al governo di questo sfortunato Paese. Ma oggi, di fronte ai furori razzisti che hanno assediato e sgomberato gli schiavi di Rosarno, non si occupa delle cause, ne’ degli eventuali rimedi, ma solo si concentra sulle colpe. Le quali non sono affatto sue, ma “di certa tolleranza” e del “falso buonismo”. Dice che ai controlli erano preposte le autorita’ locali, prima di tutto la Asl territoriale che doveva lanciare l’allarme sanitario per le spaventose condizioni di vita (e sfruttamento) a cui erano condannati i duemila schiavi invisibili a tutti tranne che ai caporali della ‘ndrangheta.

Quello che Bobo Maroni non dice e’ come sempre piu’ rilevante. Fosse anche vera la faccenda dei mancati controlli sanitari, il ministro dimentica di dire che la Asl di cui parla e’ commissariata da tempo. L’ha commissariata il Viminale, cioe’ il suo ministero. Il quale, avendo la titolarita’ dell’ordine pubblico, avrebbe avuto il dovere di esercitarla un po’ prima che le ronde armate dei bianchi di Rosarno accerchiassero le bidonville dei neri con i fucili carichi e il cuore in fiamme.

Erano troppi gli immigrati? Erano fuori controllo e clandestini? Erano governati dalle cosche? Da otto anni, esattamente dal 30 luglio 2002, il flusso degli stranieri in Italia e’ regolato da una legge che si chiama Bossi-Fini, farina del sacco padano. Come mai non ha funzionato? Per colpa dei falsi buonisti o dei veri cattivi? Per insipienza, dilettantismo, calcolo politico? C’entra qualcosa Bobo Maroni? 
(Vignetta di Bandanax)

Commento del giorno
di Roland -   lasciato il 14/1/2010 alle 0:25 nel post Palato Chigi
Libertà di religione: a ciascuno la sua fede; per alcuni Craxi è grande, e Minzolini è il suo profeta - e per entrare in paradiso ogni fedele deve fare almeno una volta in vita sua un pellegrinaggio a Hammamet. 

Annozero Live: i vostri commenti della puntata


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