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da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2010

Alessandro Sallusti, il rassicurante neodirettore responsabile (si fa per dire) del Giornale, lancia un allarme da far tremare le vene e i polsi. Titolone a tutta prima pagina: “I pm spiano i telefoni del Giornale”. Svolgimento: “Abbiamo la certezza che almeno due Procure, una al Nord l’altra al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vicedirettori de Il Giornale. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari né ha ricevuto avvisi di garanzia né è stato convocato... Eppure ci sono pm che si divertono ad ascoltare le nostre conversazioni”.

 Ora, a parte il prevedibile sollazzo di ascoltare le telefonate di (ma soprattutto tra) Feltri e Sallusti nel tempo libero, nessuno può sottovalutare la gravità della situazione. Ci sono pm che intercettano qualcuno senza prima dirglielo, il che è già ben strano: di solito, quando si intercetta qualcuno, lo si avverte con largo anticipo, anzi si domanda se abbia nulla in contrario; in caso di diniego, si soprassiede. Ma Sallusti è un uomo fortunato e l’ha saputo comunque. Ora teme che lo vogliano “incastrare”, “non si sa mai, magari qualcosa si scopre”.
L’idea che basti comportarsi bene per non aver nulla da temere non lo sfiora proprio. Anzi un altro timore l’assale: forse ai pm nordisti e sudisti che passano notti insonni ad ascoltare lui e Feltri “non interessa quel che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo”. E qui, una volta tanto, B. non c’entra: è noto infatti che né Feltri né Sallusti parlano mai con lui, essendo autonomi e indipendenti dal loro editore e dal di lui fratello.

Eppure è proprio per B. che Sallusti è angosciato: “Sono anche questi – scrive – gli abusi di cui parla il presidente Berlusconi... La magistratura, violando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero godere di piena autonomia: l’esecutivo, la politica e l’informazione”. Ora, com’è noto, i parlamentari non possono essere intercettati, salvo autorizzazione preventiva del Parlamento. Ma nulla del genere è previsto per i giornalisti, che infatti vengono spesso intercettati: sia quando commettono reati comuni (tipo fare le spie, come l’ottimo Betulla, già collaboratore di Feltri e Sallusti), sia quando violano il segreto investigativo. Non vorremmo togliere la primazia a Feltri e Sallusti, ma capita sovente che giornalisti vengano intercettati: da Carlo Vulpio – che Libero di Feltri e Sallusti sputtanò pubblicando le sue conversazioni con le sue fonti perché aveva il torto di occuparsi delle inchieste di De Magistris – al nostro Antonio Massari, intercettato e pedinato per scoprire le sue fonti sull’inchiesta di Trani.
Ed è una fortuna che non sia passata la legge bavaglio difesa da Sallusti, altrimenti si potrebbe incriminare e intercettare anche chi pubblica notizie non segrete.

In attesa di svelarci chi e perché intercetta i nostri eroi, magari con qualche prova, il Giornale raccoglie l’illuminato parere del sottosegretario Mantovano: “Non conosco la vicenda, ma il tono del direttore Sallusti non lascia adito a dubbi”. Eccola la pistola fumante: il tono di Sallusti, meglio del guanto di paraffina. E poi, sottolinea il Giornale, “sulla vicenda è andato in onda un servizio del Tg1 di Augusto Minzolini”: dunque è tutto vero. Il senatore Pdl Gramazio, detto Er Pinguino, chiede al povero Al Fano di sguinzagliare “gli ispettori ministeriali per valutare la regolarità dei fatti denunciati”. Resta da capire dove dovrebbero andare, visto che le due fantomatiche Procure restano ignote. Si procederà così: gli ispettori perlustreranno palmo a palmo l’intero territorio nazionale, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, sottoponendo a stringente interrogatorio chiunque incontrino per strada: “Scusi, lei per caso sta intercettando Sallusti?”. E dinanzi a eventuali dinieghi (“Ma che sta dicendo?”, “Ma è sicuro di stare bene?”) si scuseranno molto: “Ah non è lei? Pardon, come non detto. Tante care cose, ossequi alla sua signora”.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)




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fifoIntervista a Peter Gomez di Cecilia Moretti, da Il Secolo d'Italia, 3 ottobre 2010
 
Gomez, quali il progetto e la prospettiva che si intravedono dietro il nuovo soggetto politico di Fli?
Quelli di avere finalmente in questo Paese una destra normale. Una destra come la si pensava tanti anni fa, quando ero al Giornale di Montanelli, che abbia i valori di tutta la destra europea, sia sempre rispettosa dei diritti civili e dell'individuo, sappia discutere su tutto senza ritrosie e tabù - per esempio rispetto alla questione dei gay - e possa ripartire da alcuni principi semplici: primo fra tutti la legalità, che è tradizionalmente la battaglia della destra. Questo è esattamente quello che in questi anni è mancato.

Ora in Italia c'è spazio per una destra come quella che ha declinato?
Il punto non è se ce ne è spazio, il punto è che l'Italia ne ha bisogno e la chiede. Il nostro è un paese tendenzialmente per la maggior parte di centrodestra, da sempre. E se è vero che esiste uno zoccolo duro di gente innamorata di Berlusconi, però non è la maggioranza degli elettori del Pdl, che è una realtà complessa, non certo riducibile solo a partite iva ed evasori fiscali. Penso, per esempio, a una città come Milano, di centrodestra da anni, e sicuramente, pur con tutti i suoi limiti, laica, aperta al dialogo, che ragiona sui diritti civili, tanto è vero che a Milano la Lega può essere forte ma non fortissima, come nel resto della Lombardia. Insomma, io mi aspetto che Fli alle elezioni, fermo restando la macchina da guerra di Berlusconi, possa aspirare tranquillamente almeno a un 8-10% dell'elettorato.

I lettori del suo giornale, dal punto di vista elettorale, appoggerebbero il progetto politico di Fini?
Una parte sicuramente sì. Quello che viene contestato a Fini dai lettori del Fatto, e che contesto anch'io, è che c'ha messo tantissimi anni per capire con chi stava. Poi in molti si ricordano episodi non belli della sua carriera: il riferimento non è a quando era missino - perché ormai il '900, con fascismo e comunismo, dobbiamo una buona volta lasciarcelo alle spalle -, ma l'episodio del G8 di Genova. Poi magari un giorno lui ci racconterà come sono andate realmente le cose. Ma la fascia più giovane dei miei lettori sono ragazzi nati magari nell'89, dopo la caduta del muro di Berlino: sono cresciuti sempre con Berlusconi e in molti pensano che destra e sinistra non esistano più, siano categorie tramontate col '900. Comunque, quello che è evidente è che i miei lettori, generalmente di sinistra, chiedono meritocrazia, legalità, egualitarismo solo nel senso che debbano esserci una serie di diritti di base garantiti per tutti: tutte istanze compatibili e anzi molto in sintonia con Gianfranco Fini.

Quindi gli italiani sono pronti a non seguire più la pancia?
Dico solo questo. Non voglio fare paragoni tra Fini e Obama, però io - che ho la doppia cittadinanza, sono anche cittadino americano - non avrei scommesso un soldo che negli Stati Uniti riuscisse a essere eletto un presidente democratico di colore, non pensavo assolutamente neppure che Barack Obama avrebbe vinto le primarie, e dire che credevo di conoscerlo un po' quel paese. Ma non avevo capito una cosa, cioè che è il web che cambia moltissimo il paese. Magari da noi siamo in ritardo, ma i ragazzi di oggi non crescono più solo con Maria De Filippi e la tv generalista. Io non sono nemmeno sicuro che Fini sarà la nuova destra o cosa, però certamente ha la sua occasione per passare alla storia per uno che è riuscito quanto meno a sbloccare un sistema che era totalmente immobilizzato.

Pensa che Fini potrebbe farcela a portare avanti il suo progetto correndo da solo?
Difficile dirlo, da quello che vedo, in Parlamento mi sembra ci sia grande feeling per esempio con Casini. Comunque sono i voti degli astenuti che Fini spera legittimamente di recuperare, pensando pure di attingere qualcosa nel campo avverso, dove la linea del Pd, se esiste, appare ormai opposta a quella del suo elettorato. Berlusconi, dal canto suo, è finito: che cosa potrebbe ancora inventarsi per la prossima campagna elettorale? Però non bisogna dimenticare - Montecarlo docet - che appena ci si stacca da quest'uomo, lui si ricorda che nel 1986 hai lasciato la macchina in divieto di sosta e non hai pagato quella multa e tutti cominciano a scriverlo dappertutto e a dirlo in ogni salsa in televisione…
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

Milano, 6 ottobre, ore 18 - Marco Travaglio partecipa all'incontro "Raccontare l'Italia". Intervengono Gian Paolo Serino, Veronica Tomassini, Massimo Cassani, Marco Bosonetto.
C/o Spazio Melampo, via Carlo Tenca 7




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Buongiorno a tutti, anche a beneficio della neurodeliri che prima o poi dovrà intervenire, leggiamo le ultime esternazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi alla festa del Pdl a Milano ieri :“La sovranità è stata trasferita dal popolo ai PM che ci tengono sotto scopa” non si capisce di cosa stia parlando questo signore, visto che da febbraio i suoi processi sono congelati e non si hanno notizie di nuove indagini che lo riguardino direttamente. (leggi tutto)

Errata corrige
Alcuni amici che hanno seguito il Passaparola di ieri mi fanno notare che, nel video diffuso da repubblica.it, Silvio Berlusconi non dice che il pm De Pasquale “si è inventato la seguente storia: il reato di corruzione c’è quando il corruttore dà in soldi al corrotto”, ma lo critica per avere sostenuto che la prescrizione va calcolata dal momento in cui il corrotto spende i soldi della tangente, e non nel momento in cui li riceve. E questi amici hanno ragione: purtroppo mi ero fidato di una trascrizione del quotidiano la Repubblica (1° ottobre, pagina 6) che, rivedendo il video, appare scorretta.
Già che ci sono, faccio notare che, anche dicendo la seconda cosa (e non la prima frase che erroneamente la Repubblica e poi il sottoscritto gli abbiamo attribuito), il premier riesce a pronunciare una castroneria. Infatti non è vero che la tesi del pm De Pasquale sia stata confermata in primo, secondo e terzo grado. E non è nemmeno vero che quella riferita da Berlusconi fosse la tesi del pm. Questi aveva sostenuto che i famosi 600 mila dollari della tangente a Mills furono messi a disposizione dell’avvocato inglese alla fine del 1999, ma entrarono nella sua disponibilità soltanto nel febbraio del 2000, in un tourbillon di conti, fondi e società estere che non sto qui a riepilogare (lo fa diffusamente il libro di Gomez e Mascali “Il regalo di Berlusconi”, ed. Chiarelettere). In primo e in secondo grado quel calcolo fu condiviso dai giudici del tribunale e della Corte d’appello, mentre la Cassazione, il 26 febbraio scorso, retrodatò la consumazione del reato al novembre 1999, e dunque la prescrizione al novembre 2009. E’ dunque falso quanto sostenuto dal premier, che vede nella conferma delle tesi del pm in primo, secondo e terzo grado la prova dell’”accordo fra i giudici di sinistra per sovvertire il risultato elettorale”.
mt

Segnalazioni

Tutte le bugie sui Pm dell'imputato Berlusconi
- di Antonella Mascali
Video: La gente di Silvio - di Franz Baraggino da www.ilfattoquotidiano.it

Cantalupa (To), 4 ottobre, ore 18 - Incontro con Marco Travaglio. C/o centro polivalente Silvia Cossolo, via Roma 18.

Qui comandano quelli della Trabant - di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org
I tamburi di Reggio - Ucuntu n.88, 3 ottobre 2010

Appalti: Scajola cita Gomez - Nella rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

 


continua

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da Il Fatto Quotidiano, 2 ottobre 2010

Dopo tante leggi ad personam/s per Silvio B., eccone una per i fedelissimi di Umberto B., in nome della par condicio. La norma è ben nascosta in un decreto omnibus che entra in vigore fra pochi giorni, il 9 ottobre: il Dl 15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col titolo “Codice dell’Ordinamento Militare”. Il decreto comprende la bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297, che abolisce il “Dl 14.2.1948 n. 43”: quello che puniva col carcere da 1 a 10 anni “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”. Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare la depenalizzazione di un reato gravissimo e, purtroppo, attualissimo. Chissà se il capo dello Stato, che ha regolarmente firmato anche questo decreto, se n’è accorto. L’idea si deve, oltreché al ministro della Difesa Ignazio La Russa, anche al titolare della Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli. Che cos’è venuto in mente a questi signori, fra l’altro nel pieno dei nuovi allarmi su un possibile ritorno del terrorismo, di depenalizzare le bande militari e paramilitari di stampo politico?

Forse l’esistenza di un processo in corso da 14 anni a Verona a carico di politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel 1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale 
Padana”, con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della secessione. Processo che fino a qualche mese fa vedeva imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente Calderoli. In origine, i capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, erano tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due, con un’altra “legge ad Legam”, furono di fatto depenalizzati (restano soltanto in caso di effettivo uso della violenza) nel 2005 dal centrodestra ai tempi del secondo governo Berlusconi. Restava in piedi il terzo, quello cancellato dal decreto La Russa-Calderoli.

I leader leghisti rinviati a giudizio si erano già salvati dal processo grazie al solito voto impunitario del Parlamento, che li aveva dichiarati “insindacabili”, come se costituire una banda paramilitare rientrasse fra i reati di opinione degli eletti dal popolo. Papalia ricorse alla Corte costituzionale con due conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Camera, ma non riuscì a ottenere ragione. Restavano imputate 36 persone, fra le quali Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta e sindaco di Treviso e il deputato Matteo Bragantini. Ma ieri, nella prima udienza del processo al Tribunale di Verona, si è alzata l’avvocatessa Patrizia Esposito segnalando ai giudici che anche il reato superstite sta per evaporare: basta 
aspettare il 9 ottobre e tutti gli imputati dovranno essere assolti per legge. Stupore generale: nessuno se n’era accorto. Al Tribunale non è rimasto che prenderne atto e rinviare il dibattimento al 19 novembre, in attesa dell’entrata in vigore del decreto. Dopodiché il processo riposerà in pace per sempre.
Le camicie verdi e i loro mandanti possono dormire sonni tranquilli. Il Partito dell’Amore, sempre pronto a denunciare il “clima di odio che può degenerare in violenza”, ha depenalizzato la banda armata. Per l’“associazione a delinquere dei magistrati” denunciata da B., invece, si procederà quanto prima alla fucilazione. 
(Vignetta di Natangelo)

L'inchiesta "Camicie Verdi" nella rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

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Signornò, da L'Espresso in edicola

Due notizie all’apparenza scollegate. La prima: il 16 settembre il ministro della Giustizia di St. Lucia, Rudolph Francis, scrive un appunto riservato al suo premier in cui afferma che il proprietario della casa affittata a Montecarlo da Giancarlo Tulliani è lo stesso cognato di Fini; la lettera rimbalza sulla stampa di Santo Domingo e di lì su quella italiana, rovinando la reputazione e l’economia dell’atollo caraibico che campa sulla riservatezza garantita agli esportatori di capitali e alle loro società offshore. La seconda: il 20 settembre i carabinieri di Strambino (Torino) arrestano Igor Marini, che deve scontare una pena di 5 anni per aver calunniato il pm Beatrice Barborini, accusandola di aver insabbiato le sue accuse a Prodi, Fassino e Dini sullo scandalo Telekom Serbia; il processo per le calunnie di Igor a Prodi & C. è ancora in corso a Roma.

Francis e Marini, geograficamente e antropologicamente lontani mille miglia, sono apparentati da un paio di denominatori comuni: hanno screditato due avversari di Silvio Berlusconi e ne hanno pagato pesantissime quanto prevedibili conseguenze. Ma non sono casi isolati. La biografia del Cavaliere è zeppa di scudi umani pronti a immolargli la propria vita, faccia e carriera senza un apparente tornaconto, poi finiti regolarmente in rovina, ma contenti e silenti. Previti corruppe un giudice per regalare la Mondadori a Berlusconi, poi fu condannato,arrestato ed espulso dalla Camera. Dell’Utri, secondo i giudici di Palermo, fece da “cerniera” fra Cosa Nostra e Berlusconi e, se la Cassazione confermerà la sua condanna in appello a 7 anni, traslocherà dal Senato al più vicino penitenziario. I marescialli Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia si attivarono nel 1995-‘96 per supportare le “notizie agghiaccianti” che Berlusconi aveva portato alla Procura di Brescia per far incriminare il pool Mani Pulite, poi finirono in manette e patteggiarono 2 anni per calunnia.

L’avvocato David Mills aprì per conto di Berlusconi decine di società offshore nei paradisi fiscali, testimoniò il falso in due processi per “salvare Mr. B da un mare di guai”, poi fu scoperto, processato, lasciato dalla moglie e dai clienti, condannato in primo e secondo grado, salvato dalla prescrizione in Cassazione, ma costretto a sborsare 250 mila euro di risarcimento alla Presidenza del Consiglio. Flavio Carboni, già socio e confratello piduista di Berlusconi, è in carcere da due mesi per le pastette giudiziarie della P3 a beneficio di “Cesare” (il solito Berlusconi). Il mese scorso un consulente del mobilificio romano Castellucci e la sua consorte rinunciavano al posto di lavoro (e ai relativi stipendi) per poter rivelare al Giornale certe voci su una cucina Scavolini da 4500 euro acquistata da Fini e dalla Tulliani e destinata, a loro dire, al solito appartamento di Montecarlo. L’elenco degli scudi umani si ferma qui, ma solo per motivi di spazio. Chi osa ancora insinuare che siamo un paese di furbi materialisti, si vergogni e arrossisca. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Video -
Fini e Berlusconi - L'editoriale di Marco Travaglio a Annozero del 30 settembre 2010

No No B Day - Una manifestazione per chiedere le dimissioni della Costituzione. La campagna di satira e marketing non convenzionale da ilpopoloabbronzato.blogspot.com


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