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bandanax

Da Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2010

L’inchiesta fiorentina sulla Protezione civile e sui 337 milioni di euro sottratti ai contribuenti e bruciati nei lavori del G8 (mancato) alla Maddalena è una fotografia perfetta dello stato del paese. Al di là di quelli che saranno gli esiti dell’indagine, già ora si sa che intorno a Guido Bertolaso negli anni è nato, ed è stato foraggiato, un sistema di scambi di favori e di assegnazione degli appalti perfettamente bipartisan.
Grazie al Segreto di Stato, imposto da Prodi e confermato da Berlusconi, alla Maddalena i criteri di affidamento dei cantieri sono rimasti per tutti un mistero. Così, con la scusa della sicurezza – che fa il paio con quella dell’emergenza – ad un’azienda da appena 26 dipendenti dichiarati, la Anemone Costruzioni, si è persino riusciti a regalare lavori per 58 milioni di euro.
E quando, il 23 dicembre del 2008, Fabrizio Gatti su L’Espresso, ha rivelato che l’Anemone era legata a doppio filo (affari) alla famiglia del braccio destro di Bertolaso, Angelo Balducci, ora in manette, nessuno ha battuto ciglio. In Parlamento è stata presentata, a firma radicale, un’unica interrogazione. Balducci, equanimamente vicino al ministro Altero Matteoli e all’ex leader Pd, Francesco Rutelli, invece, è rimasto seduto sulla sua nuova poltrona di presidente del Consiglio superiore delle opere pubbliche, mentre il governo ha addirittura pensato di trasformare la Protezione civile in una Spa. Un sistema perfetto per gestire i soldi pubblici lontano da ogni verifica.
Oggi quindi ci si può giustamente indignare per un premier come Berlusconi che prima ancora di conoscere gli atti attacca i giudici e difende a prescindere tutti gli indagati. Ma bisogna anche ricordare che nelle democrazie normali, a controllare chi governa, prima ancora della stampa e della magistratura, deve essere l’opposizione. Sempre che non vada abitualmente a pranzo o a cena con il Bertolaso o il Balducci di turno. 
(Vignetta di Bandanax) 

Commento del giorno
di Stufo -  lasciato il 11/2/2010 alle 1:21 nel post Tg Minzo, Carosello
Beh, il TG Minzo a modo suo svolge un servizio pubblico fondamentale. Diminuirà in Italia il consumo di ansiolitici.
 

Annozero live: i vostri commenti alla puntata

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natangelo


Ogni tanto per svagarmi, guardo il Tg Uno di Augusto Minzolini. Apprendo che dromedari assetati assaltano cisterne d’acqua in Australia. Penelope Cruz si sposa e dichiara: il vestito che indosserò sarà il più importante della mia vita. Fiorello sta girando con il nuovo show. Vanno di moda i cappottini per cani e a Cortina anche le scarpine per i bassotti a pelo corto. Una tale Clerici che presenterà Sanremo è dimagrita e dimagrendo è anche svenuta.
E’ morto il papà dei paparazzi, aveva 80 anni, lo piangono i paparazzi rimasti vivi. Un italiano ha ultimato dopo nove mesi il puzzle più grande del mondo, 24 mila pezzi e dichiara: bisogna avere occhio per le sfumature di colore. Angelina Jolie e Brad Pitt si baciano in pubblico allo stadio per smentire le voci di divorzio, e dopo il bacio querelano i tabloid che hanno parlato di divorzio. A Vancouver, alla vigilia delle Olimpiadi della neve, non nevica. In Mongolia nevica troppo, la temperatura scende a meno cinquanta, i vitelli muoiono. Su Internet si moltiplicano i siti dedicati all’interpretazione dei sogni, una tizia pescata per strada dice che di solito sogna di camminare scalza e quando se ne accorge, per non sporcarsi i piedi, vola. Sta arrivando il telefonino con il traduttore incorporato, tutti potranno chiamare in Turchia o Senegal e parlare liberamente.
So che quando finisce il tg uno i miei vicini di casa mettono a letto i bambini che nel frattempo si sono rasserenati. Ai miei tempi si andava a letto dopo Carosello. 
(Vignetta di Natangelo)

Commento del giorno
di TheGianlucaTV - utente certificato - lasciato il 10/2/2010 alle 14:21 Delitti a fin di bene
Bertolaso indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla regolarità degli appalti per il G8. Adesso sì che ha tutti i requisiti per diventare Ministro del Governo Berlusconi.


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Da Il Fatto Quotidiano del 9 febbraio 2010

Nel “processo breve” a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione. Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati.
Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).  Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici.

Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici.
I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco. Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico. 
Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler. De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di “riconversione industriale”, utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard.
Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino).

Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di Conte Mascettì - utente certificato - lasciato il 9/2/2010 alle 10:7 nel post La magistratura sotto ricatto
In Italia i tempi di reazione sono più o meno di 15-20 anni. Sappiamo ora i motivi che hanno portato agli eventi che all'epoca risultarono misteriosi. Anche le porcate hanno una data di scadenza.
Facendo un po' di calcoli di alta matematica, vediamo un po', 2010-15 quanto fa?


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Buongiorno a tutti, se leggete i giornali domani, dubito che i telegiornali ne diano gran conto, parleranno dei commenti alla notizia, ma non parleranno della notizia, avete la possibilità oggi di mettere insieme un po’ di tessere del mosaico degli ultimi giorni, del mosaico politico-mediatico degli ultimi giorni, perché magari qualcuno si domandava, ma perché certi giornali, Il Corriere della Sera, che in certe pagine, grazie a certe firme sembra la succursale di Libero o del Giornale, si è dedicato con tanta passione e con tanto spazio a una foto di 16, 18 anni fa che ritrae Di Pietro a tavola con dei Carabinieri, un investigatore americano e Bruno Contrada? Leggi tutto

Segnalazioni

"Il patto" di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (edizioni Chiarelettere) - Prefazione di Marco Travaglio 

micromegaMicromega 2/2010 - Numero doppio. Un fascicolo monografico dedicato al filosofo Norberto Bobbio con tutti i testi pubblicati sulla rivista in quindici anni di collaborazione e un volume allegato di Peter Gomez e Marco Travaglio su il "Partito dell'Amore".
 

 


Commento del giorno
di Marco Grimaldi - lasciato il 7/2/2010 alle 22:44 nel post De Luca, l'Idv e l'acclamazione barzelletta
Candidati all'altezza non ne ha trovati! non perché ha cominciato a cercarli troppo tardi, ma perchè di candidati incensurati non se ne trovano più...

 


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bandanax

Il voto per acclamazione con cui i delegati dell'Idv hanno deciso di appoggiare la candidatura di Vincenzo De Luca alla presidenza della regione Campania è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. D'ora in poi, e con piena ragione, chiunque potrà ricordare quanto è avvenuto a Salerno e affermare che l'Italia dei Valori applica il sistema dei due pesi e delle due misure. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, perché non deve poter governare o candidarsi chi è nella sua stessa situazione? Detto in altre parole: qual è la differenza tra De Luca, Berlusconi o Fitto?
Badate bene, qui non si tratta di discutere di etica, di giustizialismo, di selezione delle classi dirigenti demandata (sbagliando) alla magistratura, o di altro. Il problema invece è la coerenza. Anche perché in politica vincono i messaggi semplici. E quello lanciato con la standing ovation al congresso dell'Idv in favore di De Luca, lo è. Tanto che, questa volta, viene difficile dar torto al vice-capogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, quando parla di decisione "barzelletta".  

Dopo la svolta di Salerno, l'Italia dei Valori finirà insomma per pagare pegno. E lo farà persino se De Luca dovesse sconfiggere il suo scialbo (ma formalmente immacolato) avversario. È noto, infatti, che quello Di Pietro è prima di tutto un movimento che raccoglie il voto di opinione. Per questo va generalmente male alle elezioni amministrative, mentre recupera terreno alle politiche o alle europee. Il caso De Luca fa adesso correre seriamente il rischio che il movimento di opinione alle spalle dell'Idv si disperda o finisca per rivolgersi una volta ancora al Partito Democratico o a quello che ne resta. Ne valeva la pena?  Pensiamo di no.
È vero, la scelta di sostenere De Luca era quasi ineluttabile. Di altri candidati in Campania non ce n'erano. Anche perché in questi mesi né il Pd, nè l'Idv si sono dati troppo da fare per trovarli. E Luigi De Magistris, l'unica persona che presentandosi all'ultimo momento avrebbe messo in crisi il gioco pro De Luca, non lo ha fatto. Finendo così per caricarsi sulle spalle, a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio, una parte rilevante della responsabilità dell'accaduto. Ma, in ogni caso, c'è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere.

Un partito lo può fare dimostrando a tutti che sta ingoiando un rospo. Che si sta muovendo solo per dovere di coalizione dopo che con il Pd è stato raggiunto un accordo a livello nazionale. Oppure può evitare, o quasi, il dibattito. Può risolvere tutto in mezza giornata, per poi andare gioiosamente, e tra il tripudio di delegati e dirigenti, verso uno degli errori più clamorosi della sua breve storia.
(Vignetta di Bandanax) 


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Da Il Fatto Quotidiano del 6 febbraio 2010

Il 6 aprile 2008, vigilia delle ultime elezioni, la polizia penitenziaria ascolta il boss della ‘Ndrangheta di Gioia Tauro, Giuseppe Piromalli, ergastolano al 41-bis, chiacchierare del governo prossimo venturo con altri detenuti di Cosa Nostra nell’ora di “socialità” nel carcere di Tolmezzo. Piromalli ha un incubo che gli leva il sonno: che rivinca il centrosinistra e che stavolta non metta alla Giustizia un Mastella, ma Di Pietro. Lo dice al medico mafioso Antonino Cinà e i capimafia Carlo Greco e Paolo Amico (killer del giudice Livatino): “Speriamo che non facciano ministro della Giustizia Di Pietro, quello è incorruttibile, è uno come quel Martelli (il Guardasigilli che nel 1992 inventò il 41-bis, ndr) che ci ha rovinati. E questo Di Pietro è ancora più pesante. Quando faceva il giudice ‘sto cornuto condannava tutti senza pietà, figurati se fa il ministro della Giustizia che cazzo combina. Questo ci fa uscire dal carcere dentro alla bara”.

Negli stessi giorni il figlio di Piromalli e altri amici poi arrestati per mafia incontravano Marcello Dell’Utri, noto bibliofilo. Lui sì, ottimo per la Giustizia. Piromalli aveva ragione. Infatti Di Pietro non è mai stato né mai sarà ministro della Giustizia, perché rischierebbe di farla funzionare davvero: “Figurati che cazzo combina ‘sto cornuto”. In 15 anni di Seconda Repubblica, se la classe politica non ha ancora smantellato del tutto il Codice penale, lo dobbiamo al fattore Di Pietro. Non si contano le volte che, mentre destra e sinistra erano sul punto di accordarsi sulle peggiori leggi pro-mafia e pro-corruzione, l’ex pm s’è messo a urlare e le ha bloccate in extremis. Senza la concorrenza spietata delle sue truppe raccogliticce, il Pd avrebbe fatto molto peggio del peggio che è sotto gli occhi di tutti. Per questo l’establishment lo detesta, per questo il Corriere lo martella ogni giorno con memorabili patacche tipo la foto con Contrada o le rivelazioni a puntate dell’avvocato ex dipietrista Mario Di Domenico, avvocato si fa per dire perché è stato espulso dall’Ordine (un Ordine di stomaco talmente forte da non aver ancora espulso definitivamente Previti, quattro anni dopo le condanne definitive per corruzione giudiziaria). Il tutto, si capisce, alla vigilia del congresso dell’Idv.

L’ha detto il grande Giorgio Bocca l’altra sera ad Annozero: la guerra infinita a Di Pietro, iniziata nell’estate ‘92 col “poker d’assi” di Craxi, proseguita con decine di inchieste-farsa a Brescia sui dossier Gorrini e D’Adamo, distillata ancora un anno fa con le bufale intorno al figlio Cristiano che aveva addirittura raccomandato un elettricista di Termoli, e ora giunta alla comica finale con la cena delle beffe, non è dovuta ai suoi difetti, ai suoi limiti, ai suoi errori. Che pure sono evidenti e numerosi. E’ dovuta ai suoi meriti: al suo ruolo di unica opposizione anti-inciucio, di unica diga che ha frenato in questi anni la soluzione finale, l’impunità totale per le classi dirigenti (anzi, digerenti). Ma proprio qui sta l’errore di Di Pietro, anzi la coazione a ripetere sempre lo stesso errore: ha sottovalutato che, in casa sua, una leggerezza diventa un crimine da ergastolo, una pulce diventa un elefante, una pagliuzza diventa una trave. E ha seguitato a imbarcare di tutto, salvo i pregiudicati: il che già lo distingue da tutti gli altri partiti, ma non basta la fedina penale pulita per rendere affidabile e credibile un partito.
Lamentarsi col Tg1 di Scodinzolini perché lo rincorre con domande “del cazzo” su una normalissima cena, mentre censura tutte le porcate del padrone, è comprensibile ma inutile. Si sa come vanno le cose e perché. Occorre prenderne atto e farne tesoro una volta per tutte. Il congresso potrebbe essere l’ultima occasione. Quanti personaggini alla Di Domenico pascolano ancora nell’Idv? E quanti poltronòmani, alla prima astinenza o al primo invito ad Arcore, sono pronti a vendicarsi come Gorrini e D’Adamo? Meglio cacciarli subito, prima del prossimo libro o del prossimo dossier. 
(Vignetta di Tonus)

Commento del giorno
di marchino firenze -  lasciato il 6/2/2010 alle 11:52 nel post Max facci sognare
L’Italia deve molto a Craxi. Ma anche lui non scherza.

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Signornò
da L'Espresso in edicola


Ormai il Pd fa autocritica le rare volte che ne azzecca una e non la fa quando dovrebbe. Anna Finocchiaro aveva indovinato una battuta: quando Berlusconi ha detto "meno immigrati, meno crimini", gli aveva risposto "meno premier, meno crimini". Ma ha subito fatto marcia indietro: "È stata una battuta infelice e me ne scuso". In compenso Massimo D'Alema, reduce dai trionfi pugliesi, è stato premiato con la presidenza del Copasir: e non solo dai membri del Pdl (il che è comprensibile, con tutto quel che ha fatto per loro), ma anche da quelli del Pd. Come ha detto Umberto Eco, "non ne indovina una da quando non finì il corso di laurea alla Normale". Eppure l'Attila del Tavoliere passa sempre per molto intelligente e seguita a fare carriera sui suoi fiaschi.

Ora, per esempio, con l'avvio del processo a Giovanni Consorte per aggiotaggio, riciccia fuori il caso della scalata Unipol alla Bnl: Consorte ha citato come testimoni D'Alema, Latorre e Bersani. I primi due, per i magistrati milanesi, avrebbero dovuto essere indagati per concorso nell'aggiotaggio di Consorte, ma si salvarono grazie al niet del Senato e del Parlamento europeo alla richiesta di autorizzazione all'uso delle intercettazioni. Speravano così di avere sepolto per sempre lo scandalo senza mai farvi i conti, anzi ottenendo la cacciata da Milano del gip Clementina Forleo che aveva osato avanzare quella richiesta. Ora saranno costretti, pur in veste di testimoni, a dare qualche chiarimento. Consorte li chiama a "riferire sul ruolo di sostegno all'operazione Bnl di Unipol svolto nei confronti di referenti politici e organizzazioni economico-finanziarie d'interesse nazionale contrarie all'operazione e più in generale sui fatti di cui alle imputazioni".

E Bersani sui "rapporti con membri del patto di Bnl e le organizzazioni economico-finanziarie di interesse nazionale". In un'incredibile intervista al 'Corriere della Sera' (incredibile soprattutto per il silenzio che ne è seguito), Consorte sostiene che "una parte dei Ds mi mollò" e così la Margherita, i prodiani, Veltroni e Rifondazione, perché "temevano che Unipol avrebbe reso più forti Fassino e D'Alema". Unipol, con Bnl in pancia, sarebbe diventata "un braccio finanziario a sostegno del governo e mancava poco alle elezioni del 2006 vinte dal centrosinistra. I primi ad affossare tutto sono stati proprio i potenziali beneficiari, i dirigenti del costituendo Pd". Nessuno dei personaggi citati ha nulla da obiettare? Davvero l'"abbiamo una banca?" di Fassino e l'"evvai Gianni facci sognare!" di D'Alema preludevano a un'opa dalemiana sul nascente Pd, con l'Unipol nei panni di braccio finanziario del centrosinistra? È questa la concezione del libero mercato che avevano (e magari hanno) questi signori? E quando ne hanno informato gli elettori? Forse qualche risposta arriverà in tribunale. Ma forse è meglio trovare qualche sede alternativa e preventiva. Nel qual caso, ci facciano sapere.
(Vignetta di Fifo)

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