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IL FATTO QUOTIDIANO DEL 23 GIUGNO 2010 - SCARICA UNA COPIA PDF

IL FATTOdi Peter Gomez

Un amico che lavora a lavoce.info ce lo aveva detto: “Preparate una bottiglia da spaccare. Un sito è come il varo di una nave. Non sai quanti problemi e quanti casini comporta”. Beh, noi ieri quella bottiglia non la abbiamo rotta. O almeno non lo abbiamo fatto del tutto.

Il nuovo sito ilfattoquotidiano.it  è sì scivolato in mare con le prime luci all'alba, ma è stato subito preso d'assalto. Non dai pirati, ma dai navigatori. Com'era successo il 23 settembre quando le 90.000 copie del primo numero de Il Fatto Quotidiano (troppo poche) erano scomparse nel giro di un'ora dalle edicole e i lettori ci telefonavano disperati, ieri tra le sei mezza e le 9 oltre 450.000 utenti unici hanno tentato di farci visita. E la ressa, per dirla in maniera ben poco tecnica, ha finito per mandarci in tilt. Colpa nostra che come al solito ci siamo sottostimati. Credevamo che un risultato del genere fosse possibile ottenerlo nell'arco delle 24 ore. Non in un'ora e mezza.

Scusateci. Siamo un giornale ancora artigianale. Pieno d'idee, di buona volontà (la redazione ha lavorato sino alle 4 e mezza del mattino e si è ripresentata in ufficio alle 7), ma che decisamente pecca di modestia. È arrivato il momento di capire davvero che noi esistiamo soprattutto grazie alla Rete. Se 40 mila persone - molte delle quali utenti abituali di Voglioscendere, il vecchio e ormai quasi glorioso blog aperto da Marco Travaglio, Pino Corrias e dal sottoscritto tre anni fa - non avessero sottoscritto, a scatola chiusa, l'abbonamento online al Fatto, oggi probabilmente   non saremmo qui. Quegli abbonamenti sono infatti stati il volano che ci ha permesso (dal punto di vista economico) di andare a giocare in edicola la nostra partita con i più grandi. Vincendola, grazie alla direzione di Antonio Padellaro, sempre più spesso. Quindi se la Rete ci ha dato fiducia, noi dobbiamo fare qualcosa per meritarcela: non solo dal punto di vista dei contenuti. Ma anche da quello tecnico.

Così ieri, mentre per tutta la giornata il sito si vedeva e non si vedeva o girava lentissimo, ci siamo dati da fare. Abbiamo rimesso nei cassetti i nostri scoop. Abbiamo quintuplicato i server e abbiamo cominciato a ridisegnare parte dell'architettura informatica dell'homepage (o almeno così ci hanno spiegato i tecnici). Un lavoro complicato destinato a durare sino a questa mattina.

I ragazzi della "mezza sporca dozzina del Web" si rivedranno in redazione oggi alle 7 per cominciare a riempire di nuovo ilfattoquotidiano.it  di articoli e contenuti multimediali, pronti a riprovare ad andare online verso le 14. Il parto insomma è difficile, ma la mamma e il neonato sono forti e, prima o poi, ce la faranno. E questa non è la sola buona notizia. L'altra sono il numero altissimo di persone che ci stanno aspettando e i giudizi – tutti positivi a leggere dai commenti postati – sulla versione Beta del sito. Anche per questo noi non siamo troppo delusi. Siamo abituati, da sempre, a marciare in salita. E poi ieri eravamo talmente in tanti che la storia di questo inizio, da vecchi, la racconteremo. Potete starne certi. Non è una promessa. È un fatto.

da il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2010


IL FATTO QUOTIDIANO 23 GIUGNO - PDF

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Dunque la molto allenata sinistra dell’eterno 4 4 2, quella che sta perennemente in difesa, non fa mai goal, casca sempre per terra, piagnucola, e aspetta con trepidazione l’intervallo per divorare qualche piccolo avanzo di altre libagioni, non se l’è sentita di tirare neppure davanti alla porta vuota di Pontida. Non ha detto: piantatela, buffoni, con la vostra Padania immaginaria, l’ampolla, il dio Po, e le altre carabattola acchiappa gonzi, compresa la libertà da Roma dove invece vi trovate benissimo, chiedete a Maroni. Mettete giù le mani dall’aria magnifica del Va’ Pensiero. Lasciate stare Verdi che vi avrebbe preso a calci per tutta via Manzoni. Soffiatevi il naso con i vostri ridicoli fazzoletti verdi e poi buttateli via.

No, la sinistra non ha proprio fiatato. Tutti muti a passeggiare dentro la propria area. Aspettando che l’anniversario di un luogo e una data immaginari passassero. Certo per non irritare, per non offendere, per il rispetto dovuto a ogni cultura, ogni identità, ci mancherebbe, ogni vessillo che garrisca al vento, anche quello del sole delle Alpi, fradicio di pioggia, che l’altro ieri tramontava su quel triste migliaio di partite Iva convenute a Pontida per rivendicare in pubblico la più massiccia evasione fiscale europea, chiamandola libertà.

Niente, nemmeno un fiato. E c’è voluto il neo cavourriano Gianfranco Fini per dire con una certa fermezza, la cosa più semplice. E che nell’Italietta sinistra dell’eterno catenaccio è anche la cosa più ardita: la Padania non esiste.  
(Vignetta di Natangelo)

Nonno privacy - Le poesie di Carlo Cornaglia

“Noi non viviamo in democrazia
poiché siamo spiati tutti quanti,
più di sette milion, parola mia!”
Quelli di Confcommercio son festanti

nell’ascoltare Silvio Berlusconi
difensor della privacy di tutti.
“Stop a giornali e ad intercettazioni,
a cronisti e piemme farabutti!”
(leggi tutto)

Segnalazioni

Facce da Lega, il fotoracconto del raduno di Pontida - (dal blog del Popolo Viola)

No bavaglio
Il testo del Ddl
Contro la legge bavaglio, manifestazione il 1 luglio a Roma, Piazza Navona - Le adesioni sul sito della FNSI
L'appello di Articolo 21


fatto

Da oggi on line il nuovo sito de "Il Fatto Quotidiano"

Una nuova piazza per il confronto senza censure - di Peter Gomez
Guarda le video storie di Peter Gomez e Marco Travaglio






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Testo:
Buongiorno a tutti, questa settimana si chiuderà probabilmente in appello davanti alla Corte d’Appello di Palermo, il processo a Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, è un processo che all’inizio in primo grado aveva due imputati: Marcello Dell'Utri e Gaetano Cinà, furono condannati entrambi nel dicembre 2004, Dell'Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Cinà a una pena lievemente inferiore per partecipazione a associazione mafiosa.

Dell'Utri, una sentenza "politica"
Cinà è uno dei tanti personaggi che secondo i giudici di Palermo sono mafiosi, Cinà era della famiglia mafiosa di Malaspina imparentato tramite la moglie con i vecchi boss, poi deposti dai corleonesi nei primi anni 80 e cioè Stefano Bontate e Mimmo Teresi, Cinà poi è morto e quindi non compare più nel processo di appello dove è rimasto soltanto Dell'Utri che è accusato di concorso esterno. (Leggi tutto)

Segnalazioni

"L'agenda nera della Seconda Repubblica".
Il nuovo libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (edizioni Chiarelettere)

'Sotto Scacco': il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia - Martedì 22 giugno, Palermo, Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Marco Lillo e altri protagonisti presentano il film Sotto Scacco - di Marco Lillo e Udo Gumpel. c/o Kursaal Tonnara Vergine Maria, Via Bordonaro, 9, ore 21.

Sistemi Criminali, Quanto sono deviati gli apparati dello Stato? Incontro organizzato da Antimafia Duemila in occasione del 18esimo anniversario della strage di Via d'Amelio. Palermo, 17 luglio 2010

Dal 22 giugno on line il nuovo sito di Il Fatto Quotidiano.
Manca poco: incrociamo le dita di Peter Gomez
Video: Peter Gomez racconta quando lo Stato trattò con Cosa Nostra.

 


continua

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Due anni fa Renato Schifani veniva eletto presidente del Senato. In due articoli sull’Unità e in due programmi televisivi, “Crozza Italia” e “Che tempo che fa”, ricordai le sue frequentazioni con personaggi poi condannati per mafia e le sue consulenze per il Comune di Villabate sciolto per mafia. Nel programma di Fazio osservai anche lo scadimento della classe politica italiana per spiegare l’ascesa di uno Schifani alla seconda carica dello Stato, e mi concessi una battuta: “Mi domando chi verrà dopo… in questa parabola a precipizio… cioè dopo c’è solo la muffa, probabilmente… il lombrico, come forma di vita”. Quando Fazio si dissociò, scherzai ancora: “In effetti, dalla muffa si ricava la penicillina, quindi era un esempio sbagliato…”. Successe un putiferio, ovviamente perché avevo osato accostare il neopresidente del Senato a vicende e personaggi mafiosi, non certo per quel paio di battute. Fui attaccato da tutto il centrodestra e dal Pd (Finocchiaro, Gentiloni, Violante…), per non parlare di tutta la stampa di ogni orientamento.
Ci fu anche quell’“incidente” con Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Schifani annunciò querela poi, tanto per cambiare, promosse un’azione civile per risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, chiedendomi 1.750.000 euro in tutto.

L’altro giorno il Tribunale civile di Torino ha emesso la sentenza di primo grado: dovrò risarcirgli danni non patrimoniali per 12 mila euro più 4 mila di riparazione pecuniaria (meno di un centesimo di quanto chiedeva Schifani) per la battuta sulla muffa, il lombrico e la penicillina; mentre tutto il resto (compresa la “parabola a precipizio” della nostra classe politica che ha portato un soggetto del genere al vertice del Senato) è coperto dal “diritto di cronaca politica e di critica”. Cioè: la mia battuta è stata giudicata “satirica”, ma offensiva perché rivolta alla “persona” Schifani e non al “politico” Schifani (naturalmente io mi riferivo al politico, visto che la persona ho la fortuna di non conoscerla, ma il giudice ha ritenuto diversamente e pazienza); invece tutti i fatti che ho raccontato sull’Unità, da Crozza e da Fazio erano veri e le mie critiche erano legittime, “ravvisandosi l’interesse pubblico alla conoscenza delle notizie narrate, la sostanziale verità delle stesse, la contestualizzazione dei vari episodi narrati e la continenza dell’esposizione”.

Non intendo commentare la sentenza, anche perché sono parte in causa. Preferisco pubblicarla, così ciascuno potrà valutarla e farsene un’idea. Trovo particolarmente interessante la risposta che dà a quei fresconi che mi avevano contestato il diritto di ricordare i rapporti di Schifani con certi personaggi solo perché quelli erano stati condannati per mafia “soltanto dopo” aver fatto parte della Siculabroker insieme a lui: “E’ noto – scrive il giudice – che le associazioni criminali di tipo mafioso riescono a realizzare il controllo del territorio attraverso l’inserimento di propri associati, o di fiduciari, nelle attività economiche legali, così realizzando una sistematica attività di infiltrazione nel sistema imprenditoriale dei territori da esse controllati. Tale circostanza non solo è ampiamente nota, ma non è neppure ignorabile da soggetti nati ed operanti da sempre in quel medesimo territorio”. Altrimenti dovremmo pensare che, per fare un solo esempio, Michele Greco, il boss della Cupola detto “il Papa”, o i cugini Salvo vadano considerati mafiosi soltanto dal 1984, quando Falcone li fece arrestare, mentre lo erano dalla notte dei tempi.
“Conseguentemente – prosegue il Tribunale – a maggior ragione, deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Quanto a ciò che avevo scritto e detto, scrive il giudice che le mie “affermazioni non avevano per oggetto la mafiosità dell’attore (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni (che sono un fatto)”. L’”attore”, naturalmente, è il senatore Renato Schifani che ha promosso la causa contro di me (il “convenuto”).

Il quale, scrive sempre il giudice, ha detto ripetutamente il falso nell’atto di citazione contro di me: “Non corrisponde a verità che il convenuto non abbia evidenziato che l’attore aveva sostanzialmente contestato il contenuto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Campanella…” ed “è altresì infondata la doglianza dell’attore secondo cui il convenuto non avrebbe evidenziato che quanto asserito dal Campanella sarebbe stato appreso da terzi e quindi non fonte di cognizione diretta”; e “non coglie nel segno” neppure quando mi accusa di aver confuso l’amministrazione di Villabate sciolta per mafia nel 1998 con quella di cui era consulente Schifani fino al 1996, “posto che nell’articolo si dice chiaramente che fin dal 1996 l’on. Schifani era stato eletto in Parlamento, con conseguente cessazione dell’incarico per il Comune di Villabate. Inoltre, sebbene i componenti del Consiglio comunale fossero stati rinnovati a seguito delle elezioni del 1998, è però altrettanto vero che i vertici del Comune non erano mutati, essendo nuovamente rieletto Sindaco Giuseppe Navetta, determinandosi così sostanzialmente una continuità con la precedente amministrazione”.

Ho dunque appreso con un certo stupore della soddisfazione espressa da Schifani tramite i suoi legali per la sentenza del Tribunale di Torino. Ma chi si contenta gode. Da oggi si può dire che la seconda carica dello Stato ha avuto rapporti con gente di Cosa Nostra, ma non che il suo successore potrebbe essere un lombrico o una muffa. Questa battuta mi costa un po' cara, ma ne è valsa comunque la pena.

La sentenza di primo grado del Tribunale di Torino 


 

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da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2010

Basta, c’è un limite a tutto. Non si può seguitare a mortificare Claudio Scajola. Già dev’essere umiliante venire scaricato da uno come B, che in vita sua non ha mai scaricato nessuno, anzi ha sempre caricato di tutto. Figurarsi come deve sentirsi, lui che non è neppure indagato, ora che viene promosso ministro del Federalismo l’imputato Aldo Brancher, l’ex prete paolino poi spretato e divenuto dirigente della Fininvest e dunque deputato di Forza Italia. No, non si fa così.

Ma come: cacciano dal governo un pover’ometto che s’è soltanto fatto pagare la casa da un altro, per giunta a sua insaputa, e poi aprono le porte a uno rinviato a giudizio per lo scandalo Bpl-Antonveneta? Ma allora lo dicano che vogliono provocare. Fra l’altro la signora Scajola ha fatto sapere che, se il marito s’è finora avvalso della facoltà di non rispondere, è stato per non inguaiare “gente più compromessa di lui”. Chissà se conviene contrariarlo: e se poi parla? Potrebbe esplodere una rissa nell’ora d’aria del Pdl, simile a quella che sta dilaniando l’Udc col simpatico scambio di vedute tra il senatore Cintola (indagato perché mandava l’autista con l’auto blu a comprargli la coca) e il segretario onorevole Cesa (arrestato nel ’93 per una trentina di mazzette, mise a verbale: “Ho deciso di svuotare il sacco”). Appena Cesa ha sospeso Cintola dal partito, Cintola – suo affezionato biografo – ha replicato: “Cesa dovrebbe sospendersi da solo, con tutto quel che ha combinato”. Ora non vorremmo che la guerra fra impresentabili riesplodesse nel centrodestra a proposito della biografia di Brancher.
 
Il 18 giugno 1993, quand’era il vice di Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni, fu prelevato e sbattuto a San Vittore su richiesta del Pool di Milano, in base alle accuse di Giovanni Marone, segretario del ministro della Malasanità Francesco De Lorenzo: “Brancher venne da me a nome della Fininvest per raccomandarsi che le venisse riservata una maggiore fetta di pubblicità nella campagna anti-Aids (sulle reti Fininvest, ndr). E quando questo privilegio fu realizzato, mi fu riconoscente pagando 300 milioni in due rate”: 300 a Marone e 300 al Psi. Brancher restò in carcere tre mesi e, per trasmettergli la consegna del silenzio, B. ricorse al paranormale: “Quando Brancher era a San Vittore – ha raccontato il Cavaliere – io e Confalonieri giravamo in auto intorno al carcere per metterci in comunicazione con lui”.

La telepatia funzionò: Brancher tenne la bocca chiusa. Fu poi condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio. Poi, in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dal governo Berlusconi, di cui era sottosegretario lo stesso Brancher. Il quale, nel 2005, torna sul luogo del delitto: la Procura di Milano trova un conto alla Banca Popolare di Lodi intestato alla sua compagna Luana Maniezzo con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300 mila euro in due anni. Un regalino di Fiorani, come spiega lo stesso banchiere ai pm: “Con Brancher ho avuto diversi rapporti economici: una somma nel 2003 sul conto di Luana Maniezzo; nel 2004 100 mila euro che ho consegnato in ufficio a Lodi per ringraziarlo per l’attività svolta in Parlamento per aiutare Fazio; 100 mila euro nel 2005 a Roma; 200 mila euro a Lodi quando ho consegnato la busta a Brancher che la doveva dividere con Calderoli… che aveva bisogno di soldi per la sua attività politica”.
Il 26 giugno sarebbe dovuto iniziare al Tribunale di Milano il processo a suo carico per appropriazione indebita, processo finora rinviato per i suoi impedimenti parlamentari (tipo una imprescindibile missione alla Fiera di Hannover). Ma niente paura, ora che è ministro il processo non partirà nemmeno, grazie alla legge sul legittimo impedimento. L’amico B. l’ha salvato appena in tempo. E il capo dello Stato, nelle cui mani questo bel giglio di campo ha giurato ieri, ha fatto finta di nulla. Chissà com’è felice Scajola. 
(Vignetta di Bandanax)
 

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il fattodi Peter Gomez e Marco Travaglio

Inizia il conto alla rovescia. Tra quattro giorni partirà la nuova edizione on line de Il Fatto Quotidiano. Più di mille tra siti e blog hanno già aderito alla campagna virale di lancio.

Pensavate che ce ne fossimo dimenticati? Ormai credevate che l'annuncio della nascita de ilfattoquotidiano.it fosse una bufala? E invece, no. Eccoci qui. Tra quattro giorni, saremo finalmente on-line con una versione Beta. Martedì 22 giugno il nostro nuovo sito scioglierà gli ormeggi. Le cose che non funzionano sono ancora tante. In queste settimane abbiamo spesso lavorato dalle otto del mattino alle due di notte per cercare di metterle a posto. La rotta da percorrere resta però lunga. Ma un risultato (straordinario) per ora ci conforta: la campagna virale di lancio del sito, che sta partendo in queste ore, ha raccolto - a scatola chiusa - un mare di adesioni. Più di mille siti e blog hanno accettato di ospitare i nostri banner non convenzionali e gli utenti vengono adesso ricontattati per i particolari tecnici. La casella e-mail iosupporto@ilfattoquotidiano.it è ancora in funzione. Speriamo che le adesioni continuino ad arrivare per toccare quota 1.500.

È stata poi aperta una nuova pagina Facebook interamente dedicata a il Fatto Quotidiano che sostituirà quella dell'Antefatto. Chi vuole può già iscriversi. Facebook infatti resterà un canale importante per comunicare in tempo reale le nostre iniziative e per discutere quanto sta accadendo nel mondo e in Italia. I prossimi mesi si annunciano cruciali per il Paese. Chi è al potere vuole riscrivere la Costituzione, imbavagliare la stampa, imbrigliare la magistratura, approvare una legge finanziaria che, tagliando senza criterio lo stato sociale, finirà per colpire i soliti noti. Ci sarà insomma molto da raccontare e molto da dire. Noi lo faremo come sempre. Riportando tutti i fatti (anche i più scomodi) che riteniamo essere notizie e proponendo con chiarezza soluzioni alternative ai problemi che vengono discussi (ma più spesso ignorati) in Parlamento. Anche per questo nasce il sito del Fatto Quotidiano: per far sentire il fiato sul collo a chi sta nel palazzo. E per dimostrare che un'altra Italia esiste e vuol far sentire la sua voce.

Quando saremo on-line (permetteteci di non anticipare niente sui contenuti in modo da sfruttare a fondo l'effetto sorpresa) ci si renderà conto di come il nostro sforzo sia stato quello di mettere a disposizione della Rete uno spazio dove sia davvero possibile confrontarsi, ragionare e denunciare. Uno spazio dove si sarà liberi di dire e liberi di sapere.

La sfida è difficile. Come spesso ci è accaduto in passato partiamo svantaggiati rispetto agli altri big della cosiddetta informazione su Internet: abbiamo meno soldi, meno giornalisti, meno tecnici di tutti gli altri. Una cosa però ci lascia fiduciosi: abbiamo un solo padrone, il lettore. Anzi il navigatore del web.

Senza il sostegno della Rete, lo sappiamo, questa avventura è destinata al naufragio. Ma dove ci porterà lo capiremo presto. Abbiamo davanti a noi tutta l'estate per approntare, grazie al vostro supporto e ai vostri suggerimenti, la versione definitiva del sito. E per far lavorare al meglio la piccola squadra del Fatto Quotidiano. Poi sarà solo mare aperto. Augurateci buon vento.

(da antefatto.it)




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Non avendo nulla da fare, a parte nominare primari ospedalieri e dirigenti delle Asl, lottizzare società pubbliche e miste, metter becco nella Pubblica amministrazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca, negli istituti culturali, nelle banche, negli appalti e nelle consulenze, fare i palinsesti televisivi e poi gli ospiti televisivi e poi la critica televisiva, decidere se un film è bello o no, se un attore o un regista è bravo o no, stabilire cosa devono scrivere i giornali e cosa no, chi devono intercettare i magistrati e chi no, chi devono ammanettare i poliziotti e chi no, e in parecchi casi rubare a man bassa, ora i politici pretendono pure di scrivere le sentenze.

Il governo decide che il pentito Gaspare Spatuzza non è attendibile perché ha parlato fuori tempo massimo e gli nega il programma di protezione, così impara a fare il nome del presidente del Consiglio (che infatti gli nega la protezione, cioè confessa). Un tempo, quando un mafioso collaborava con la giustizia, erano i giudici a stabilire se era attendibile: dopodiché la mafia lo minacciava e il governo lo proteggeva. Ora è tutto più semplice: quattro procure giudicano Spatuzza attendibile, ma ciononostante, anzi proprio per questo, il governo non lo protegge e lo minaccia, risparmiando inutili fatiche alla mafia. E pazienza se Spatuzza si accusa della strage di via D’Amelio scagionando tre tizi condannati per sbaglio al posto suo. Pace all’anima loro. È il Lodo Mantovano, ultimo grido del garantismo all’italiana: i colpevoli fuori, gl’innocenti in galera.

Per non essere da meno, anche il Pd vuole sostituirsi ai giudici. La capogruppo al Senato Anna Finocchiaro non ha gradito la requisitoria del procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi contro Ottaviano Del Turco: “Trovo criticabile che, nel corso di un pubblico dibattimento, il pm abbia dato lettura di intercettazioni telefoniche riguardanti fatti estranei ai capi d’imputazione e dunque alle accuse formalizzate nei confronti di Del Turco”. Ne avesse azzeccata una. Non era un “pubblico dibattimento”, ma un’udienza preliminare in camera di consiglio, cioè a porte chiuse. Il pm non ha “dato lettura” di un bel niente. E i fatti non sono per nulla “estranei ai capi d’imputazione”: si tratta di rapporti intimi fra il presidente della Regione e una signora nominata consulente della sua Regione. Il pm ha evocato en passant questo caso di – parole sue – “onanismo telefonico” – per dimostrare “la strumentalizzazione dell’ufficio pubblico per scopi privati”. Ripetiamo per l’ennesima volta: non sappiamo se Del Turco sia colpevole o innocente, lo stabiliranno i giudici che devono ancora decidere se vada rinviato a giudizio o no. I pm ritengono di sì, i difensori di no, si pronuncerà il gup.

Mentre, tre giorni fa, Trifuoggi teneva la sua requisitoria, al primo accenno a quelle telefonate i difensori l’hanno interrotto, nella pretesa che il gup gli levasse la parola. Il gup l’ha invitato a proseguire. Allora avvocati e Del Turco hanno abbandonato l’aula e, appena fuori, han raccontato alla stampa quel che era emerso in camera di consiglio e che essi conoscevano da tempo (le telefonate hard sono agli atti da due anni). I giornalisti invece non ne sapevano nulla e avrebbero seguitato a non saperne nulla se non li avessero informati Del Turco e i suoi legali. Ora, secondo la Finocchiaro, quelle telefonate “attengono alla vita privata” e sono servite al pm per “mortificare la dignità di Del Turco”. Ma una consulenza “artistica” di 30 mila euro l’anno a una signora molto vicina a un governatore è un fatto pubblico, visto che la tipa era pagata con soldi pubblici, cioè nostri. Così come l’assunzione del figlio di un amico del governatore a “vignettista ufficiale” della Regione Abruzzo (altri 30 mila euro l’anno). Pare che la svagata signora Finocchiaro, in una precedente reincarnazione, fosse addirittura magistrato. Poi, per fortuna della Giustizia, ha smesso. Ma niente paura: riesce a far danni lo stesso.    
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Spatuzza, via D'Amelio e il depistaggio di Stato. Intervista a Giuseppe Lo Bianco, autore di "L'agenda nera" (edizioni Chiarelettere)

No bavaglio
Il testo del Ddl
Fnsi: Il 1 luglio una grande mobilitazione contro il Ddl intercettazioni
Bice Biagi: "Se mio padre fosse vivo oggi sarebbe al confino" di Stefano Corradino (da articolo21.org)


ilfattoMartedì 22 giugno Il Fatto scioglie gli ormeggi di Peter Gomez e Marco Travaglio. Fra 6 giorni on line il nuovo sito del Fatto Quotidiano: partecipa alla campagna virale di lancio.


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