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Non c’è più niente da fare. Ormai Berlusconi ha vinto. Dopo 15 anni di slogan falsi bombardati con gli ordigni radioattivi delle sue televisioni e della sua Rai, è riuscito a contaminare tutto il paese, tutto l’ambiente che lo circonda, compresi i politici del centrosinistra che dovrebbero opporglisi, compresi tanti intellettuali e giornalisti. Per cui, ormai, parlano e pensano (si fa per dire) quasi tutti come lui. Lo dimostrano, se ve ne fosse ancora bisogno, gli alti lai del Club degli Intoccabili – da Bertinotti a Mastella, da Franceschini a Berlusconi, per non parlare delle mosche cocchiere dalemian-veltroniane Latorre, Caldarola e Polito e dei cerchiobottisti alla Sergio Romano – contro le intercettazioni, chi le effettua e chi le pubblica.

L’altra sera, ad Annozero, ne hanno parlato due dei pochissimi intellettuali immuni da radiazioni: Franco Cordero e Antonio Tabucchi. Infatti parevano due marziani. Cordero ricorda che le intercettazioni non manipolano nulla: sono l’”autoritratto” di chi parla, nel bene e nel male. Tabucchi rammenta che i politici non sono mai intercettati: intercettati sono i malfattori con i quali parlano spesso certi politici. I quali, se non vogliono finire anch’essi indirettamente intercettati, hanno un rimedio facile facile: non parlare con malfattori e chiamare, per dire, la Comunità di sant’Egidio. Ragionamenti di puro buonsenso, che però cadono nel vuoto. Per leggere qualcosa di sensato bisogna rivolgersi a un giornalista e scrittore di origine italiana che vive in America, Alexander Stille, il quale due giorni fa ha scritto un articolo memorabile su Repubblica dal titolo Il Paese dove i potenti vanno in galera. E’ una boccata d’aria nel “mare nostrum” di cazzate e tartuferie assortite.

Dopo aver elencato una serie impressionante di potentissimi politici e vip americani finiti in galera senza batter ciglio, Stille spiega: “Alcuni imputati hanno cercato di dipingersi come vittime della stampa o dei pubblici ministeri locali di diverso orientamento politico, ma una volta emerse le prove inequivocabili dei reati commessi, sono stati abbandonati dai compagni di partito. (…) I fini politici possono essere contestabili a livello individuale, ma ciò che conta sono i fatti. Se un pubblico ministero produce prove certe di un illecito, nessuno, neppure i più stretti alleati politici dell’imputato, può permettersi di ignorarle, indipendentemente dalla fonte da cui provengono. (…) Al di là del generale consenso politico esistente negli Usa sul fatto che l’illegalità, in qualunque ambito, è inaccettabile, anche l’atteggiamento degli imputati qui in America è diverso. (…) In Italia i processi si trascinano per anni e le condanne non comportano conseguenze fino all’esaurimento di tutti i gradi di giudizio, un iter che richiede spesso più di un decennio. Se gli imputati siedono in Parlamento vi restano fino all’ultimissimo momento senza ricevere alcun invito a dimettersi. Anche dopo una condanna le conseguenze sono minime, ammorbidite da leggi ad personam o da amnistie, così che il ‘potente di turno’ al massimo trascorre qualche mese agli arresti domiciliari nella lussuosa dimora acquistata con i frutti del suo operato corrotto. E nonostante le condanne, montagne di prove e sentenze mitissime, nelle interviste questi signori si dipingono come vittime innocenti e si scagliano contro chi ha osato svelare le loro malefatte”.

Poi Stille butta un occhio desolato sul nostro sistema dell’informazione, anzi della disinformazione al servizio del potere: “La cosa forse peggiore è che in Italia gli elementi oggettivi paiono contare pochissimo rispetto alle fonti che li producono. Così come nell’attuale caso Rai-Berlusconi-Saccà - nessuno contesta la veridicità delle intercettazioni telefoniche del dirigente Rai Agostino Saccà e quasi nessuno parla del quadro agghiacciante della gestione di potere in Italia - ma vengono respinte perché vengono dalla cosiddetta ‘armata rossa della magistratura’ e perché sono state pubblicate da Repubblica. Forse l’aspetto più importante della realtà americana, portata qui ad esempio, è che negli Usa esistono delle istituzioni, come i tribunali e la stampa, che, indipendentemente dal colore politico, operano in autonomia, producendo elementi oggettivi da tenere necessariamente in considerazione, nel bene e nel male. A ragione o a torto, quando un sito web conservatore pubblicò le prove della relazione del Presidente Clinton con Monica Lewinsky, immediatamente perse importanza la fonte della rivelazione, importante era stabilirne l’autenticità. Lo stesso accadde quando un altro sito pubblicò le prove che Rudolph Giuliani aveva messo la sua amante, diventata poi sua moglie, sotto la protezione della polizia a spese dei contribuenti. Quando la veridicità dell’informazione fu confermata, Giuliani fu costretto a scusarsi e a fornire spiegazioni”.

In Italia invece devono scusarsi i magistrati e i giornalisti che scoprono una notizia vera sgradita al potere. Due esempi, tra i più recenti. Francesco Verderami è un ottimo giornalista del Corriere della Sera. Eppure l’altroieri, intervistando alcuni senatori del Partito democratico sull’intercettazione Berlusconi-Saccà e sulle intercettazioni in generale, ha scritto cose stupefacenti. Non tanto per le risposte dei senatori del Pd (il problema non è quel che Berlusconi e Saccà si dicono, ma che i giudici e la stampa l’abbiano scoperto). Bensì per le domande del giornalista. Verderami parla di “intercettazioni à la carte”, mentre basta chiedere lumi ai colleghi della giudiziaria per sapere che sono regolarmente depositate nell’avviso chiusura indagini recapitato agl’indagati Berlusconi e Saccà. Invoca il “rispetto delle regole”, sventola imprecisati “valori scritti nella Costituzione calpestati come uno zerbino”: quasi che i giornalisti – Corriere compreso – che raccontano intercettazioni pubbliche, penalmente rilevanti e di altissimo interesse politico fossero dei delinquenti.

Aggiunge che “non si era mai sentita finora un’intercettazione lanciata sui siti web e riproposta in tv e sui giornali”, dimenticando che sui siti web e sui giornali sono disponibili da due anni tutte le intercettazioni di Calciopoli; e che ogni sera in tv si ascoltano le telefonate, si leggono le mail e si mostrano i siti preferiti dei sospettati e degl’imputati dei vari delitti da copertina, nel bel mezzo delle indagini. Che su questo doppio binario sorvolino i politici, preoccupati di proteggere il Club degli Intoccabili, non stupisce. Che Bruno Vespa lacrimi per “la violazione delle garanzie e della dignità delle persone” quando le persone sono gli amici Berlusconi e Saccà, mentre se ne infischia della privacy di tanti cittadini comuni di Cogne, Garlasco e Rignano, fa parte del personaggio. Ma è strano che un collega bravo come Verderami non ribatta alcunchè al solito Polito, che nello stesso articolo elogia il “vero garantismo di Berlusconi quando Fassino e D’Alema finirono nel tritacarne”. Tutti ricordano che fu proprio il Giornale del “vero garantista Berlusconi” a pubblicare la telefonata Fassino-Consorte (“Abbiamo una banca?”) il 3 gennaio 2006, vigilia delle elezioni, sebbene fosse ancora segretissima, neppure trascritta dagli inquirenti in attesa della procedura parlamentare. Possibile che Verderami non abbia nulla da replicare all’incontinente Caldarola che invoca addirittura “un’inchiesta a Roma sulla Procura di Napoli” per scoprire “da dove sono filtrati i documenti”? Basterebbe chiedere a Giovanni Bianconi, che quei documenti ha pubblicato come tutti i migliori cronisti, per sapere che le carte non “filtrano” da alcuna Procura: sono depositate nelle mani degli avvocati. E, non essendo segrete, non solo se ne può, ma se ne deve parlare.

E’ un po’ triste vedere tanti bravi colleghi farsi afoni dinanzi a politici che straparlano, in un’osmosi tra intervistatore e intervistato che rende indistinguibili domande e risposte. Come se il giornalista dovesse limitarsi a registrare le corbellerie che ascolta, senza contestarle per ristabilire un minimo di oggettività dei fatti. La stessa sindrome ha colpito un altro fuoriclasse come Luca Telese, che sul Giornale ha intervistato il solito Polito lasciandogli dire che in Inghilterra quel che accade in Italia con le intercettazioni è ”semplicemente impensabile”. Eppure non può dimenticare che il 17 gennaio 1993, il Sunday Mirror e il Sunday People pubblicarono il testo della telefonata erotica tra Carlo d’Inghilterra e Camilla Parker abusivamente intercettata dai servizi o da 007 ingaggiati da Lady D. E che il 7 giugno scorso la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato la Francia perché un tribunale aveva condannato due giornalisti per aver pubblicato in un libro le intercettazioni illegali disposte da Mitterrand su alcuni avversari politici: secondo l’Alta Corte, i giornalisti fecero benissimo a pubblicarle perché, trattandosi di politici che volontariamente si espongono al controllo della stampa e dell’opinione pubblica, il loro diritto alla riservatezza viene meno dinanzi al diritto della gente a sapere e dei giornalisti a informarla: che la notizia sia segreta o illegalmente acquisita non conta; conta solo che sia vera.

Ora, come potremo difenderci dal bavaglio che il Club degl’Intoccabili ci sta apparecchiando, se alcuni di noi collaborano con gli imbavagliatori?

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