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Uliwood party
di Marco Travaglio

da l'Unità del 18 dicembre 2007


Non ho scritto nulla sull’ennesima censura subita da Luttazzi a La7, per una sorta di conflitto d’interessi emotivo. Un po’ per l’amicizia che ci lega, un po’ per il senso di colpa che mi deriva dall’aver contribuito al suo lungo esilio televisivo. Non scriverò della censura di La7 nemmeno ora, anche perché mi mancano le parole: le ho già spese tutte a proposito dell’editto bulgaro. Vorrei dire due cose su quel che è accaduto dopo la censura: nessuno (a parte un paio di attori satirici e un paio di giornali “estremisti”, fra cui l’Unità) l’ha chiamata censura, nessuno ha scritto che è illegale, tutti l’han trovata normale. E anziché concentrarsi sul fatto – la chiusura di un programma di successo alla quinta puntata sulle dieci previste dal contratto – hanno preferito parlar d’altro. Della presunta volgarità di Decameron (Adriano Sofri, noto autore satirico, intimo di Giuliano Ferrara, vi ha dedicato qualche migliaia di righe su Repubblica). Del cosiddetto “attacco a Ferrara”. Di Luttazzi che “non fa ridere”. Della vittima della censura che “fa la vittima” e forse “se l’è cercata”. Fin qui nulla di nuovo sotto il sole. Dai casi Fo, Grillo, Biagi, Santoro, Satyricon e Raiot, i fornitori di alibi ai censori di regime han dato vita in trent’anni a una vasta letteratura di paraculaggini assortite, nel solco della tradizione di servaggio dell’intellighenzia italiota alle greppie del potere. Il simbolo dell’intellettuale nostrano, che trent’anni fa faceva la rivoluzione in salotto e oggi si proclama “liberale” e “riformista”, è il professor Ludovico Cerchiobot ideato da Sabina Guzzanti e interpretato da Roberto Herlitzka: quello che “agli italiani piace la frusta”. Ma ora, sul caso Decameron, i servi furbi hanno sperimentato due nuove,sopraffine tecniche di fiancheggiamento alla censura. La prima è il modello “larghe intese”: consiste nel solidarizzare contemporaneamente col censore e col censurato. L’hanno fatto Ferrara, che ha riconosciuto il valore satirico dello sketch che lo riguardava, ma subito dopo ha difeso La7 che ha chiuso il programma (La7, per la cronaca, è la rete che gli paga un lauto stipendio e gli consente di andare in onda tutte le sere, insultando questo e quell’altro), poi ha invitato Luttazzi a “Otto e mezzo” (nella speranza di ereditare qualche briciola del suo pubblico e alzare un po’ i propri ascolti albuminici); e Daria Bignardi, secondo cui ha ragione Luttazzi ma anche La7 (che, per la cronaca, manda in onda le sue Invasioni barbariche). La seconda tecnica è il modello Maramaldo: consiste nel picchiare a sangue il censurato, nella speranza di finirlo per sempre. E’ quella adottata da Il Giornale e da Libero, che fanno a gara a chi manganella di più. Libero, nell’apposita rubrica “Telemeno”, titolava:“La caduta di Luttazzi.Han fatto bene, era solo volgare”. Bene, bravi, bis. Ma, nello speciale campionato dei randellatori, Il Giornale vince ai punti grazie a un paio di titoli memorabili (“Luttazzi cacciato da La7 fa ancora la vittima”, “Quei ‘martiri’ che hanno stufato anche la sinistra”) e a due commenti da antologia di Filippo Facci. All’indomani della censura, Facci s’è sperticato in elogi ai censori: “La verità su Luttazzi, licenziato da La7: non lo vuole nessuno”. E questo non perché abbia toccato chi non doveva (tipo Ferrara, il Vaticano, Berlusconi, la “sinistra” guerrafondaia), ma perché è “sopravvalutatissimo”, anzi è matto: “la sua infanzia dovrebbe dar lavoro al suo psicanalista”; e, soprattutto, “non è neanche un comico”. Tant’è che “scopiazza David Letterman” (“a cui ha plagiato persino le iniziali”) e la sua battuta su Ferrara “è ispirata a una del comico americano Bill Hicks” (che però, guardacaso, non venne censurato). Anche “Libero” dedica al presunto plagio di Hicks un’intera pagina. Naturalmente non c’è nessun plagio: quella di Letterman è una citazione dichiarata, mentre la battuta su Ferrara riprende una lunga tradizione letteraria, da Ruzante a Rabelais, in cui pescano a piene mani tutti coloro che la satira non si limitano a farla, ma prima la studiano. E naturalmente Luttazzi non è stato censurato dalla Rai e ricensurato da La7 per le sue citazioni, altrimenti Benigni – che nel celebratissimo show su Rai1 ha copiato paro paro una battuta di Crozza e una di Luttazzi – non lavorerebbe più. Ma questo passa il convento: abbiamo imparato a convivere con la censura, tant’è che i cosiddetti liberali se la prendono coi censurati. Cioè con i pochi “uomini liberi in questo paese di merda” (prima che qualcuno mi rinfacci il plagio, confesso: questa non è mia, è di Luttazzi).

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