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di Marco Travaglio - da L'Unità

RICCOBONO E BONTATE. Gaspare Mutolo, braccio destro del boss di Partanna-Mondello Rosario Riccobono, “uscito dal carcere nel 1981 aveva manifestato al Riccobono la sua preoccupazione di potersi imbattere in qualche controllo di Polizia”. Ma “aveva appreso dallo stesso Riccobono che non vi era motivo di preoccupazione, perché avrebbe potuto contare sull’odierno imputato”, cioè su Contrada. “Riccobono gli aveva raccontato che per ben tre volte, nel corso della sua latitanza, Bruno Contrada, per il tramite dell’avv. Cristoforo Fileccia, lo aveva tempestivamente avvisato di imminenti operazioni di polizia”. Non solo: “Il Riccobono gli aveva svelato che i primi contatti con l’imputato erano stati instaurati non da lui, ma da Stefano Bontate (…) attraverso due soggetti: il conte Arturo Cassina, uno degli imprenditori più importanti di Palermo, già in rapporti con lo stesso Bontate (…), e il dott. Pietro Purpi, dirigente del I° distretto di Polizia. Tali iniziali, ‘amichevoli contatti’ di Contrada con Bontate si erano successivamente estesi al Riccobono e ad altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra, tra i quali Salvatore Inzerillo, Totò Scaglione, Michele Greco e Salvatore Riina”. Mutolo aveva accusato Contrada già “il 16 dicembre 1991 dinanzi al dr. Falcone, all’epoca direttore generale presso il ministero di Grazia e Giustizia, cui aveva chiesto un colloquio nella casa penale di Spoleto. Il dr. Falcone aveva aderito alla richiesta, trasferendosi in quella sede in compagna del collega dr. Giannicola Sinisi, anch’egli al Ministero; ma, non appena il Mutolo aveva fatto i nomi del dr. Contrada e del dr. Signorino come soggetti collusi con la mafia, s’era affrettato a chiarire che i suoi compiti non gli consentivano di procedere alla formazione di un verbale, e gli aveva suggerito di contattare il direttore della Dia De Gennaro”. La prova? “Tale circostanza è stata confermata da Sinisi” e da “documenti acquisiti presso il Ministero (…), a firma Falcone e Sinisi, in cui si comunicava l’avvenuto incontro col detenuto Mutolo”. Poi, dopo la strage di Capaci, Mutolo parla delle collusioni mafiose di Contrada “con il dr. Paolo Borsellino poco prima che questi fosse ucciso (19 luglio 1992), come emerso dalle testimonianze del tenente Carmelo Canale”. Quanto ai “rapporti tra Riccobono e Contrada pienamente instaurati dal 1981”, secondo i giudici, erano intermediati dal costruttore Cassina e agevolati “dall’ appartenenza di entrambi all’Ordine Equestre del S. Sepolcro”, confermata dalle “dichiarazioni totalmente disinteressate” del maresciallo La Mattina e dall’agente Spendore.

PATENTE A BONTATE E GRECO. Altre accuse vengono dal pentito Francesco Marino Mannoia che ricorda “l’intervento di  Contrada per il rilascio della patente a Bontate, precedentemente revocata per effetto di una misura di prevenzione”; e per “la restituzione della patente di guida al mafioso ‘Pinè’ Greco, uomo d'onore di Ciaculli, cugino di Greco Michele detto ‘il papa’”, al quale “la patente era stata sospesa a seguito di un provvedimento di diffida”. La Questura di Contrada, si mobilità per Pinè Greco con “rara celerità”, ma il nuovo questore Vincenzo Immordino dà parere negativo. A questo punto la patente sparisce dalla Questura e torna in mano al boss. “Analoghe anomalie venivano ravvisate da quel giudice nella pratica di rilascio del passaporto allo stesso Greco”. Secondo i giudici, è provato che a occuparsene fu Contrada.

PATENTE A LIPARI. Secondo il pentito Salvatore Cancemi, già membro della Cupola, “dire che Contrada era nelle mani di Cosa Nostra era come dire ‘pane e pasta’”, cioè lo sapevano tutti. Dei rapporti del poliziotto con Bontate e Riccobono gli parlò nel 1976 il boss Giovanni Lipari (“gli aveva rivelato che  Contrada si era interessato di fare avere patente e porto d'armi a Bontate). Anche Pippo Calò, boss di Porta Nuova, gli confermò i legami mafiosi di Contrada “fonte di informazioni su mandati di cattura e altre notizie di interesse” per Cosa Nostra, il tutto negli anni 80, quando ormai comandavano i corleonesi. Allora Cancemi seppe “da Raffaele Ganci, La Barbera, Biondino e dallo stesso Riina che quest’ultimo era stato avvisato dai poliziotti di mettersi da parte a causa di particolari operazioni dirette alla sua ricerca”.Anche questo,per i giudici, è dimostrato.

PARLA BUSCETTA. Buscetta parla genericamente delle collusioni di Contrada fin dal 1984, davanti a Falcone. Poi, dopo Capaci, dettaglia meglio le accuse sulle “relazioni di Contrada con uomini d’onore”, come Riccobono e Bontate. “In particolare ha riferito che, trovandosi a Palermo dopo essersi sottratto al regime di semilibertà (1980-81), manifestò a Riccobono l'intenzione di allontanarsi da Palermo e tornare in Brasile con la famiglia. Riccobono tentò di dissuaderlo dicendogli che si sarebbe potuto stabilire tranquillamente nel suo territorio, perché nessuno sarebbe venuto a cercarlo lì, aggiungendo: ‘Io ho il dott. Contrada, che mi avviserà se ci sono perquisizioni o ricerche di latitanti in questa zona, quindi qua potrai stare sicuro’ (…). Qualche tempo dopo parlò con Bontate della rivelazione fattagli dal Riccobono. Bontate in maniera ‘netta e precisa’ gli confermò che la notizia di contatti tra i due era vera”. Anche sulle parole Buscetta, la Corte d’appello (e poi la Cassazione) dà un giudizio di “attendibilità intrinseca ed estrinseca”, sia per i riscontri rinvenuti, sia perché nel 1984 “non avrebbe potuto lontanamente ipotizzarsi un complotto ai danni dell’imputato”.  

LA FUGA DI RIINA. Pino Marchese, cognato di Leoluca Bagarella (cognato di Riina), racconta tre “soffiate” di Contrada ai mafiosi nel 1981. Queste. 1) Nella sua tenuta  “La Favarella”, Michele Greco il Papa “si era appartato con lui comunicandogli riservatamente di andare ad avvisare lo ‘zio Totuccio’, cioè Riina, perchè il ‘dottore Contrada’ aveva fatto sapere che le Forze di Polizia avevano individuato la località dove egli si era rifugiato (una villa in località Borgo Molara). Marchese si era, quindi, recato dal Riina e gli aveva riferito quanto comunicatogli dallo zio Filippo, specificando che Contrada era la fonte delle informazioni su possibili, imminenti perquisizioni. Riina, per nulla sorpreso e senza chiedere alcuna spiegazione, aveva deciso di abbandonare immediatamente l’abitazione per andare a S. Giuseppe Jato”. 2) “Lo zio Filippo Marchese lo aveva avvertito di fare allontanare il padre Vincenzo, latitante a Villabate, perchè Contrada aveva fatto sapere che in quella zona  sarebbero state eseguite perquisizioni domiciliari. Marchese aveva quindi fatto trasferire suo padre”. 3) Lo zio Filippo, latitante pure lui, “lo aveva informato della necessità di spostarsi, per precauzione, dalla casa dei Bagnasco in via Fichidindia  perchè Contrada aveva fatto sapere, sempre tramite Michele e Salvatore Greco, che era pervenuta in Questura una telefonata anonima in cui si indicavano in Filippo Marchese, Pinuzzu Calamia e Carmelo Zanca gli autori dell'omicidio Tagliavia. Pertanto sia lui che il padre si erano trasferiti a Casteldaccia”. I tre episodi sono stati riscontrati. Pure il neopentito Nino Giuffrè seppe dai Greco che la fuga di Riina da Borgo Molara “ebbe origine da una ‘soffiata’ dell’imputato”. Cioè di Contrada. E Giuffrè, di cui Contrada non s’è mai occupato, non ha motivo di avercela con lui.

A CENA COL BOSS. Rosario Spatola, mafioso di Mazara, “ha riferito di aver visto Contrada nella primavera 1980 in un ristorante di Sferracavallo (nel Palermitano), ‘Il Delfino’, gestito dal cognato di don Ciccio Carollo, uomo d'onore e massone palermitano. Spatola aveva visto il Caro (Rosario, l’amico che lo accompagnava, ndr) rivolgere un cenno di saluto in direzione di un tavolo dov’erano seduti Contrada e Rosario Riccobono (…). Aveva appreso dal Caro che Contrada era un fratello massone, a disposizione di Cosa Nostra, un ‘buon amico’ a cui potersi rivolgere in caso di bisogno o di problemi con la Polizia; che già il fratello Federico aveva ottenuto, grazie alla sua intercessione, il rilascio del porto di pistola e anche lui era in attesa di ricevere il porto d’armi”. Anche Spatola, scampato a suo tempo a due attentati mafiosi grazie alla protezione garantita da Paolo Borsellino, è stato riscontrato. Fuorchè su un punto: l’affiliazione massonica di Contrada, impossibile da dimostrare.

UNA FRASE IN CARCERE. Gaetano Costa è un pentito della ‘ndrangheta calabrese. A fine ’92, mentre è in cella all’Asinara con tre mafiosi - Cosimo Vernengo, Pietro Scarpisi e Vincenzo Spadaro – la tv dà notizia dell’arresto di Contrada. A quel punto Spadaro sbianca in volto ”come se avessero arrestato qualcuno che gli interessava“, si mette le mani nei capelli ed esclama: “nnu consumaru!“ (“ce lo hanno consumato!”). Le verifiche dei giudici consentono di ritenere provato anche questo episodio.

MINACCE AI COLLEGHI. Il 14 aprile 1980, quando nessuno si sognava di dubitare di Contrada, il commissario capo Renato Gentile invia al capo della Mobile, Giuseppe Impallomeni, una relazione di servizio: “La sera di sabato 12 c.m., nell’androne di questa Squadra Mobile, venivo avvicinato dal dott. Contrada che mi chiedeva se fossi andato a fare una perquisizione a casa di Inzerillo Salvatore e se agenti armati di mitra fossero entrati nelle stanze facendo impaurire i bambini: (…) il Contrada aggiungeva che aveva avuto lamentele dai capi-mafia per il modo in cui si era agito. Al che lo scrivente rispose che la perquisizione avvenne in modo normalissimo, senza violenza e senza armi in pugno (…); e tutta  l’operazione era diretta alla presenza della S.V. Contrada aggiungeva che determinati personaggi mafiosi hanno allacciamenti con l’America per cui noi, organi di Polizia, non siamo che polvere di fronte a questa grande organizzazione mafiosa: ‘hai visto che fine ha fatto Giuliano?’”.L’indomani la relazione viene trasmessa al questore Immordino, che segnala la cosa al capo della Polizia, chiedendo di trasferire Contrada lontano da Palermo e stigmatizzando – riassumono i giudici– “l’immobilismo di Contrada a seguito dei fatti culminati nel blitz del 5 maggio 1980 e nei successivi arresti di esponenti mafiosi”. Secondo i giudici, era stato l’avvocato Fileccia, per conto del boss Inzerillo, a lamentarsi del blitz con Contrada (proprio con lui, che fra l’altro dirigeva già la Criminalpol e non c’entrava nulla con le perquisizioni). E qui non ci sono pentiti, a parlare (anzi, a scrivere): ci sono alti funzionari di polizia e addirittura un questore. Correttamente –osserva la Corte- il Tribunale ha ritenuto la ramanzina di Contrada a Gentile di “inequivoco significato intimidatorio”, “sintomatico della volontà di incutere soggezione nei confronti dell'organizzazione mafiosa”. Concludono i giudici d’appello: “Se il latitante mafioso Inzerillo decideva di rivolgersi all’imputato non  poteva che essere per il ruolo da quest'ultimo rivestito di referente proprio all'interno delle forze di Polizia e ciò in perfetta consonanza con quanto, in modo peculiare, dichiarato dal Mutolo, il quale aveva appreso che proprio Inzerillo era uno degli ‘uomini d’onore’ in contatto con l’imputato”. (1-continua)

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