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di Marco Travaglio - da l'Unità

Al telefono con Nino Salvo
Alle 11,26 del 7 ottobre 1983 l’esattore mafioso Antonino Salvo, indagato per mafia da Giovanni Falcone fin dal mese di luglio, viene intercettato mentre telefona a Bruno Contrada nel suo ufficio dell’Alto Commissario Antimafia presso la Prefettura di Palermo:
Salvo: “Pronto”
Contrada: “Sono Contrada, con chi parlo?”.
Salvo: “Buon giorno sig. questore, Salvo sono”.
Contrada: “Dottor Salvo chi?”.
Salvo: “Antonino”.
Contrada: “Ah, buongiorno”.
Salvo: “Buongiorno dottore”.
Contrada: “Buongiorno”.
Salvo: “Io sentirei il bisogno, se lei è disponibile, di incontrarla per dieci minuti, vorrei venirla a trovare”.
Contrada: “Qui, in Prefettura?”.
Salvo: “Sì”.
Contrada: “Ah!”.
Salvo: “Nel suo ufficio”.
Contrada: “Sì”.
Salvo: “Il fatto, diciamo… non è ufficiale, ma è istituzionale diciamo”.
Contrada: “Ho capito, va bene, quando vuole”.
Salvo: “Eh, io posso venire anche subito”.
Contrada: “Va bene”.
Subito dopo Contrada riceve Salvo. Il quale il 5 dicembre 1984 viene interrogato da Falcone e Borsellino. Salvo spiega di aver saputo dai giornali stampa di essere sospettato col cugino Ignazio come mandanti dell’omicidio del giudice Chinnici (che, prima di morire, stava per arrestare i cugini Salvo per mafia). Così aveva contattato il capitano dei carabinieri Angiolo Pellegrini e Contrada per far sapere all’alto commissario De Francesco che si riteneva vittima di una congiura politica. Al processo, Ayala racconta che Falcone l’aveva messo in guardia da Contrada (“Accura a Contrada”) raccontandogli la sua telefonata con Salvo: Contrada non gliene aveva parlato, diversamente dal capitano Pellegrini. E non aveva nemmeno pensato di registrare il colloquio. Per il Tribunale, ciò dimostra quanto Contrada fosse legato a Salvo e fosse consapevole della gravità di quel rapporto, che il poliziotto cercò di nascondere a Falcone. Ma, per la Corte d’appello invece “la vicenda non assume una sufficiente valenza indiziante, perché priva dei caratteri della gravità e precisione”. E’ vero che Contrada mente, quando dice che non sapeva quel giorno che Salvo fosse indagato per mafia e che informò Falcone dell’incontro. Ma è anche vero che, se avesse voluto chiedere a Contrada di ingerirsi nelle indagini a suo carico, Salvo non l’avrebbe incontrato all’Alto Commissariato. Dunque l’episodio è “neutro” ai fini dell’accusa di mafiosità e comunque “non idoneo a rafforzare il quadro collusivo delineato a carico dell’imputato”.

Porto d’armi a Calvello
Il 18 ottobre 1980, “a firma del dirigente Bruno Contrada, la Criminalpol aveva espresso parere favorevole” alla concessione del porto d’armi al principe Alessandro Vanni Calvello, indagato per associazione mafiosa grazie alle indagini del capitano Emanuele Basile (ucciso da Cosa Nostra il 4 maggio ’80) e poi arrestato nel 1984 e condannato in via definitiva. Secondo il Tribunale di Palermo, questo “ennesimo favoritismo a un soggetto gravemente indiziato di appartenenza alla mafia (e successivamente condannato con sentenza irrevocabile per associazione mafiosa)” si pone “in singolare simmetria con il favoritismo adottato dallo stesso dott. Contrada nei confronti del mafioso Stefano Bontate”, contribuendo “ad avvalorare il complessivo quadro probatorio a carico di Bruno Contrada”. La Corte d’appello, più prudente, ritiene dimostrato l’episodio, ma non sufficiente –diversamente da altri– a farne una prova di mafiosità. Forse Contrada, dandogli il porto d’armi, non voleva insospettire Calvello sul fatto che s’indagava su di lui.

Altre accuse di pentiti
Diversamente da quanto sostiene Contrada, la Corte non prende per oro colato le dichiarazioni dei mafiosi pentiti, ma solo quelle dimostrate da riscontri oggettivi. Per esempio, ritiene provato quanto dice Angelo Siino, che vide Contrada incontrarsi con Stefano Bontate nel ‘75 e seppe di incontri col boss Riccobono. Ma non quel che dice a proposito di “periodiche mangiate pre-elettorali” del sindaco Pippo Insalaco con Contrada ed esponenti mafiosi; e del porto d’armi concesso al mafioso Lo Verde e al boss Totò Greco, a cui avrebbe pure fatto revocare una diffida antimafia. Totalmente credibile, invece, viene ritenuto Giovanni Brusca, che accompagnò Riina in fuga dal suo nascondiglio di Borgo Melara dopo una soffiata di Contrada e seppe da lui dei rapporti fra Contrada e Riccobono. Così com’è credibile il pentito Di Carlo quando racconta di un fallito blitz in un locale del principe Calvello, avvertito per tempo da Contrada, e di altri incontri fra il poliziotto e il boss Riccobono. “Scarsissimo”, invece, viene giudicato il contributo di Ferrante, che parla per sentito dire. E così Cucuzza e Onorato.

Due mafiosi al telefono
Non c’è bisogno di pentiti, del resto, in un processo così carico di prove documentali. Come per esempio la telefonata fra due mafiosi, emersa soltanto nel secondo processo d’appello. E’ l’11 novembre 2001: due indagati per mafia, Pietro Landolina e Salvatore Gottuso, parlano in dialetto palermitano nell’abitacolo di una Fiat Punto piena di microspie di una retata antimafia del 1980 contro Saro Riccobono, Ruggero Vernengo, lo stesso Gottuso e altri, andata a vuoto perché Contrada avvertì per tempo i mafiosi candidati alle manette, che fuggirono tutti.
Landolina: “U zu’ Saru Riccubonu puru forti era!” (pure Saro Riccobono era forte, ndr)
Gottuso: “Finì a villa e fineru tutti cosi” (poi finì la villa e finì tutto, perché lo arrestarono, ndr)
Landolina: “E finiu puru iddu!” (e finì pure lui, ndr)
Gottuso: “… Brunu Contrada… chi malandrinu … i palli quanto na rota di machina” (Bruno Contrada, che malandrino! Però ha due palle quanto le ruote di una macchina, ndr).
Landolina: “Puru a galera si fici!” (si fece pure la galera, cioè 31 mesi di carcere preventivo, sottinteso: senza parlare, ndr).
Gottuso: “Avi i palli quanto na rota di machina… l’atra vota u vitti, mischinu...” (l’altra volta lo vidi in tv, poveretto, ndr)
Landolina: “Ora si purtò...all’ultime elezioni… Ma chi fici, nenti?” (ora s’è candidato alle ultime elezioni regionali, ma senza successo, ndr)…
Gottuso: “...Iddu ni fici scappari… n’avvisò, dici ‘stanno vinennu i sbirri’…” (è lui che ci fece fuggire, ci avvisò e disse: stanno arrivando gli sbirri, ndr).
Annota la Corte: “Gottuso menziona Contrada, manifestando la sua ammirazione per lui. Gli riconosce di essere un gran ‘malandrino’ (il traduttore ha utilizzato l’espressione: ‘altro che malandrino’); gli riconosce addirittura di avere ‘le palle quanto una ruota di macchina’. Seguono le parole ‘lui ci ha fatto scappare. Ci avvisò, dice ‘stanno venendo le guardie’. E’ incontrovertibile, ad avviso di questa Corte, che gli interlocutori (…) esprimano nei confronti di Contrada una ammirazione che si ricollega tipicamente - nel sentire mafioso - alla sua ‘tenuta’, cioè al non aver parlato nonostante il carcere (…). L’indicazione del coinvolgimento di Contrada, in una conversazione assolutamente spontanea,assume un rilevante spessore indiziario nel quadro degli elementi che, unitariamente valutati, conducono all’affermazione della sua responsabilità”.

Perché è colpevole
Nelle “considerazioni conclusive” i giudici d’appello tirano le somme sulle “prove storiche e logiche del contributo sistematico e consapevole alla conservazione e al rafforzamento di Cosa Nostra dato dall’imputato (Contrada, ndr) mediante condotte di depistaggio delle indagini e di agevolazione di associati di rilievo” e spiegano perché le testimonianze rese in suo favore da molti funzionari dello Stato (per esempio, il suo amico generale Mario Mori) non valgono nulla:ora perché generiche, ora perché compiacenti, reticenti o addirittura menzognere. E poi altri servitori dello Stato diffidavano di Contrada, ma non tutti han potuto raccontarlo ai giudici perché la mafia li ha uccisi prima: “Il Tribunale ha dato conto della diffidenza nutrita nei confronti di Contrada da Giovanni Falcone, dei sospetti di Boris Giuliano nell’ultimo periodo della sua vita, della sfiducia del commissario Antonino Cassarà, delle prese di posizione del questore Immordino e di varie testimonianze su fatti specifici, idonei a giustificare quelle diffidenze e quei sospetti (si pensi alla la testimonianza del magistrato elvetico Carla del Ponte). Sono stati indicati e valutati i fatti all’origine della sfiducia di Falcone. Sono stati rassegnati, altresì, i fatti che precedettero  il blitz del 5 maggio ‘80, alla  base dei (…) severissimi giudizi espressi dal questore Immordino al Capo della Polizia sul ‘tu non attacchi / noi non attacchiamo’ (la mafia, ndr) attribuito a Contrada (…). Lo stesso Boris Giuliano -pur legato a Contrada da uno stretto rapporto personale e professionale- manifestò, di fronte al fallimento di iniziative investigative riguardanti il narcotraffico, i propri sospetti all’investigatore statunitense Charles Tripodi. (…) Il Tribunale infine ha richiamato gli analoghi sospetti nutriti da Cassarà e riferiti in dibattimento dalla vedova Laura Iacovoni, ‘alla quale il marito aveva in più occasioni manifestato la propria diffidenza e assoluta sfiducia nei confronti dell’imputato (…) ‘perchè tutte le più importanti operazioni di Polizia non andavano a buon fine’…” .

Un traditore dello Stato
La Corte d’appello (poi confermata dalla Cassazione) nega a Contrada le attenuanti generiche per “il concreto disvalore della condotta dell’imputato e la intensità del dolo. Non vi è dubbio, come osservato dal Tribunale, che ‘le sue condotte risultano tanto più gravi in quanto qualificate dalle funzioni pubbliche rivestite e dai delicati compiti affidatigli nelle Istituzioni preposte alla lotta alla criminalità organizzata: proprio la strumentalizzazione del ruolo ricoperto dall’imputato all’interno delle Istituzioni gli ha consentito di rendere all’organizzazione mafiosa i suoi ‘favori’ informandola tempestivamente di notizie, decisioni e ordini provenienti dall’interno delle strutture investigative, che le funzioni ricoperte gli consentivano di apprendere con facilità in anticipo. Tale precipuo ruolo svolto dall’imputato ha reso particolarmente efficace l’apporto dato all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con le sue condotte ha oggettivamente contribuito a rafforzare, ponendo in grave pericolo l’ordine pubblico e arrecando un grave danno alla credibilità stessa dello Stato per la cui difesa altri fedeli servitori, divenuti scomodi ostacoli da eliminare, hanno perso la vita. Quella realizzata dall’imputato è una forma di collusione tanto più grave in quanto da un lato particolarmente utile a Cosa Nostra e dall’altro espressione più alta del tradimento delle proprie pubbliche funzioni’”. (3-fine)

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