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So bene che i giornalisti non si scelgono gli editori: di solito è il contrario. Se a un giornalista non va bene l'editore, se ne va. E non viceversa. Ma scrivo sull'Unità praticamente tutti i giorni dal 2002, quando, grazie al grande Claudio Rinaldi, fui chiamato a collaborarvi con la rubrica Bananas da Furio Colombo e Antonio Padellaro. E vorrei dire due parole su quanto sta accadendo e non sta accadendo in quello che tutti chiamano "il giornale dei Ds", mentre non lo è affatto. E' il giornale che i Ds hanno chiuso nel 2000 per mancanza di lettori e che un gruppo di imprenditori ha riaperto, affidandolo a due uomini liberi e liberali come Colombo e Padellaro (mai stati comunisti) e a una redazione molto agguerrita, che infatti entrò subito nel mirino del Cainano allora al potere. Questa Unità, che usufruisce dei contributi previsti dalla legge per la stampa di partito per una libera scelta (revocabile tra un anno, credo) del gruppo parlamentare dei Ds, è un giornale che vende più di 50 mila copie vere e che vale sul mercato decine di milioni di euro.

Qualche mese fa gli editori attuali, ansiosi di "realizzare" il loro investimento, l'hanno messa sul mercato. Si è fatta viva la famiglia Angelucci, nota alle cronache sanitarie e giudiziarie per le sue cliniche private convenzionate e per i processi per corruzione che coinvolgono alcuni suoi membri, e ha messo sul tavolo una quarantina di milioni (a quel che si dice) per comprarsi la maggioranza dell'Unità. Piccolo problemuccio: gli Angelucci già editano un giornale di destra, Libero (finanziato con soldi pubblici, essendo il giornale vero di un partito finto: il Partito monarchico), e uno di pseudosinistra, Il Riformista (finanziato con soldi pubblici, essendo il giornale finto di un partito finto: Le Ragioni del Socialismo, con un solo simpatizzante e un solo iscritto, Emanuele Macaluso). La società capofila del loro impero, la Tosinvest, ha nel suo Cda l'ottimo Littorio Feltri, il direttore di Libero, che dunque metterà presto becco a pieno titolo nella nomina del nuovo direttore dell'Unità (il nome più accreditato è Antonio Polito, figurarsi i meno). A raccogliere la pubblicità del giornale fondato da Gramsci, invece, sarà una società di Daniela Santanchè, numero due del partito fascisteggiante La Destra di Francesco Storace.

I giornalisti dell'Unità hanno scioperato il 14 dicembre, ricevendo una grandinata di dichiarazioni di solidarietà dai leader dei fu-Ds e degli altri partiti del centrosinistra. Ma il più delle volte, come diceva Falcone, la prima corona di fiori la manda l'assassino. Infatti sono noti i rapporti di affettuosa amicizia che legano alcuni settori dei Ds, quelli dalemiani, (oltrechè di Forza Italia e di An e di tutta la politica che conta) con la famiglia Angelucci, che anni fa s'è ricomprata il palazzo delle Botteghe Oscure e ha sistemato i debiti dell'ex-Pci con la collaborazione dell'amico Cesare Geronzi (allora in Capitalia, ora al vertice di Mediobanca e di tante altre cosine). Lo si deve a questi ambienti ex Ds se la vendita dell'Unità, fin dal primo momento, ha puntato dritto verso un unico acquirente, scartando tutte le possibili alternative. Anche quando se n'è profilata all'orizzonte una che avrebbe soddisfatto tutti, lettori e giornalisti: quella di Francesco Di Stefano, l'editore televisivo che dal 1999 ha vinto la concessione dallo Stato per trasmettere su scala nazionale con Europa7, ma dal '99 attende le frequenze abusivamente occupate - fra l'altro - da Rete 4, che dovrebbe stare su satellite dal '94 e invece seguita a trasmettere in proroga, senza concessione. Un editore puro, nel senso che fa solo l'editore. Un editore che si batte contro Berlusconi fin davanti alla Corte di giustizia europea (che si pronuncerà sul suo caso il 31 gennaio prossimo). Un editore che ha soldi propri e non compra le aziende a debito, come Consorte e gli altri furbetti. E, quel che è più grave, un editore incensurato. Quattro handicap gravissimi, per un aspirante editore dell'Unità. Infatti, salvo sorprese dell'ultima ora, chi conta in questa trattativa non l'ha neppure lasciato avvicinare. Ma, se l'Unità finisse davvero agli Angelucci, è bene che si sappia che non era affatto inevitabile che andasse in quelle mani. C'erano alternative molto più serie, a cominciare da quella di Di Stefano. Qualcuno, lassù, l'ha tenuto fuori dalla porta. Ma ora, alla favola degli attuali editori dell'Unità che, cercando un compratore, s'imbattono in un unico offerente - proprio gli Angelucci - e si inchinano alle regole del libero mercato, non potrebbe più credere neammeno un bambino tonto.
 
Per ulteriori informazioni, consultare la lista degli invitati alle recenti nozze del giovane editore Giampaolo Angelucci (quello arrestato due anni fa a Bari per presunte mazzette al governatore forzista pugliese Raffaele Fitto), pubblicata l'altro giorno da Dagospia. Nell'ordine: Maurizio Costanzo (ex-P2, testimone dello sposino) e Maria De Filippi; Gianfranco Fini con la nuova fiamma (parlando con pardon) Elisabetta Tulliani; il "duo Addams" Feltri & Santanchè; Cesare Geronzi con la figlia Chiara (quella dello scandalo Gea Moggi); Gianni Letta; Gianni Alemanno ed Isabella Rauti; Bernardino Libonati (già benefattore dell'Alitalia). Per l'avvocatura, Guido Calvi (difensore di D'Alema, Geronzi e Ricucci) e Franco Coppi (legale di Andreotti). Per il centrosinistra: il presidente della provincia di Roma, Enrico Gasbarra, e il senatore Antonio Polito, con pipa. Per l'Unipol: il tesoriere dalemiano Ugo Sposetti e il senatore Nicola Latorre. Per Tangentopoli, tra gli altri, Gianni De Michelis. C'erano anche alcuni incensurati, fatti arrivare direttamente dal Vaticano: i cardinali Giovan Battista Re, capo della congregazione dei vescovi, e Leonardo Sandri.

Per sapere che ne sarà dell'Unità con questi editori, non occorrono altri commenti. Come ha scritto un vecchio cronista dell'Unità, Diego Novelli, "non si può passare da Gramsci ad Angelucci: è un problema igienico-sanitario". Per via delle cliniche, s'intende.

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