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sugnuiu flickr.comNel 1993 la Corte costituzionale ha pronunciato la sentenza n. 112, con la quale ha stabilito alcuni punti fermi in materia di radiotelevisioni. In particolare, non ha accolto i principali rilievi di incostitituzionalità perchè "il carattere assolutamente provvisorio e transitorio della norma contestata fa sì che non sia introdotta una regola volta a connotare stabilmente l'accesso dei privati nel sistema radiotelevisivo e a porre, pertanto, un limite ingiustificato al normale svolgimento della libertà d'iniziativa economica privata". Il regime provvisorio è tutt'ora in vigore.

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Nel 1994 la Corte costituzionale ha  pronunciato la sentenza n. 420, con la quale ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 15, comma 4 della Legge 223/1990 (c.d. Mammì) e ha duramente criticato il legislatore perchè "la normativa - posta a regolare una situazione in cui di fatto tre reti erano già esercitate dallo stesso soggetto (cfr. sent. n. 826/88), (...) anziché muoversi nella direzione di contenere posizioni dominanti già esistenti così da ampliare, ancorché gradualmente, la concreta attuazione del valore del pluralismo, ha invece sottodimensionato il limite alle concentrazioni essendone conseguito l'effetto di stabilizzare quella posizione dominante esistente, che tuttora si riscontra, trascurando viceversa che il valore da tutelare era l'allargamento del pluralismo".

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Nel 2002, infine, con la sua sentenza n. 466 la Corte ha riscontrato che "rispetto a quella esaminata dalla sentenza n. 420 del 1994, la situazione di ristrettezza delle frequenze disponibili per la televisione in ambito nazionale con tecnica analogica" si era "accentuata, con effetti ulteriormente negativi sul rispetto dei principi del pluralismo e della concorrenza e con aggravamento delle concentrazioni" e che "la descritta situazione di fatto non garantisce, pertanto, l'attuazione del principio del pluralismo informativo esterno, che rappresenta uno degli "imperativi" ineludibili emergenti dalla giurisprudenza costituzionale in materia". Dichiarando "l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 7, della legge 31 luglio 1997, n. 249, nella parte in cui non prevede la fissazione di un termine finale certo, e non prorogabile", la Corte aveva prescritto che questo non potesse oltrepassare "il 31 dicembre 2003", dopodichè, "i programmi, irradiati dalle emittenti eccedenti i limiti di cui al comma 6 dello stesso art. 3, devono essere trasmessi esclusivamente via satellite o via cavo".
La sentenza è rimasta inascoltata.

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Ultimamente, le norme sulla radiotelevisione italiana sono oggetto di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia europea sul quale si è già pronunciato l'Avvocato generale ribadendo la necessità che le procedure di attribuzione delle frequenze siano trasparenti e certe. La sentenza è attesa per la fine di gennaio.

Nel frattempo, la Commissione europea è ad un passo dall'iniziare una procedura di infrazione davanti alla Corte di giustizia perchè l'Italia non ha modificato la propria legislazione in modo da renderla compatibile con quella europea. La Commissione ha già inviato all'Italia due avvertimenti formali, il 19 luglio 2006 e il 18 luglio 2007.


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