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di Marco Travaglio
L'Unità, 3 febbraio 2008

Ricapitolando. Nell’Annozero del 24 gennaio sul caso Mastella, Totò Cuffaro denuncia che si parlerà anche della sua condanna, ma nessuno l’ha invitato. Santoro lo rassicura: di lui si parlerà il 31 e lui sarà l’ospite d’onore. L’indomani la redazione spedisce il fax con l’invito. Risposta: Totò non ritiene «opportuno» essere presente. Santoro allora invita tutti i possibili leader Udc, che alla fine manda il vicesegretario Vietti. Quando la puntata è pronta, Cuffaro cambia idea e dice che vuol essere presente, ma il 31 non può per «impegni inderogabili»: «Quando sono stato invitato, avevo già assunto altri impegni. Chiedo di posticipare la puntata a giovedì prossimo per poter essere presente». La cosa ormai è impossibile e comunque i temi di un programma li decide la redazione, non l’ospite eventuale. Del resto, per raccontare un processo, i giornali non han bisogno di intervistare l’imputato: il cronista va, prende appunti e racconta. Cuffaro a quel punto diffida Annozero dal mostrare il documentario “La mafia è bianca” perché «diffamatorio»: purtroppo la sua querela per diffamazione agli autori è stata archiviata dal giudice perché non c’è alcuna diffamazione («la pubblicazione è esercizio del diritto di informazione garantito dall’ordinamento»).

Giovedì il documentario va in onda. Poi parlano i tre politici ospiti, tutti favorevoli a Cuffaro: sia Vietti e Alemanno del centrodestra, sia Emma Bonino dell’Unione, che lamenta l’assenza di Cuffaro come se fosse colpa di Santoro. Vietti e Bonino s’incaricano di interrompere e coprire con la loro voce chiunque dica cose sgradite a Cuffaro, cioè vere. Per esempio che lo stesso Cuffaro, al processo, ha ammesso di aver incontrato Salvatore Aragona e Vincenzo Greco sapendo che erano stati condannati: l’uno per mafia (procurò un falso alibi a Enzo Brusca in un processo per omicidio), l’altro per favoreggiamento alla mafia (curò il latitante Salvatore Grigoli, l’assassino di don Puglisi). Subito dopo parte il pianto greco dell’Udc, dell’Udeur (non c’entra ma c’è sempre), di FI, di Giuliano Ferrara e trombettieri vari contro la “gogna mediatica” di Annozero. Giuliano Urbani, membro forzista del Cda Rai, parla di «processo in contumacia». Corrado Calabrò, presidente dell’Agcom, annuncia un «preavviso di richiamo» per tre puntate di Annozero e un monitoraggio sull’ultima. Ora, il «preavviso di richiamo» non è previsto da alcuna legge: è come se un giudice convocasse la stampa per informare che Tizio è stato condannato - senza che quello sapesse neppure di essere sotto processo - ma la sentenza non è stata ancora scritta e gli verrà recapitata con comodo. Quella dell’Agcom è la «gogna mediatica» che viene rinfacciata a Santoro, che non ha mai potuto difendersi dall’accusa perché nessuno gliel’ha mai contestato. Persino un eccellente giornalista come Giovanni Valentini accusa Santoro di «tradire la sua funzione» perché «sceglie gli ospiti, toglie e dà la parola, impone un ordine di priorità, determina i tempi e lo svolgimento del dibattito» (e chi dovrebbe farlo, di grazia?) e soprattutto perché «non assicura la pluralità dei punti di vista e l’osservanza del contraddittorio».

Ma basta leggere il quotidiano La Sicilia per conoscere l’«improrogabile impegno» istituzionale che ha costretto Cuffaro a disertare Annozero: una messa in onore di don Bosco e una cena con gli ex-compagni di liceo salesiano sul mare di Palermo, a base di cozze, ostriche, alici marinate e sarde a beccafico. Il cronista domanda perché non sia andato ad Annozero. E Totò: «Non sono andato da Santoro perché oggi è una giornata particolare per me e per tutti quelli che siamo stati educati dai salesiani. Non ho neanche intenzione di vedere la trasmissione». C’è chi la vede per lui e, tra una portata e l’altra, lo aggiorna al telefono. Alla fine baci e abbracci, soprattutto baci, e un bel brindisi. Per stavolta, niente cannoli. La pretestuosità dell’«impegno improrogabile» è evidente: Cuffaro se ne sarebbe inventato uno a settimana, per rinviare alla calende greche la puntata sulla sua condanna. Magari fino alla campagna elettorale, quando calerà la mannaia della par condicio. La tv è libera di occuparsi di Cuffaro solo se c’è Cuffaro; ma siccome Cuffaro non c’è mai, la tv non deve occuparsi mai di Cuffaro. Un giochetto talmente evidente che tutti dovrebbero vederlo. Infatti non lo vede nessuno.

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