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di Tana De Zulueta

Il gran successo di pubblico della trasmissione Che tempo che fa con Marco Travaglio ospite aveva molto a che vedere con l’attesa di tanti italiani curiosi di sapere come avrebbe retto il sistema dell’informazione, e in particolare la Rai, al nuovo governo uscito dalle ultime elezioni. L’impatto è stato a dire poco sconcertante. A cominciare dall’imbarazzato e ripetuto “mi dissocio!” del buon Fabio Fazio nel momento in cui Travaglio ha sollevato, come questione degna di discussione, le discutibili frequentazioni giovanili del nuovo Presidente del Senato - tutto già scritto nel libro che Fazio teneva in mano (e che presumibilmente aveva letto) e che Travaglio era venuto a presentare in trasmissione. I libri, però, come Travaglio ha ricordato, sono una cosa, la televisione un’altra.

Il giorno dopo era partita una tale canea da sorprendere anche i più compassati osservatori dell’Italia. Non tanto e non solo per gli alti lai di esponenti della maggioranza, uno dei quali non ha avuto nessun imbarazzo a chiedere a Silvio Berlusconi di “cacciare” Travaglio dalla Rai (apparentemente ignaro del fatto che nei paesi democratici il capo del governo non ha normalmente il potere di cacciare i giornalisti, per quanto poco graditi), ma soprattutto per la reazione stizzita dell’opposizione. Se non nemico della Patria, come minimo Travaglio è stato bollato come guastafeste, turbatore di inediti ed auspicabili dialoghi tra maggioranza e opposizione.

La polemica, tuttora in corso, è molto italiana. Come troppo spesso accade tutti strepitano sul contorno, “l’agguato” che sarebbe stato teso a Fazio, la presunta offesa al Presidente del Senato, tralasciando la sostanza: se i fatti citati da Travaglio sono veri (cosa che nessuno contesta) sollevano, si o no, qualche preoccupazione per quanto riguarda la capacità di giudizio di Renato Schifani? Ci sarà sicuramente chi dice di no, rammentando che l’allora giovane avvocato era alle prime armi e che uscì ben presto dalla società in discussione. Non prendo partito, visto che Schifani ha avuto il merito di celebrare Falcone e Borsellino nel suo discorso di insediamento. Quello che mi preoccupa è che viene dimenticato, o addirittura negato il diritto-dovere dell’informazione di svolgere il suo ruolo, come dicono gli americani, da “cane da guardia” nei confronti del potere. Questo ruolo vuole dire, anche, di continuare a vagliare il curriculum, le frequentazioni, le scelte ed i comportamenti di chi ci rappresenta. Tanto più se si tratta della seconda carica dello Stato.

Sembra, invece, che debba valere il principio opposto: ora che Schifani è stato elevato a siffatta carica l’informazione non dovrebbe fare altro che porgli le domande a cui gli fa piacere rispondere. Non solo. Schifani ha annunciato una pesante denuncia per diffamazione nei confronti di Travaglio, un atto che sembra fatto più per intimidire che altro. E’ opportuno dunque ricordare che sia l’UNESCO che Freedom House hanno denunciato l’eccessivo ricorso alla querela da parte dei potenti come mezzo per intimidire giornalisti e frenare il lavoro dei media.

Ora è piuttosto preoccupante dovere constatare quel che tutto ciò preannuncia: in primo luogo che la condizione preliminare ad ogni discussione sulle riforme istituzionali o altro dovrà essere il disarmo unilaterale dell’opposizione. Non può e non deve essere così. Per dialogare a testa alta con la maggioranza sulle nuove nomine alla Rai, ora che l’attuale Cda è in scadenza, do un consiglio (sicuramente non richiesto) al nuovo governo ombra: non farebbe male ricordare alla vostra controparte che la legge vigente, la Gasparri, è stata bollata dalla Commissione europea e anche dalla Corte di giustizia in quanto contraria alle regole comunitarie. Metteteli sulla difensiva, fate pesare le pesanti multe in arrivo, a spese del contribuente. Ricordate che siamo fuori dall’Europa, in primo luogo per il macroscopico e mai risolto conflitto d’interessi del Presidente Berlusconi e dite alto e forte che l’ultima cosa che può fare è ri-allungare le mani sulla Rai. 
  
E poi chiedete qualcosa di più che di tutelare l’esistente, il fortino di Rai3 con i suoi pur validi giornalisti e dirigenti, ora ridotti a ridicole scuse per offese immaginarie. Chiedete una proroga del Cda, giusto il tempo per varare una riforma del servizio pubblico che faccia fare davvero un passo indietro ai partiti e al governo nella scelta dei dirigenti e nella gestione della Rai. A questo scopo l’allora ministro Paolo Gentiloni aveva proposto una Fondazione. Il comitato per un'altra TV, sostenuto da artisti e giornalisti come Sabina Guzzanti, Moni Ovadia e Enzo Biagi e tanti altri ha promosso una soluzione con più peso alla società civile, che ho difeso in Parlamento. La formula si trova se ci si riconosce nell’obiettivo: una Rai al servizio della collettività piuttosto che dei potenti. Evitate un’altra spartizione, offrendo una vera possibilità di riscatto al Cavalier Berlusconi. Per il resto, una legge di sistema che garantisca il pluralismo, un mercato che sia tale e i diritti dell’emittente Europa7, temo che dovemmo affidarci all’Europa, qui in Italia non ci sono più i voti, e nemmeno la volontà per farlo.
www.tanadezulueta.it

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