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di Peter Gomez e Marco Travaglio


Siccome, oltre all’interessato, molti lettori e amici del blog ci chiedono notizie più precise sul “caso Castelli”, cerchiamo di spiegare in breve e una volta per tutte i termini della questione relativa a una delle varie consulenze “facili” di cui è stato accusato l’ex ministro della Giustizia. Come ciascuno può leggere nel nostro Se li conosci li eviti, Castelli non è stato processato per il reato di abuso d’ufficio a fini patrimoniali perché il Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, avanzata dal Tribunale dei ministri. Dunque, sotto il profilo penale, Castelli non subirà alcuna conseguenza per aver concesso la consulenza incriminata al suo compaesano Giuseppe Magni, già sindaco di Calco (Lecco), già operaio metalmeccanico, già grossista di pesce surgelato. Nel nostro libro e poi in un successivo articolo di Marco Travaglio sull’Unità, si legge che l’ex Guardasigilli è stato “condannato dalla magistratura contabile”. Si tratta di un’espressione giornalistica che come tale dev’essere valutata. Si riferisce a un procedimento amministrativo, che si svolge con regole del tutto diverse da quelle del processo penale e che inizia con una sorta di intimazione all’interessato a pagare il danno erariale ipotizzato dal procuratore generale della Corte dei conti. “Condannato” è, dunque, un termine non tecnico, che non sottintende una sentenza, ma una censura severa per l’uso del denaro pubblico.

Si tratta della stessa espressione, giornalistica e non tecnica, che anche Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nei loro libri “Tribù” e “La Casta”, come altri colleghi, hanno usato per sintetizzare quanto è accaduto: Castelli ha ricevuto dal viceprocuratore generale della Corte dei Conti, Guido Patti, una contestazione per aver nominato Magni a superconsulente ministeriale per l’edilizia carceraria, con un “comportamento di eclatante illegittimità e illiceità”. Ragion per cui - secondo l’alto magistrato - l’ex Guardasigilli dovrà restituire allo Stato 98.876,96 euro, la metà di quanto generosamente versato dagli ignari contribuenti italiani dal 2001 al 2004 all’autorevole “consulente” lumbard. Il quale - sempre secondo il procuratore Patti - dovrà sborsare il resto, in solido con chi, al ministero, non ha vigilato sui suoi contratti. Nessuno ha mai affermato che si tratti di un verdetto definitivo, perchè non lo è, trattandosi allo stato di un'accusa dalla quale l'interessato è chiamato a difendersi.

Ad Annozero, tra un insulto e l’altro di Castelli, Travaglio gli ha dato appunto atto che il procedimento è in corso e gli ha augurato le migliori fortune nelle successive fasi del giudizio. Resta però il fatto, incontestabile, già accertato dalle indagini della Guardia di Finanza e ripreso dal dottor Patti: e cioè che il consulente, oltre a intascare lauti stipendi a spese dei contribuenti, fece poco o nulla. E tanto basta a spiegare perché, in compagnia di Rizzo, Stella e altri colleghi, abbiamo ricordato la vicenda nel nostro libro. Per amore di precisione, chiariremo ancora meglio. Questi dettagli della procedura contabile, vista l’importanza che ha assunto la questione, li inseriremo diffusamente nella prossima edizione di “Se li conosci li eviti”.

Il procedimento della Corte dei Conti per le consulenze al Ministero della Giustizia

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