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di Marco Travaglio
l'Unità
, 11 ottobre 2008

Vedo che l'avvocato aggiunto Emilio Vespa continua a sostituirsi all’on. avv. Niccolò Ghedini, evidentemente troppo impegnato tra le aule parlamentari e quelle dei tribunali. Purtroppo, diversamente dall’on. avv. Ghedini, è molto disinformato in fatto di giustizia. 1) Dopo aver sostenuto in tv che “Berlusconi ha avuto 26 processi” (addirittura 66, compresi quelli alle sue aziende), ora ripiega sulla più modica cifra di 22. Che però rimane un falso, visto che i processi sono 17, quelli che ho elencato io. Gli altri sono indagini archiviate, delle quali avevo parlato anch’io, conoscendo però la differenza tra processi e indagini (se Vespa non la conosce, può rivolgersi alla sua signora, che fa il giudice, per qualche ripetizione autunnale). 2) Non esistono “assoluzioni per amnistia” o “assoluzioni per prescrizione”. Esiste il “non doversi procedere” per amnistia o per prescrizione, di solito seguito – come nel caso del Cavaliere pluriprescritto – dalla condanna al pagamento delle spese processuali. Che è il contrario dell’assoluzione, in quanto riguarda i colpevoli, non gli innocenti (difficile dichiarare amnistiato o prescritto un reato che non è stato commesso). 3) Per le tangenti alla Guardia di Finanza, Berlusconi ha avuto l’insufficienza di prove per tre mazzette, non per una: la Cassazione, nella sentenza depositata il 7 novembre 2001, scrive: “Tenuto conto di quanto già osservato sulla insufficienza probatoria, nei confronti di Berlusconi, del materiale indiziario utilizzato dalla Corte d’appello a proposito delle vicende Mondadori, Videotime e Mediolanum…”. Più chiaro di così! 4) Per la tangente Previti-Fininvest al giudice Metta perché sottraesse la Mondadori a De Benedetti e la regalasse a Berlusconi, il Cavaliere non è stato “amnistiato in appello e in Cassazione”: il reato è stato dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche (riservate ai colpevoli, non agli innocenti). 5) Nel caso Sme-Ariosto/falso in bilancio, la formula è “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” perché nel frattempo Berlusconi, cioè l’imputato, l’ha depenalizzato. 6) Vespa insiste nel dire che “nessuna indagine è stata dunque avviata su Berlusconi prima del suo ingresso in politica”. Falso: Berlusconi era già stato processato per falsa testimonianza nel 1989 e indagato dalla Finanza nel 1983 per traffico di droga; e prima del ’94 il pool di Milano indagava su gran parte delle società del suo gruppo: come ogni indagine, anche quelle partivano dai pesci piccoli per poi salire a quelli grossi. Sentendo il fiato dei giudici sul collo, il Cavaliere giocò d’anticipo e si buttò in politica. 7) Non so quali fantomatici “Poteri Forti gli avrebbero fatto fare la fine di Angelo Rizzoli, depredato di tutto”. Angelo Rizzoli, dopo aver consegnato la Rcs alla P2, fece bancarotta e dunque finì in carcere. E’ possibile che Berlusconi, indebitato fino al collo e inseguito dalla Giustizia, avrebbe fatto la stessa fine, ma i poteri forti non c’entrano: c’entra la Giustizia, che avrebbe dovuto occuparsi dei numerosi reati commessi da lui e dalle sue aziende. In un paese normale, chi commette reati finisce in galera. In Italia, la pena massima è Palazzo Chigi. 8) “Soltanto una mente poco lucida può trovare normale che sull’uomo più votato dagli italiani sia stata scaricata addosso una simile valanga che ha finito per giovargli”. Il numero di voti non c’entra nulla col numero dei processi a carico, che dipende dai reati commessi, o meglio dalle notizie di reato raccolte dalla magistratura.

Non so se le inchieste e i processi a carico di Berlusconi siano troppi o troppo pochi: so che sono nati tutti da notizie di reato e che l’azione penale, per ora, è obbligatoria. Forse, se non si fosse circondato di galantuomini del calibro di Gelli, Craxi, Carboni, Previti, Dell’Utri, Mangano e così via, Berlusconi avrebbe avuto meno inchieste e meno processi. Personalmente, trovo più scandaloso che un galantuomo come Francesco Saverio Borrelli abbia avuto 323 iscrizioni sul registro degl’indagati della Procura di Brescia (indagini, comunque, non processi), e soprattutto che nessun Vespa abbia mai inscenato il pianto greco contro l’orrenda persecuzione. 9) Io non ho mai “crocifisso il presidente del Senato per aver avuto un rapporto con una persona condannata per mafia 14 anni dopo”: ho semplicemente fatto sapere agli italiani – così bene “informati” dal dottor Emilio Vespa – che il presidente del Senato era socio di due persone che oggi stanno in carcere per mafia, una delle quali, il boss Nino Mandalà, aveva nelle mani la giunta comunale di Villabate di cui Schifani, a metà degli anni 90, era il consulente urbanistico. Io non faccio “campagne”, io do notizie. E me ne infischio delle sorti del Pdl, del Pd e di tutti gli altri partiti che invece, comprensibilmente, stanno molto a cuore al loro supremo vate di Porta a Porta, che li considera suoi ”editori di riferimento”, come già la Dc di Forlani e Andreotti (altro prescritto che Vespa, mentendo, definisce spesso “assolto”). Su un’unica circostanza concordo col dottor Emilio Vespa: reputo un’opera meritoria le indagini sui rapporti fra Dell’Utri e la mafia, come del resto le ha ritenute il Tribunale di Palermo, che ha condannato il senatore Dell’Utri a 9 anni per mafia (sentenza che dev’essere sfuggita a Vespa, il quale nella puntata successiva alla sentenza si occupò di calcio-scommesse con Aldo Biscardi e Maurizio Mosca).

Siccome poi è così appassionato alle mie vacanze nello stesso residence di un investigatore successivamente arrestato per favoreggiamento, mi auguro che, magari nel suo prossimo libro, il dottor Emilio Vespa ci racconti le sue ferie del 2005, quando il “Giornale di Sicilia” lo immortalò sulla spiaggia di Pantelleria mentre “faceva tuffi nelle acque di Cala Levante insieme all’ex ministro Calogero Mannino”, informandoci che, “nella casa che l’ex ministro ha in affitto, i due hanno mangiato un’insalata accompagnata da un bicchiere di vino della produzione pantesca di Mannino”. Qualche settimana dopo, nelle pagine gastronomiche di “Panorama”, comparve un’entusiastica recensione dei vini made in Mannino. Firmata da chi? Da Vespa, naturalmente, che ne approfittò per rammentare agli enogastronomi l’ingiusta “persecuzione” giudiziaria subìta dall’ex ministro viticultore. Mannino, diversamente dal maresciallo Ciuro, all’epoca dei tuffi e delle bevute con Vespa, non era un insospettabile servitore dello Stato: era un imputato di mafia, rinviato a giudizio da alcuni anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

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