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Corriere della sera
23 gennaio 1993


di Angelo Panebianco

Mentre i vertici del Partito socialista sono impegnati nelle travagliatissime manovre della successione a Craxi c'è una domanda che, ancorché forse sgradevole per molte orecchie socialiste, non è stata ancora formulata e che tuttavia dovrebbe esserlo: ha senso, giunti a questo punto, che la leadership che subentrerà a Craxi si impegni in un tentativo di ricostruzione, di rifondazione del Psi? Una simile impresa è fattibile? E inoltre, ammesso e non concesso che sia fattibile, è auspicabile che il tentativo venga fatto? Vi è certamente qualcosa di paradossale e di ironico nel fatto che coloro che possono legittimamente dire di "avere avuto ragione" a Livorno, quando ci fu nel '21 la scissione comunista, non si siano poi trovati, una volta crollato il mondo comunista, a godere i frutti di una vittoria politica e morale, ma siano invece immediatamente precipitati, per questioni di tangenti, in un tunnel che li ha portati alla attuale bancarotta. Si può anche dire che c'è qualcosa di ingiusto nel fatto che ai socialisti sia toccata, quando si è scoperchiata la pentola della corruzione, la mazzata più dura (a meno che non si sostenga, un po' razzisticamente, che rubare a Milano sia moralmente più grave che rubare in Irpinia). I socialisti non sono stati infatti i soli a godere di un sistema di corruzione il cui massimo responsabile, nonché architetto, è stato pur sempre il partito di maggioranza relativa. E, inoltre, molti di coloro, per esempio nell'area dell'ex Pci, che hanno trovato comodo fare del Psi il capro espiatorio della corruzione italiana hanno inzuppato per anni il pane nello stesso piatto e non hanno certo oggi l'autorità morale per rimproverare alcunché a chicchessia. E, tuttavia, la bancarotta politica e morale del Psi è un fatto. Un fatto con cui i leader che prenderanno il posto di Craxi dovranno tentare di fare i conti. C'è tempo per farli questi benedetti conti e quindi per ricostruire il Psi? Parrebbe proprio di no. No, perché in una situazione in cui è l'intero sistema politico a essere in movimento, in marcia verso una diversa organizzazione di se medesimo, tutte le vecchie forze si trovano in gravi difficoltà e in difficoltà ancora maggiori, probabilmente insuperabili, è quella fra le vecchie forze che all'appuntamento arriva nelle condizioni più disastrose. Il Psi appunto.
Come se ne avrà nuova conferma, probabilmente, assai presto. Alla prossima tornata di elezioni amministrative prevista per la primavera.
Occorrerebbero in realtà anni di durissimo e ingrato lavoro politico a una nuova dirigenza del Psi, e solo se potesse operare in un contesto politico di relativa stabilità, per ricostruire reputazione politica e credibilità morale. In una fase di accelerata transizione come quella che il Paese sta attraversando questo tempo non è a disposizione dei successori di Craxi. Per non dire che essi dovranno affrontare un problema che Craxi nel suo lungo regno non aveva o che aveva comunque assai presto risolto. La grande forza di Craxi, quella che gli permise di affrancare il suo partito dai condizionamenti esterni e di porlo al centro della politica italiana, consistette nel suo personale e ferreo controllo sul Psi. Per risollevarsi, per rifondarsi, il Psi avrebbe bisogno che alla leadership di Craxi subentrasse una leadership altrettanto forte, altrettanto capace di dominare il partito mantenendone la coesione e impedendo il risorgere dei giochi di fazione interni. Ma questa è una possibilità che appare assai remota. La fine politica di Craxi coinciderà assai probabilmente con un processo di diffusione del potere fra i vari notabili del partito. Il nuovo segretario, sia egli Martelli o un altro, non disporrà certamente del potere di cui Craxi disponeva. E una segreteria dimezzata sarà difficilmente in grado di portare il Psi fuori dai suoi terribili guai. Se la fattibilità di un processo
di ricostruzione del Psi appare assai dubbia, altrettanto dubbia appare poi la sua desiderabilità. Rifondare il Psi per fare che? Una bella e strategica alleanza con gli altri partiti "facenti
parte" (nientemeno) dell'Internazionale socialista? Tutto si può pensare meno che un progetto del genere possieda anche solo una briciola di appeal politico nella società italiana di oggi. Sono cose
che sanno tanto di "unita' delle sinistre", di "alternative di sinistra" e altri simili slogan degli anni '70. Merci oggi invendibili a chicchessia. In realtà , realisticamente, c'è un solo compito che i successori di Craxi possono e dovrebbero assumersi.
Guidare il Psi, con la massima dignità possibile, verso l'estinzione. Utilizzare quanto di buono e di sano ancora esiste in quel partito per andare alla fusione con altre forze, meglio se di ispirazione liberal democratica, per contribuire alla creazione di un'organizzazione politica nuova di zecca, il meno possibile compromessa con il passato. L'occasione d'altra parte c'è. E data dall'imminente varo d'una nuova legge elettorale che certamente favorirà la creazione di nuove aggregazioni e che, altrettanto certamente, punirà con durezza coloro che non avranno avuto il coraggio di rimettersi in gioco. Magari solo perché condizionati da vecchi apparati di partito oggi assai indeboliti ma ancora capaci di esercitare una qualche resistenza. Certe organizzazioni dalla lunga
vita possono anche dare la sensazione di essere immortali. Ma non è mai così. Arriva sempre il momento in cui si presenta una crisi che non può in nessun modo essere superata. Dopo un secolo di vita, che comprende pagine gloriose e altre molto meno, quel momento sembra oggi essere arrivato per il Psi. Il compito, difficilissimo, delicatissimo, che attende la nuova leadership è quello di fare di questa crisi letale, insuperabile, un'occasione di rinnovamento della vita del
Paese.


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