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...che il Corriere della Sera non ha pubblicato...


di Marco Travaglio

Gentile Direttore, ringrazio il professor Panebianco per la risposta al mio articolo sull’Unità, ma non posso accettare l’accusa di aver “estrapolato dal contesto” una frase da un suo articolo del 23 gennaio 1993 per ordire un “piccolo imbroglio” ai suoi danni, tradendo il suo pensiero di garantista antemarcia e facendolo passare per giustizialista. Ho riletto per intero quell’articolo e non penso di averne tradito il significato, anzi. Nel gennaio del 1993, appena 40 giorni dopo il primo avviso di garanzia recapitato dal pool Mani Pulite all’allora segretario del Psi, Bettino Craxi (che si dimise proprio in quei giorni dalla carica politica, ma non da deputato con relativa immunità), Panebianco invitava i socialisti italiani a estinguersi al più presto in quanto erano “precipitati, per questioni di tangenti, in un tunnel che li ha portati alla attuale bancarotta”. Il tutto sulla base di qualche avviso di garanzia che aveva colpito, oltre a Craxi, gli ex sindaci milanesi Tognoli e Pillitteri e alcuni altri dirigenti del Garofano. Claudio Martelli era ancora intonso, e così i leader del resto del pentapartito, che sarebbero finiti di lì a qualche settimana nei guai per la maxitangente Enimont.

Già allora Panebianco ricordava che “rubavano” pure i democristiani, i loro alleati e i comunisti (come peraltro stava emergendo dalla stessa inchiesta su Tangentopoli), dunque non avevano titolo per “dare lezioni” al Psi. Ma aggiungeva che “tuttavia la bancarotta politica e morale del Psi è un fatto”. Un fatto, ripeto, basato su avvisi di garanzia, cioè sulla versione dei pubblici ministeri e su quelle dei tanti imprenditori che correvano a confessare di aver pagato tangenti. Tutti sapevano che le accuse erano autentiche, tant’è che la linea difensiva di Craxi era “abbiamo rubato tutti”.

All’epoca Panebianco ragionava bene, prendeva atto della realtà dei “fatti” che emergevano dalle accuse dei pm e ne traeva le dovute conseguenze politico-morali (evitando di raccontare, come fa invece oggi, che quei meravigliosi partiti erano stati eliminati dai giudici cattivi o politicizzati).

Esattamente quel che continuo a fare io, in compagnia di molti colleghi cronisti, anche del Corriere della sera, ben sapendo distinguere un teorema accusatorio tutto da provare dai “fatti” che emergono oggi dalle varie inchieste, spesso basate su elementi ancor più solidi degli avvisi di garanzia e delle confessioni di imprenditori: le parole intercettate degli stessi protagonisti. Solo che ora, anziché trovare Panebianco al mio fianco, lo scopro col ditino alzato ad accusarmi di non tenere le tesi difensive “nello stesso rispetto e nella stessa considerazione (anzi di più, tenuto conto della presunzione di non colpevolezza) riservati agli argomenti dell’accusa”. Vorrei sapere quando mai – Panebianco, se non vuol commettere “imbrogli” ai miei danni, dovrebbe citare qualche mia frase in tal senso – ho teorizzato che gli argomenti dell’accusa valgono in assoluto più di quelli della difesa. Non l’ho mai scritto né pensato. Se però un imputato confessa un reato, spontaneamente o inconsapevolmente in un’intercettazione, questo non è un teorema: questo è già un fatto, a prescindere dal sacrosanto principio per cui nessuno può essere giuridicamente colpevole fino a condanna definitiva. Del resto nel 2003, quando ragionava ancora correttamente, Panebianco diede prova di condividere questa impostazione: infatti, sulla prima pagina del Corriere, invitò Cesare Previti a lasciare il Parlamento ben prima che fosse condannato, semplicemente perché aveva dichiarato in tribunale che i soldi che la Fininvest gli versava all’estero non erano provviste per tangenti giudiziarie, ma “solo” parcelle in nero per sfuggire al fisco. Quanto alla separazione della mia modesta carriera da quelle dei “procuratori”, non è necessaria: se s’informasse un po’ meglio sul mio conto, Panebianco saprebbe delle mie polemiche con gli ultimi tre presidenti dell’Associazione nazionale magistrati, uno dei quali s’è addirittura dovuto dimettere in seguito a un mio articolo sull’Espresso. Quanto infine alle sue lezioni di garantismo in nome dell’”Occidente liberale”, ne faccio volentieri a meno. Se non ricordo male, era il professor Panebianco che, nell’agosto del 2006, giustificava il sequestro di Abu Omar, illegalmente rapito a Milano da agenti americani e italiani che lo mandarono a torturare in Egitto.

Suggeriva – a proposito della lotta al terrorismo – di piantarla con “l’apologia della legalità” di chi, evidentemente debosciato, pensa che “cose come la legalità, i diritti umani e lo stato di diritto debbano sempre avere la precedenza su tutto”. Diceva basta con il “feticcio” dello stato di diritto perchè “dalla guerra non ci si può difendere con mezzi legali ordinari”. Dunque – aggiungeva - bisogna legalizzare quella “zona grigia a cavallo tra legalità e illegalità, ove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi”. E invocava un “nuovo compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale” mediante un “confronto tra politici, magistrati, avvocati e operatori della sicurezza”. Solo così – assicurava Panebianco – salveremo “lo stato di diritto e la stessa democrazia”. Che cosa ci sia di “liberale” e “garantista” in queste sue agghiaccianti parole, non riesco proprio a comprenderlo. Dunque mi scuserà se, in attesa di orientarmi nelle continue evoluzioni del suo pensiero ondivago e intermittente, mi scelgo altri maestri.


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