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"Ma sì: peggio del giustizialismo peloso pensavamo non ci fosse nulla. Ora scopriamo il garantismo peloso. È quello di chi legge le ordinanze dei tribunali a righe alterne, dimenticando per esempio che a Pescara il quadro indiziario non è svanito ma si è aggravato e che a Potenza, comunque, permangono gravi accuse di corruzione e turbativa d’asta. Ma soprattutto è quello di chi dimentica che il garantismo, per essere tale, non può ridursi a una concessione del gip: non si fonda su una frettolosa revisione del capo d’imputazione, ma piuttosto sul principio profondo secondo cui nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva".
(Mario Giordano, Il Giornale, 3 gennaio 2009)

"Non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci, quindici anni dopo è sospettato di colludere con la mafia. Per Travaglio, però, è «un fatto». E «un fatto», per Travaglio, è una condanna. Poi, nella sua limpida coscienza di moralizzatore qualcosa s’è incrinato. Piccoli cedimenti che lasciano intendere che a Travaglio è venuta meno la forza morale e civile necessaria per continuare a essere un Saint-Just fino in fondo. Chiamiamolo pure il piano B, ma s’è fatto meno intransigente o, per meglio dire, più furbetto, fino a scegliersi, nella figura di Antonio Di Pietro, un gran protettore. Anzi, un ammortizzatore sociale. E coscienzioso com’è, tutto d’un pezzo com’è, ha per prima cosa cavato l’uomo di Montenero di Bisaccia (e i suoi cari) dal tritacarne della questione morale, un attrezzo che quando vuole Travaglio sa far girare a mulinello e grazie al quale ha messo insieme qualcosa di più che due paghe per il lesso.
E così, ciò che per altri è causa di dannazione, di gogna perenne, di impedimento alla politica, per Di Pietro è «sciocchezza», è «pettegolezzo». Il colpo gobbo dipietrino – intascarsi l’affitto pagato dal partito (dell’Italia dei Valori, e mi raccomando i valori) per la sede situata in un edificio di proprietà del Di Pietro medesimo – è giudicato dall’ex spietato moralizzatore una semplice, veniale «caduta di stile». La bugia dipietrina su come venne a sapere che Mautone era indagato e che il telefono del figlio era sotto controllo, roba da fucilazione sul posto, per il Travaglio double face è faccenda di nessun interesse. E bubbole il grazioso omaggio d’una Mercedes, bubbole i 200 milioni nella scatola da scarpe. Peccato. Che brutto, che penoso ultimo atto. I Saint-Just non finiscono a tarallucci e vino, non passano al nemico scodinzolandogli attorno. I Saint-Just affrontano a testa alta il loro Termidoro. I Travaglio no. Lui ha preferito piegare la schiena. Una umanissima debolezza, certo, ma che assomiglia tanto alla pusillanimità".
(Paolo Granzotto, Il Giornale, 3 gennaio 2009)



Schiene a confronto

«Antonio, avanti così e non ti vota più nessuno»
(Marco Travaglio, intervistato da Silvia Santarelli, Il Tempo, 28 dicembre 2008)

"Sabato 8 novembre Vittorio Feltri pubblicava sul suo Giornale la più gigantesca smentita che la storia del giornalismo italiano ricordi: occupava la «spalla» di prima e due intere pagine all'interno. Vi si dava atto che le accuse di tipo penale che Il Giornale rivolge a Di Pietro da circa due anni erano tutte infondate. Una cosa penosa e dai risvolti grotteschi. L'articolo portante, firmato da Andrea Pasqualetto, era intitolato «Dissolto il grande mistero: non c'è il tesoro di Di Pietro». Ma chi aveva mai parlato di «tesoro di Di Pietro»? Nessuno, tranne Andrea Pasqualetto e Il Giornale. I quali hanno «dissolto» un mistero che loro stessi avevano creato. Un vero scoop. Ma, a parte ciò, con quella smentita Feltri si rimangiava due anni di linea politica del Giornale, perché erano due anni che non passava giorno che il quotidiano dei Berlusconi non pubblicasse pagine e pagine di accuse penali ad Antonio Di Pietro. È come se Feltri avesse detto ai suoi lettori: per due anni non vi abbiamo raccontato altro che balle. L'8 novembre è stato l'8 settembre del Giornale".
(Massimo Fini, "Il Borghese", 19 novembre 1997)

La Repubblica
9 novembre 1997
Scusate, il tesoro era una bufala ...
Sebastiano Messina

Firenze - Colpaccio del 'Giornale' : ha scoperto che il suo scoop era una bufala. O meglio, per usare le parole del quotidiano, 'una smarronata' , 'una mezza ciofeca' , insomma 'paccottiglia' . Vi ricordate la storia dei cinque miliardi e duecento milioni che, secondo un titolone di prima pagina, Pacini Battaglia aveva 'versato all' avvocato Lucibello perchè Di Pietro chiudesse un occhio sulla sua posizione processuale' ? Bene, tutto falso. Lo annuncia, come se per due anni non avesse costruito su quel sospetto infamante la sua campagna contro l' ex pm, lo stesso giornale che l' aveva sparato a piene colonne. E lo fa in grande stile, non alla chetichella. Due pagine scritte in ginocchio sul cilicio, e un supertitolo senza pudore: 'Dissolto il grande mistero: non c' è il tesoro di Di Pietro' . In prima pagina? No, misteriosamente: un simile scoop, sottolineato addirittura con il timbro 'Esclusivo' , meritava sicuramente la copertina. Peccato però che in prima pagina ci fosse già un' altra notizia di lusso, un altro scoop che riguardava - quando si dice la coincidenza - lo stesso Di Pietro. Cos' altro ha combinato, secondo 'Il Giornale' ? Niente. O meglio, è diventato buono, così buono che Vittorio Feltri riconosce i suoi errori, si batte il petto, gli stringe la mano e scopre 'che un sentimento ci accomuna: il desiderio di dare in futuro più spazio alla simpatia che alla diffidenza' .
Questa sì che è una notizia. Alla vigilia della battaglia finale nel Mugello, dove Giuliano Ferrara è venuto a fare 'una malandrinata' al candidato Di Pietro, ecco che l' implacabile fustigatore dell' ex pm, spregiudicato apripista della campagna contro il nemico numero uno di Silvio Berlusconi, ha scoperto di avere un feeling con l' odiato Tonino, gli scrive col cuore in mano 'ti stimavo e non ho mai cambiato idea' , 'ero sicuro che avresti fatto strada' , quindi ordina la pubblicazione del paginone di scuse, la più chilometrica rettifica che sia mai stata affidata a una rotativa. Commosso da un simile pentimento, Di Pietro ha ritirato in blocco una trentina di querele e scrive a Feltri: 'Sono pronto a stringerti la mano in segno di rinnovata stima' . E aggiunge: 'Ci siamo conosciuti, studiati e 'annusati' dai tempi di Bergamo e da allora i nostri rapporti sono rimasti sempre nel limbo, in attesa di futura espansione, combattuti come siamo da umana simpatia ma anche da una istintiva diffidenza di fondo' . Anche dalle aride trattative tra avvocati può nascere, come si vede, un sentimento. Con evidente insensibilità romantica, Forza Italia ha reagito all' accorato pentimento di Feltri come se avesse ricevuto una pugnalata alla schiena. L' ira di Giuliano Ferrara, abbandonato a se stesso nella trincea del Mugello, si traduce per il momento in un signorile silenzio (' La campagna elettorale è finita, non parlo di questa vicenda' ) ma nel suo quartier generale fiorentino rimbalzava il ricordo di quella scena di 'Tutti a casa' dove l' ufficiale italiano Alberto Sordi si imbatte - l' 8 settembre - in un plotone di tedeschi e, accolto a suon di raffiche di mitra, si precipita a telefonare al quartier generale: 'Colonnello, una cosa inaudita! I tedeschi sono passati al nemico!' . Al di là dell' effetto raggelante che devono aver avuto sul candidato Ferrara, le due pagine con le quali 'Il Giornale' assolve definitivamente Di Pietro dalle accuse lanciategli dalle sue stesse colonne alla vigilia di Natale di due anni fa sono destinate a restare nella storia del giornalismo italiano, capitolo 'bufale' . Sotto il titolone, ben tre sommari assicurano caldamente che 'i soldi di Pacini Battaglia non hanno sfiorato l' ex pm' , che 'la cassaforte lussemburghese non ha mai custodito miliardi per l' ex magistrato' , che insomma lui non c' entra niente con il denaro del banchiere più intercettato d' Europa.
Poi per ben sedici colonne di piombo l' autore del primo scoop - Andrea Pasqualetto - ci rivela che era tutto falso. Non lo rivela, per pudore, direttamente a noi lettori, ma al suo direttore. 'E' una storia di ragnatele, di acrobati e di coccodrilli, caro direttore...' comincia, per avvertire subito che 'c' è veramente di tutto ma c' è soprattutto un Di Pietro immacolato e un tesoro, il suo, che invece non c' è' . Evidentemente l' ignaro direttore non immaginava tutto questo. Aveva preso per buono il primo scoop. Adesso gli sarà venuto un infarto, leggendo la lettera di un redattore che - dopo due anni e una trentina di querele - gli racconta l' amara verità. Avrà cominciato a sudare freddo, scorrendo un articolo dove disinvoltamente Pasqualetto gli consiglia 'una poltrona comoda e un' aspirina, ne avrai bisogno' e poi gli svela che 'l' operazione sulla quale si sono gettati fiumi d' inchiostro, coinvolgendo l' uomo di Mani pulite, è in parte una bufala. E non è un' idea o un' impressione, sia chiaro. Lo dicono i documenti, le carte' .
Gli sarà mancato il respiro, leggendo che la misteriosa cassaforte di Di Pietro era solo 'una mezza ciofeca' , anzi 'una scatola vuota e smandrappata, paccottiglia, altro che miliardi' . Avrà increspato la fronte, quando il suo giornalista, dopo aver messo in fila una serie di prove contro se stesso, gli dice 'sospira a fondo, direttore, perchè non è finita: è l' ora dell' aspirina' e tira le somme della brillante operazione: 'Di Pietro non ha proprio visto un soldo. E' nostro dovere scriverlo, il Controbotto' . E già che c' è gli dà, dall' alto della sua esperienza, un consiglio sul processo per diffamazione: 'Ma sì, chissenefrega del processo. Turati il naso, caro direttore, e concediti la smarronata' . Feltri lo ha preso in parola. Scoop più controbotto, due bufale al prezzo di una.

Box
La replica di Feltri alle accuse
'Ha deciso Paolo Berlusconi'
'
Ferrara si è fatto lo sgambetto da solo'
Milano - Direttore Feltri, oggi probabilmente lei ha ritrovato un amico. Ma rischia di perderne altri. "In che senso?". Silvio Berlusconi sarebbe "sbalordito e indignato" per la pace in prima pagina con Di Pietro. Giuliano Ferrara si sente tradito. "Se la prendano con i loro congiunti... Non sono mica il loro avvocato". Ma bisognava riabilitare Di Pietro proprio oggi? Sembra uno sgambetto a Ferrara.
Non lo avrà imposto Di Pietro? "C' era la volontà di arrivare ad un accordo prima delle elezioni, poi la trattativa tra gli avvocati si è protratta, l' ok dell' editore non è stato immediato, e così l' annuncio è stato dato a ridosso del voto. Ferrara si è sgambettato da solo candidandosi in un collegio senza speranze". Come si sente, dopo due anni di battaglie, a dover chiedere scusa? "Io nella lettera a Di Pietro ho ribadito la mia posizione: se ho commesso degli errori ne ha commessi anche lui, e con l' aggravante di non averli riconosciuti. Dopodiché ho pubblicato un' inchiesta approfondita dove c' è la dimostrazione che uno dei sospetti circolati in questi anni era infondato: dei soldi di Pacini Battaglia a Di Pietro non è andata una lira. Accertata questa cosa l' ho pubblicata, perché io non faccio il politico ma il giornalista". Quanto è costata, al suo orgoglio, questa pace? "La decisione è stata di Paolo Berlusconi, non mi sono opposto perché non avrei fatto l' interesse del giornale: 35 querele ci sarebbero costate 7-800 milioni solo di spese legali". Si dimetterà, come chiedono i forzisti del Mugello? "Dovrebbero chiederlo a Paolo Berlusconi. Ha fatto tutto lui".

La Repubblica
23 dicembre 1995
Raggio accusa dal Messico ' Maxitangente all' ex Pm'

La Repubblica
28 dicembre 1995
Raggio smentisce le accuse a Di Pietro


Corriere della Sera
9 novembre 1997
Il direttore: dovevo farlo, c'erano 35 querele
" Una pietra sul passato ma ognuno resta delle sue opinioni "


Corriere della Sera
10 novembre 1997
Feltri: il " Giornale " non e' l' organo del Polo

Corriere della Sera
12 novembre 1997
Dinoia: il dietrofront del Giornale non é stato una mia furbata



Perché?
Analisi:


L'Unità
8 febbraio 2003
Il senso di colpa del primo ministro
Mauro Mancia


L'Unità

20 maggio 2003
Berlusconi, primo attore della falsità
Mauro Mancia


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