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monegasco_flickr.com    Dalla seconda relazione semestrale-2008 pubblicata dall'a.g.c.m. emerge che i membri del IV Governo Berlusconi hanno tutti consegnato le dichiarazioni sulle loro possibili situazioni di incompatibilità. Su 116 dichiarazioni esaminate, 75 casi erano potenzialmente in contrasto con le norme. Di questi, 67 sono stati spontaneamente rimossi dagli interessati (cessazione dell'attività incompatibile), mentre 11 erano ancora in corso di approfondimento al 31 dicembre 2008.

    Tra le cause di incompatibilità, l'autorità segnala la concomitanza di un'altra carica pubblica o in un ente di diritto pubblico, anche se prevalgono cariche societarie e l'esercizio di attività di rilievo imprenditoriale o libero professionale (avvocati, commercialisti, giornalisti, ingegneri, medici). In particolare, è stato esaminato il caso di un "avvocato rotale", incompatibile, che ha dichiarato di astenersi dall'esercizio della professione.

    In conclusione, la relazione esamina i casi di incompatibilità post-carica del precedente Governo, dichiarando sussistenti alcune incompatibilità. 

    Per quanto riguarda il conflitto di interessi, non tutte le dichiarazioni relative al patrimonio dei famigliari dei membri del Governo sono state ancora consegnate, nonostante i termini siano ampiamente scaduti (ne mancano ancora 88). Una menzione specifica viene riservata al caso di Berlusconi, con riferimento ad alcune sue recenti dichiarazioni. Il caso era già stato risolto dall'a.g.c.m. citando la legge "Frattini" :

... un opportuno accenno va dedicato ad alcune segnalazioni effettuate dal sen. Luigi Zanda riguardanti un presunto caso di conflitto di interessi del Presidente del Consiglio in carica, relativo a sue dichiarazioni concernenti la RAI ed alcune società quotate in borsa; segnalazioni archiviate dall’Autorità in quanto ritenute estranee all’ambito applicativo dell’art. 3 della legge. In merito, si è osservato che fra i vari elementi costitutivi della fattispecie, la norma richiede, in particolare, che l’eventuale vantaggio economico apportato al patrimonio del titolare di carica (o a quello di un suo familiare) discenda da un atto governativo da considerare imprescindibilmente nella sua accezione formale, cioè assunto nell’ambito di attribuzioni e con le procedure previste dalla legge ed espresso nelle forme stabilite dall’ordinamento. Ad esso può essere equiparato esclusivamente il comportamento omissivo del titolare di carica di governo che non abbia provveduto all’emanazione di un atto dovuto in base ad un obbligo anch’esso stabilito dalla legge. 

La stessa legge n. 215/04, del resto, nell’attuale formulazione degli articoli 1 e 3, fa chiaramente riferimento ad una tipologia di atti rilevanti che comprende tutte quelle attività, poste in essere nell’esercizio di attribuzioni di governo, che si concretano nell’adozione o partecipazione ad un atto formalmente qualificato, individuabile come tale in base alle regole poste dalla legge e idoneo, secondo le specifiche norme che lo disciplinano, a produrre effetti, nell’ordinamento giuridico, come fatto imputabile all’organo che lo ha adottato. Ai fini dell’eventuale integrazione di una fattispecie di conflitto ai sensi dell’art. 3 della legge, non può pertanto attribuirsi rilievo a qualsiasi attività o comportamento del titolare di carica di governo, ma solo a quelli che si traducono nell’esercizio concreto di attribuzioni governative e che si esprimono nelle forme in cui tali attribuzioni sono legittimate a manifestarsi. 

Tanto si ricava dal principio generale espresso nell'art. 1, comma 1, della legge che, nell’imporre ai titolari di cariche di governo l’obbligo di astenersi “dal porre in essere atti e dal partecipare a deliberazioni collegiali in situazioni di conflitto", ne chiarisce anche l’ambito applicativo, mediante l’esplicito riferimento ai comportamenti che i medesimi titolari assumano “nell’esercizio delle loro funzioni”. La norma è dunque intesa a stabilire un chiaro collegamento tra tale obbligo di astensione e la finalità generale perseguita dal legislatore: quella cioè di evitare che i poteri e le funzioni di governo possano essere utilizzati per obiettivi diversi dalla cura esclusiva degli interessi pubblici alla luce dei quali l’attribuzione di detti poteri e funzioni trova  il proprio essenziale fondamento. La connessione tra atti e funzioni di governo, nell’accezione accolta dall’Autorità, risulta ancor più chiaramente dalla lettera dell'art. 3 che richiede, per l'appunto, la partecipazione del titolare di carica “all'adozione di un atto, anche formulando la proposta” ovvero all'omissione di un “atto dovuto”; dove i termini “adozione”, “proposta” e “atto dovuto” evidentemente evocano uno stretto e necessario collegamento con i poteri e le funzioni inerenti alla carica governativa, nonché con le modalità, le forme e i vincoli che all'interno dell'ordinamento ne disciplinano il concreto esercizio e i relativi effetti giuridici.

Nella medesima occasione, l’Autorità ha inoltre escluso la possibilità di interpretazioni estensive delle norme in materia di conflitto di interessi, in ragione dei ristretti margini applicativi che la stessa legge n. 215/04 autorizza. Pur confermando le difficoltà applicative che investono l’art. 3 della legge  (peraltro più volte segnalate dall’Autorità stessa al Parlamento), il Collegio ha ritenuto che, nell’attuale formulazione, l'adozione di criteri interpretativi "estensivi", oltre che non consentita, risulterebbe non coerente con la particolare natura delle disposizioni in argomento, che costituiscono il risultato di scelte politiche a suo tempo operate.
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Leggi la relazione dell'autorità garante


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