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Siccome molti amici del blog chiedono altri chiarimenti sulla famosa irruzione di Berlusconi all’assemblea de Il Giornale l’8 gennaio 1994, metto a disposizione qualche altro documento, tratto da “Montanelli e il Cavaliere”. Con una precisazione: nel saggio introduttivo alla nuova edizione del libro c’è un mio refuso, là dove, citando la testimonianza del capo del Cdr del Giornale Novarro Montanari sul “no” di Montanelli all’arringa berlusconiana, cito il “condirettore Biazzi Vergani”, mentre il condirettore – come peraltro è scritto in tutto il libro – in quei giorni era Federico Orlando. Peraltro un errore di memoria lo commise anche Montanelli: nell’intervista del 2001 a Laura Laurenzi di Repubblica, là dove invitava a leggere la cronaca di quel giorno fatta sul Giornale da Paolo Granzotto, si riferiva in realtà alla cronaca fatta da Alberto Mazzuca. Paolo Granzotto non fece alcuna cronaca sul Giornale del 9 gennaio ’94 dell’assemblea di redazione con Berlusconi, anche se oggi finge di dimenticarsene per accreditare la tesi secondo cui la sua versione (fornita molti anni dopo in una biografia di Montanelli in cui riesce a sbagliarne sia la data di nascita sia quella di morte, oltre a incorrere in svariate smarronate) sarebbe quella giusta in quanto accreditata dal vecchio Indro.

Nel libro, riporto la trascrizione stenografica dell’intervento di Berlusconi in assemblea, là dove il Cavaliere parla di fioretto e di mitra (peggio della sciabola ricordata da Lerner ad Annozero e della spada evocata da Sandra Artom nella lettera che qui sotto riporto): trascrizione inoppugnabile, perché tratta dalla registrazione audio di quell’intervento, acquisita agli atti del processo dinanzi al pretore del Lavoro di Milano, Francesco Cecconi, che il 18 ottobre 1995 (con una sentenza poi confermata in appello e divenuta definitiva nel 1997) indicò in Silvio e non in Paolo Berlusconi il vero editore de Il Giornale.

Berlusconi, nel primo pomeriggio dell’8 gennaio 1994, con il «Corriere» sotto il braccio, irrompe nell’assemblea dei redattori del «Giornale». Creando il casus belli risolutivo.
Su quel gesto del Cavaliere, che sarà la causa scatenante delle dimissioni di Montanelli e Orlando, le versioni divergono. Orlando sostiene di averlo sconsigliato: «Poco prima delle 3 del pomeriggio squillò il mio telefono. Era Antonio Tajani. Mi diceva che si trovava con Berlusconi in prossimità di via Negri e che il Cavaliere avrebbe desiderato fare un salto all’assemblea di redazione (...) per salutare i redattori e chiarire la sua posizione.
Cosa ne pensavo? Feci presente a Tajani che ritenevo pericoloso per Berlusconi venire in assemblea di redazione: infatti, i suoi avversari progressisti (...) avrebbero gridato alla violazione della legge Mammì. (...) Tajani mi richiamò dopo alcuni minuti per dirmi che Berlusconi aveva rivolto la richiesta direttamente ai componenti del comitato di redazione, che gli avevano comunicato la non opposizione dell’assemblea. “Se non è contraria l’assemblea, non posso esserlo io”, fu la mia risposta.
Dopo pochi secondi Berlusconi, ascendendo oltre il terzo piano dov’erano le stanze di Montanelli e mia, piomba nell’affollata e muta assemblea. Né Montanelli né io vi prendiamo parte».

Tajani smentisce il no iniziale di Orlando e tenta di accreditare la versione del Cavaliere che “passava di lì per caso”. Ma Biazzi Vergani, al solito prudente e felpato, annota: «Orlando “sconsiglia”. La questione viene sottoposta all’assemblea, che con un solo voto contrario dà il suo consenso».
Il punto comunque non è la presenza del Cavaliere in assemblea (stufi dell’inconcludente fratello- paravento, i giornalisti hanno preferito sentire la viva voce del padrone): sono le sue parole. È l’assenza del direttore, ignaro di tutto. Davanti ai giornalisti di Montanelli, in assenza di Montanelli e all’insaputa di Montanelli, Berlusconi detta la nuova linea politica del «Giornale» di Montanelli e smentisce subito qualsiasi trattativa per scambiarlo con l’«Indipendente» («cose campate per aria»). Poi dice di non credere che il direttore se ne voglia andare per fondare un nuovo quotidiano: «Ritengo che, con tutti i rapporti che ho io con Indro Montanelli, se davvero ci fosse una cosa di questo genere in ballo, lui prima di fare qualunque cosa in questa direzione solleverebbe il telefono e me ne informerebbe. (...) Adesso mi dite che Indro ha detto questa cosa, domani lo incontrerò, mi sembra molto strano». Poi assicura che, se scenderà in politica, «io non potrei mai pretendere una vicinanza, conoscendo anche la voglia di indipendenza che ha Indro».

Un redattore gli domanda che cosa risponderebbe a Montanelli se gli chiedesse di vendergli «il Giornale». «Intanto», è la risposta, «deve chiedere a mio fratello, ma io non vedo perché dopo tanti anni di vicinanza, tanta fatica, tante battaglie comuni, tanti sacrifici (...), sostenendo tutte le perdite (...), io non vedo come e chi potrebbe chiedere alla mia famiglia di lasciare “il Giornale”. Credo che sia fuori discussione, (...) sarebbe assolutamente ingiusto».Ma – lo incalza un altro giornalista – è vero (come il direttore ha rivelato in mattinata al Cdr) che Montanelli gli ha chiesto di vendere «il Giornale»? Il Cavaliere mente un’altra volta: «Assolutamente no. A noi non ha fatto alcuna richiesta di questo tipo. Avrebbe avuto delle male risposte, per la prima volta».
Poi ribadisce, con un’altra bugia, a nome del fratello e del socio Achille Boroli, l’«adesione alla linea editoriale da sempre in questo giornale». Provocatorio, un redattore domanda: «Quindi possiamo chiedere a Fede di dimettersi?». E Berlusconi: «Lei glielo chieda. Io non intervengo». Ma alla fine, dopo aver promesso di chiarire tutto nella colazione con Montanelli fissata per l’indomani, Berlusconi si lascia andare al sottile ricatto che darà fuoco alle polveri: se sparerete sui miei nemici, non vi mancheranno le munizioni. «Io», è la frase testuale, «credo che, se “il Giornale” darà segno di volere combattere questa battaglia e di volerla combattere con una strategia e una tattica adeguate alle posizioni degli altri, non mancheranno assolutamente i mezzi per un rafforzamento della linea del “Giornale”. Credo che dobbiate mettervi d’accordo su questo. (...) Ci sono certe guerre che vanno condotte col fioretto; è difficile affrontare col fioretto chi viene in campo col mitra. Tutto qui. Non voglio andare oltre». Fin troppo chiaro…

Ecco ora l’intervista di Montanelli a Laura Laurenzi, dopo le minacce ricevute da Montanelli il 26 marzo 2001, tre giorni dopo la telefonata da lui fatta in diretta a “Il raggio verde” per confermare la mia versione dei fatti contro quella di Feltri.

L’Italia di Berlusconi, la peggiore mai vista
di Laura Laurenzi
MILANO - Sembra essere diventato il nemico numero uno del Polo. Berlusconi gli dà del bugiardo e dell’ingrato, Fini lo descrive come l’ennesimo giornalista «strumentalizzato» dalla sinistra, i giornali della destra portano il suo nome nei titoli di testa in prima pagina. La sua «colpa» è il tradimento: ha dichiarato di votare per il centro-sinistra, ha partecipato alla trasmissione di Santoro, dove - capo d’imputazione gravissimo - ha persino dato ragione alla ricostruzione fatta da Marco Travaglio sulle vicende del «Giornale». Indro Montanelli ha risposto con le sue armi: un editoriale al veleno sul «Corriere della sera» in cui restituisce l’accusa di mendacio al Cavaliere, gli replica punto per punto e chiosa: «Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito». Dopo l’articolo, da ieri mattina il suo telefono non ha fatto che suonare.
«La cosa più impressionante», racconta Montanelli, «sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque una dopo l’altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile. Dicevano tutte la stessa cosa: delle invasate che urlavano: “Lei che per vent’anni ha mangiato alla mensa di Berlusconi!”. Io, capirai! Come se fossi stato mantenuto da Berlusconi».
Insomma, siamo alle minacce. Veramente la scoperta che c’è un’Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 luglio, l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo.
Lei sembra veramente spaventato.
No, spaventato no: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere.
Ma lei è sicuro che la partita elettorale sia già giocata? Il centro-sinistra non ha nessuna possibilità di battere Berlusconi?
Guardi: io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino.
Lei, Montanelli, oggi è diventato il problema politico principale del centro-destra. Da qualche giorno il suo nome è al centro delle dichiarazioni degli uomini del Polo.
È strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt’al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile: non per quello che succede a me, a me non succede nulla, non è che io rischi qualcosa, è chiaro. Quello che fa male è vedere questo berlusconismo in cui purtroppo è coinvolta l’Italia e anche tante persone perbene.
Tutta questa polemica è nata dal programma di Luttazzi. Lei vede programmi di satira politica in televisione? Come li giudica?
Ne vedo, come no. Be’: l’unico modo per combattere questa cosa è la satira. Che sia sempre fatta bene però non direi, molto spesso è volgare anche quella. Ma forse è peggiore la facilità, la spontaneità con cui Berlusconi mente, e con cui le sue menzogne, a furia di ripeterle, evidentemente vengono bevute dagli altri. Lui racconta a modo suo la fine della mia direzione al «Giornale». Il giorno dopo la mia uscita, quando non ho potuto certamente inf luire più sulla stesura della cronaca, Paolo Granzotto (era Alberto Mazzuca, n.d.a.) scrisse un resoconto di come erano andate le cose. Ecco: andatevi a rileggere quella cronaca, coincide esattamente con le cose come le ho raccontate io. Berlusconi sostiene che io ero al «Giornale» sognando di farne un altro: non sta né in cielo né in terra. Questa menzogna è semplicemente una scemenza: quanta volgarità, quanta bassezza.
(da «la Repubblica», 26 marzo 2001)

Ecco infine la lettera che l’altroieri Sandra Artom, che nel ’94 era responsabile delle pagine culturali de Il Giornale, ha inviato a Michele Santoro per confermare la mia versione dei fatti.

Montanelli, il fioretto e la spada

Caro Santoro,
ho appena assistito alla puntata dedicata al centenario di Montanelli e posso testimoniare che quanto ha ricordato il collega Marco Travaglio corrisponde a verità, mentre il tentativo di distorcere i fatti da parte di Maurizio Belpietro è assolutamente tendenzioso.
In qualità di caporedattore della Terza Pagina ero presente a quella tempestosa riunione nel salone della Cronaca e ricordo perfettamente la metafora del fioretto e della spada (mi sembra di ricordare che fosse una spada e non una sciabola, ma il senso non cambia) e non è vero che i redattori del "Giornale" fossero d'accordo con Berlusconi.
Anzi scendemmo indignati al terzo piano dove c'era la direzione e Montanelli, presente e non a spasso ai giardinetti come ha voluto far credere Belpietro, era furibondo e preparammo subito una lunga lista di firme contro l'intervento di Berlusconi da pubblicare l'indomani sul "Giornale".
Purtroppo ormai il tentativo di distorcere la realtà dei fatti è costume ricorrente. Complimenti per la trasmissione. Speriamo che la libertà di stampa non venga del tutto soffocata, ma bisogna stare attenti anche all'autocensura di certi colleghi troppo timorosi di mettersi contro i poteri forti.
Cordiali saluti
Sandra Artom


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