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da lucatelese.it

La storia del "cono d'ombra" e del giornalista di sinistra in un giornale di destra, ovvero: ecco perché me ne vado a "Il Fatto", nella speranza che nasca un giornale che non ha padrini, non ha autocensure, non è mettinculista né leccaculista, insomma, tendenzialmente libero.

di Luca Telese

Dunque succede questo: te ne stai al mare, spaparanzato in un giardino di Fregene e improvvisamente inizia a trillare il telefonino. Chiamate e messaggini a raffica: “Ma che fai?”. Dall’altra parte qualcuno con il computer acceso ti dice: “Oh, Dago deve essere impazzito! Dice che – Bum! – passi dal Giornale al Fatto. Possibile?”. Dago, ovvero Dagospia. Non so come gli sia arrivata la notizia, e da chi. Ma non è  impazzito, è vero. Dopo dieci anni passo dal Giornale al Fatto, non per fare un salto mortale, ma per il piacere di un gesto atletico.

Ci vado dopo dieci anni trascorsi a scrivere una posizione di certo particolare, per alcuni addirittura “sospetta” (l’eterna sindrome dell’infiltrato), quella del “giornalista di sinistra” che lavora in un quotidiano di centrodestra. Per anni, negli incontri pubblici, ogni due per tre si alzava qualcuno e mi faceva: “Non ti senti una foglia di fico?”. Rispondevo: “Non posso esserlo, perché sono diventato noto al Giornale, prima non lo ero”. Oppure mi dicevano: “Ma come? Sei di sinistra e lavori al Giornale?”. Per anni, fino a ieri, rispondevo la verità. Raccontando che non c’era calcolo, studio o premeditazione. Le cose erano andate così. Ero precario al Corriere della Sera, un giorno avevo ricevuto la chiamata di Maurizio Belpietro  che – come raccontava lui stesso – mi aveva detto: “Mi parlano bene di te, mi piacciono le cose che scrivi, vuoi venire a lavorare per noi?”. Gli avevo risposto: “Guarda che io sono di sinistra”. E lui: “Non me ne frega nulla. Persone di destra al Giornale ce n’è tante, ma i giornali non sono partiti, scriverai quel che vorrai, non ti verrà toccata una riga. Mi interessa avere un occhio diverso sulla vicenda politica che dobbiamo raccontare”.

Quella regola di ingaggio, come spiegavo agli increduli, è stata rispettata, sempre. E’ vero che i giornali non sono caserme, è vero che vivono anche di polarità e diversità, ma confesso che io non avrei mai immaginato di trovare in un quotidiano di centrodestra tante teste diverse, tante radici culturali, tante opinioni opposte: radicali, socialisti, comunisti (convertiti e non), diessini, liberali, persino ex maoisti anche qualche montanelliano superstite. Posso dire – credeteci o no – che il rapporto bellissimo con questi colleghi mi ha vaccinato da due difetti fatali di molta sinistra insopportabilmente chic: il doppiopesismo per cui se lo fanno loro va bene se lo fa un altro no, e la presunzione stolta e assurda di essere sempre e comunque nel giusto. Quando nella nostra redazione romana esplodevano discussioni sulla politica che in alcuni casi sfioravano la rissa (ma sempre molto libere e senza rete) mi chiedevo: “Esiste un’altra redazione così meticcia, nella stampa italiana?”. Ancora oggi penso di no. E credo che passeranno anni perché in un giornale progressista come La Repubblica sia assunto chessò, un giornalista dichiaratamente di destra come Pietrangelo Buttafuoco.

Detto ciò, siccome non siamo nemmeno fatine, questo equilibrio curioso, si reggeva su alcune condizioni. La prima: io mi occupavo di cronaca e ritratti e interviste, ma non potevo (e nemmeno volevo) scrivere opinioni o editoriali, appaltati – per ovvi motivi – a persone più intonate alla linea del giornale. Secondo: i titoli li facevano a Milano (talvolta sostenendo l’opposto di quello che avevi scritto!). Terzo: in tutti questi anni mi sono state garantite due libertà preziose. Quella di poter esprimere qualsiasi opinione, anche molto critica con il Cavaliere (quante lettere di protesta di poveri lettori, quando mi capitava di intervenire a Omnibus o su Sky!). E poi la libertà di rifiutare di scrivere articoli di cui non condividevo lo spirito (poter dire “no”, è un privilegio raro, di questi tempi). Viceversa mi è successo anche di scrivere cose che cozzavano con il senso comune del centrodestra, ad esempio quando dopo la trucidata di Scajola su Biagi (“Quel rompicoglioni…”) pubblicai un ritratto al vetriolo del nostro (per fortuna ex) ministro dell’interno. Quando qualcuno mi chiedeva come potevo dire pubblicamente quel che penso di Berlusconi e scrivere al Giornale, ancora una volta rispondevo la verità:  mi sono sempre occupato di sinistra o di An, le pochissime volte in cui ho scritto del Cavaliere, l’ho fatto ho in modo anglosassone, cercando di attenermi alla cronaca. Capitava anche il contrario. Che se tu facendo il mestiere di giornalista chiedi alla Carfagna se abbia gli occhi a fanale perché usa coca, la gente magari pensi: “E’ chiaro che i due erano d’accordo…” (figurati). In ogni caso il “cono d’ombra”, ovvero quello di cui non puoi scrivere liberamente perché al tuo editore dispiace, esiste in tutti i giornali. Prova a La Repubblica a sbeffeggiare il diessino di turno (o Rutelli), prova alla Stampa a parlare male della Fiat, prova al Giornale a farti beffe del Cavaliere, al Messaggero di irridere i palazzinari. Chi non fa il giornalista non sa che, siccome il giornale è un mestiere corale, l’eventuale obiettore di coscienza che volesse dare, sul Secolo d’Italia, del citrullo a Fini, anche volendolo, non arriva in pagina. A mia memoria, solo Marco Travaglio, con la sua forza, è riuscito a scrivere una volta su L’Unità di Soru che Soru un po’ pirla lo è. Lo ha potuto fare perché era bravo, coraggioso, ma anche perché è quello che io non ero, ovvero un opinionista a statuto speciale.

Adesso però accade, una cosa diversa. In modo quasi epico, sorretto solo da un fiume di abbonamenti di persone normali, nasce un giornale - Il Fatto - che non ha editori. Il che è un punto di debolezza, ma anche di forza. E’ un giornale, forse il primo in Italia, senza il cono d’ombra. Senza vincoli di censura potenziale. Un  giornale in cui si può scrivere bene o male di tutto e tutti, sia di Berlusconi che di Franceschini sia della Fiat che delle banche. In cui si può non essere né leccaculisti né mettinculisti per partito preso. Sarà in giornale elegante ma spartano, una navicella corsara e non una corazzata, ma vi immaginate che spasso se prende il largo? Ho deciso dopo aver visto il nostro premier che insultava Valeria Ferrante, una brava ed educatissima giornalista del Tg3 colpevole di avergli fatto una domanda. Nessuno dei colleghi presenti se l’è sentita di difenderla per questa piazzata cafona. I quattro titoli del tg che aveva provocato l’ira del premier erano così aggressivi che avrebbero potuto stare non sul Male, ma sul Televideo. Nell’anno in cui Papi ragiona con i corpi cavernosi più che con la testa, in cui ha cacciato Mentana (ma persino Mario Giordano!) e deciso che doveva piazzare un ex resocontista di Corte anche alla direzione del 1240, provare a salire su questa navicella è una bella scommessa. E’ vero: non ci si arricchisce, non ci sono paracadute. Ma sai che soddisfazione se l’impresa riesce? Dice il vecchio Walt (Whitman): “C’è che il grande spettacolo del mondo continua/ e tu puoi contribuire con un verso”.


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