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Gianni Barbacetto a Prima Pagina
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Giorno/Resto/Nazione
25 maggio 2010
Int. a Luigi Li Gotti
“Ma di quali modifiche parlano? I veri punti critici restano”
di Elena G. Polidori



l’Unità
25 maggio 2010
Intervista a Silvia della Monica (Pd)
«Ora cercano di tenere buoni i giornalisti ma il problema sono le indagini»
di Claudia Fusani

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..Silvia Della Monica, capogruppo Pd in Commissione giustizia al Senato, ex pm antimafia, sta per affrontare l’ennesima barricata di questi giorni, la maratona notturna in Commissione…
Non sanno piu` che pesci prendere, pressati al loro interno, dall’opinione pubblica, dalle opposizioni, dal Quirinale, da investigatori e americani. E’ chi ha lavorato con Falcone che dice stop alla legge. In queste condizioni cercheranno il male minore: tra stasera e l’aula accontenteranno i finiani tornando al testo uscito dalla Camera per quello che riguarda giornalisti e editori, possibilita` di pubblicare in sintesi lo sviluppo delle indagini ma non gli atti. Cercheranno di tenere buona la vostra categoria. Specchietto per le allodole…
Si` perche` il vero obiettivo di questa legge e` e resta quello di limitare le indagini. Eppure sono stati tolti “gli indizi di colpevolezza” e sono stati ripristinati “i gravi o sufficienti (per i rerati di mafia e terrorismo) indizi di reato”. Dire questo e` fuorviante. E’ vero che hanno fatto questa modifica ma insieme ne hanno introdotte altre come la durata (max 75 giorni) il via libera del distretto giudiziario e la valutazione degli indizi sulla base degli articoli 192 e 195 del cpp che sono le norma sulla valutazione della prova e non degli indizi. In sintesi si puo` dire che il contenuto di un’intercettazione o la dichiarazione di un pentito di per se` non sono piu` indizi sufficienti per mettere in ascolto altri apparecchi. E’ una limitazione assurda dello strumento di indagine.
Il ministro Alfano dice che non cambia nulla per mafia e terrorismo. Mente, mi auguro per lui visto che e` il Guardasigilli sapendo di mentire. Dico solo questo: il reato di mafia di per se` non esiste, esiste l’associazione mafiosa che si sostanzia di reati satellite, contigui, fine e mezzo, estorsione, droga, racket. Che ci fanno magistrati e investigatori con 75 giorni di ascolti?
La corruzione?
Tra chi corrompe e il corrotto c’e` un patto di omerta` forte come quello mafioso. 75 giorni di ascolti sono inutili.



lavoce.info
25 maggio 2010
Legge sulle intercettazioni: il vero obiettivo
di Michele Polo

… Ma una volta chiarito che il diritto di cronaca in una democrazia deve essere assoluto e completo, occorre guardare a questa vicenda in modo più completo, perché temo che la giusta capacità di voice del mondo dell’informazione, unita all’obbligo di riservatezza della magistratura, abbia spostato il terreno del confronto su una parte del provvedimento che non necessariamente rappresenta il vero obiettivo di questa avventura. Nel disegno attualmente in discussione in Parlamento vi sono infatti misure inaccettabili che limitano fortemente il ruolo della stampa, ma limitazioni anche più pericolose che riguardano le possibilità e i modi di utilizzo delle intercettazione da parte della magistratura inquirente. Quando si chiede un grave indizio di colpevolezza per poter richiedere l’intercettazione, quando si allungano i tempi e le procedure per il rilascio dell’autorizzazione, quando si limita a 75 giorni il periodo delle intercettazioni stesse, si sta sostanzialmente rendendo meno efficace lo strumento investigativo più utile nelle inchieste giudiziarie, quello che, una volta tanto, permette di fronteggiare con tecnologie moderne un mondo criminale che certo non deve chiedere autorizzazioni per utilizzare gli ultimi ritrovati in tema di comunicazione…



Corriere della Sera
25 maggio 2010
Meno segreti: così si tutelano i cittadini
di Luigi Ferrarella

Finirà che lettori e giornalisti si ridurranno all’errore di quasi festeggiare eventuali modifiche al ddl Alfano che ripristinino la situazione attuale: per esempio la sola reintroduzione della possibilità di pubblicare prima del processo almeno il riassunto degli atti giudiziari non più coperti da segreto.
Già oggi, infatti, è sufficientemente bizzarro distinguere in cosa il «riassunto» si distingua dal «contenuto», ed entrambi si differenzino dalla pubblicazione «parziale», e tutti e tre siano diversi da uno «stralcio». Certo, ripescare la possibilità di riassunto degli atti non segreti servirebbe almeno a limitare i danni di una legge assurda. Ma si perderebbe l’occasione di affrontare finalmente il vero nodo della cronaca di vicende giudiziarie: oggi il giornalista non ha alcun diritto a un accesso diretto e trasparente agli atti non più segreti e già depositati alle parti processuali nelle varie fasi dell’indagine preliminare.
Lo sottovaluta anche chi dichiara di volere un’informazione di maggior qualità, ma guardando a quella estera si domanda perché mai in altri Paesi non si leggano così tante intercettazioni come in Italia.
Forse perché quei Paesi non selezionano o non mantengono come classe dirigente i soggetti di quei materiali giudiziari: cioè non hanno deputati che quand’erano avvocati corrompevano i giudici, senatori letteralmente in mano alla ’ndrangheta, parlamentari eletti quando già erano pregiudicati per aver corrotto la Guardia di Finanza, ministri che non sanno con quali montagne di soldi in nero qualcun altro abbia comprato loro mezza casa.
Forse perché in quei Paesi, le poche volte che qualche esponente delle classi dirigenti viene raggiunto da solide contestazioni, raccontate nei dettagli dalla stampa e per vicende infinitamente meno gravi che in Italia (come il non aver pagato i contributi alla domestica oppure l’aver messo nella nota spese istituzionale il rimborso di un ristorante con l’amante), quei dirigenti fanno subito ammenda pubblica e quasi sempre si dimettono; e se non lo fanno, sono i loro stessi elettori a pretenderlo, anziché premurarsi di rieleggerli per metterli al riparo di una immunità. In questo modo sgonfiano in partenza la pressione patologica sull’esito del procedimento giudiziario, restituendogli quella che dovrebbe esserne l’unica funzione: l’accertamento di una responsabilità penale personale, non un giudizio sociologico su un fenomeno e tantomeno l’evento da cui dipenda la sorte di un governo.
Forse perché in quei Paesi, le pochissime volte in cui il dirigente politico sceglie di restare in carica nonostante sia seriamente indiziato, il processo comincia (e finisce) pochissimo tempo dopo l’avvio dell’indagine, e non dopo 5 anni come ad esempio di recente il processo Unipol/Bnl basato su atti e intercettazioni del 2005.
O forse perché in quei Paesi stampa e classi dirigenti non denunciano «Sputtanopoli» a targhe alterne, a seconda che sulla graticola ci sia un amico o un nemico, né si stracciano le vesti per qualcosa che da «origliatori» hanno praticato fino a poco prima: e quindi non accade ad esempio che nel 2005/2006, per alimentare sotto elezioni una legittima polemica politica contro l’allora segretario del partito avversario, si ingozzino al banchetto di intercettazioni (ancora segrete, non depositate e non rilevanti penalmente per il politico) gli stessi che oggi alzano il sopracciglio ed elevano proprio queste tre caratteristiche a santuari della difesa di una malintesa privacy.
Molto più gioverebbe riconoscere che oggi il tipo di legislazione sospinge il giornalista, impegnato a restituire al lettore il puzzle completo di una vicenda, a dosare il pericoloso rapporto con «fonti» (avvocati, magistrati, investigatori, cancellieri, periti, indagati) tutte per definizione non disinteressate nel momento in cui accettano di consentirgli l’accesso a qualche tessera di quel puzzle.
Chi dunque ha davvero a cuore la qualità dell’informazione italiana deve far capire che a darle più limpidezza e forza non sarà mai l’entità delle sanzioni minacciate, ma soltanto la qualità delle regole che disciplinino l’accesso diretto agli atti non più segreti, già depositati, depurati nel contraddittorio tra le parti di ciò che attiene alla vita privata delle persone, e riguardanti notizie non necessariamente di rilevanza penale ma sempre e solo di interesse pubblico.
E questo non per comodità di bottega dei giornalisti, ma per convenienza dei cittadini-lettori. Gli unici a perdere al «mercato nero» della notizia, la «Borsa» dove nell’opacità delle «fonti» vince sempre e comunque il più scorretto: il politico più bugiardo, l’avvocato più disinvolto, il magistrato più carrierista sulla pelle altrui. E, naturalmente, il giornalista più spregiudicato.


Corriere Della Sera
25 maggio 2010
E' un errore gridare: spiateci tutti
Pierluigi  Battista




Pronti ai sacrifici: Letizia al ballo


Corriere.it

25 maggio 2010
Il sottosegretario Letta: «Una manovra straordinaria per evitare il rischio Grecia»
Siete pronti ai sacrifici?



RepubblicaMilano.it
25 maggio 2010
Il ballo della Moratti al centro anziani


Libero
25 maggio 2010
Un colpo secco che alla fine si rivelerà salutare
Maurizio Belpietro



Il Messaggero
25 maggio 2010
La doppia sfida del Paese
Il dovere del rigore, il coraggio delle riforme
di Enrico Cisnetto



Il Messaggero
25 maggio 2010
Berlusconi: non è la manovra che volevo
Marco Conti



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