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I peccati di Azouz e quelli degli altri

Foto di twoblueday da flickr.comda Vanity Fair del 5 dicembre 2007

L’ultima volta che ho visto Azouz Marzouk, firmava autografi in una pizzeria-astronave dalle parti di Eupilio, Alta Brianza. Veniva esibito da Lele Mora – tra un tronista biondo e un’aspirante velina – come il meglio vedovo su piazza, l’attrazione illuminata dal sangue di Erba, l’orso da far ballare, con un’ostrica in premio dopo ogni numero ben fatto.

Tre ore ore più tardi, ho visto come Lele Mora, andandosene via coi suoi ragazzi ben pettinati, direzione il Casinò di Campione, lo scaricasse con un’alzata di spalle, niente posto per Azouz in automobile: “Tanto al Casinò mica lo fanno entrare”. Era una premonizione sul suo imminente destino: usato per una mezza serata in pubblico, fotografato dai paparazzi di Fabrizio Corona, scaricato un istante più tardi.

Ci ho ripensato ora che la sua parabola si è infine conclusa con il nuovo arresto per spaccio di cocaina, mentre comincia a circolare la spazzatura delle sue intercettazioni, quella sua clamorosa felicità (“è il periodo più figo della mia vita”, “mi pagano per fare sesso”, “faccio la bella vita in mezzo a bella gente”) che lo ha reso cieco alla tragedia, sordo al dolore, inconsapevole del baratro che si stava scavando.

La sua vera condanna – comunque andrà il processo – sta in questa deriva oscura che si è scelto. In quel pensarsi “intoccabile”. In quel suo nutrirsi di disamore e vanità, piccole furbizie, pessime compagnie. Ha ragione Carlo Castanga, il padre di Raffaella, il nonno di Youssef: “Azouz ha buttato via l’ultima occasione per cambiare”. E l’ha buttata credendo di farla franca. Credendo che un giorno, il casinò della vita, lo avrebbe fatto entrare.

Per chi lo ha accompagnato in quel viaggio sciagurato non c’è reato e non ci sarà pena. E’ un peccato.

Pubblicato il 5/12/2007 alle 17.7 nella rubrica Pino Corrias.

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