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Erba nostra


Foto di margotta, piccettino e il puntocroce da flickr.comVanity Fair, 26 novembre 2008


Sentenza dunque per Olindo e Rosa. Penultimo sudario sulla strage di Erba, 11 dicembre 2006, tre donne e un bambino uccisi a coltellate, viatico a quell’anno di paure quotidiane e allarmi raccontati all’infinito dai telegiornali e dalle dirette con luce rossa, come notizie di un assedio, che in quel sangue trovavano conferma con l’evidenza schiacciante di una prova.

Si scrisse a lungo dell’Italia tremante, con solitudini moltiplicate dagli inverni del Nord. Delle vite insicure nelle villette. Dei paesi di pianura chiusi al tramonto. E ronde a sigillarli, quando era possibile. Altrimenti più polizia. Più controlli sugli immigrati, più arresti per i clandestini, nessuna tolleranza. Salvo scoprire che il male non veniva da troppo lontano, bastava scendere una rampa di scale. E in molti casi ancora meno, ce lo raccontava (inascoltato) Eurispes, dati 2006 e seguenti, che il sangue correva (e corre) in Italia assai più in famiglia, che nelle cosche di malavita. Nei corto circuiti parentali, innescati da depressione, da lenti rancori, da frustrazioni covate.
La paura è diventata merce politica. Andava enfatizzata per estrarne un vantaggio. Destra e sinistra anziché smontarne le derive irrazionali, hanno scelto di assecondarle. L’equivoco ha dato frutti a una delle due parti in gioco.

Erba è stata un’atroce notizia e la rivelazione di un allarme. L’allarme parlava di noi, dei nostri territori sociali sfibrati dal vuoto, assordati dai Centri commerciali, anestetizzati da media ricchezza, media infelicità, brutti paesaggi, molto rumore, nessuna comunicazione. La notizia si chiude con la sentenza. La rivelazione (invece) ancora ci riguarda.
(Foto di margotta, piccettino e il puntocroce da flickr.com)

Pubblicato il 27/11/2008 alle 20.21 nella rubrica Pino Corrias.

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