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Castelli in aria

natangelo

Signornò, da L'Espresso in edicola

L’ex Guardasigilli Roberto Castelli, che Saverio Borrelli immortalò sarcasticamente come “l’ingegner ministro”, non s’è ancora riavuto dalla trombatura alle comunali di Lecco. Nel cenacolo di Pontida ha minacciato: “Federalismo o secessione”. E quando Claudio Magris, da quel grande scrittore che è, lo ha rimesso a posto sul Corriere, ha replicato (chiamandolo “dottor Magris”) in pieno stato confusionale. Anzitutto l’ha accusato di non percepire bene, “da Roma” ovviamente ladrona, “la disperazione delle partite Iva del Nord”, ignorando che Magris scrive da Trieste.
Poi si è imbrodato con la consueta modestia: “E’ per me grande motivo di orgoglio essere stato il ministro che è riuscito ad abolire i reati d’opinione in nome della libertà del pensiero”. Non è la prima volta che questo ingegnere meccanico esperto nell’abbattimento dei rumori autostradali si
convince di aver fatto cose che non ha mai fatto. Il 21 luglio 2001, appena insediato alla Giustizia, s’impegnò nel Documento di programmazione economica e finanziaria a istituire il giudice unico di primo grado e a introdurre la competenza penale del giudice di pace: non l’avevano avvertito che entrambe le riforme erano le aveva già realizzate l’Ulivo nella precedente legislatura.
Poi si fece pure l’idea di aver abolito i reati di opinione.

In realtà la riformucola del codice Rocco varata il 25 gennaio 2006 riguardava perlopiù il vilipendio al Tricolore: prima era punito col carcere, da allora basta una multa. Inoltre furono ridotte le pene per l’attentato all'integrità, indipendenza e unità nazionali (pena massima non più l’ergastolo, ma 10 anni). Guarda un po’ la combinazione: Umberto Bossi rischiava di finire dentro per aver detto “col Tricolore mi pulisco il culo”, essendosi giocato la condizionale con altre condanne (tangente Enimont e istigazione a delinquere contro gli attivisti di An da “andare a
prendere casa per casa”); e tutto il vertice leghista era sotto processo a Verona per attentato all’unità e integrità nazionali, con l’accusa di aver organizzato bande paramilitari (le “camicie
verdi”).Insomma, più che i reati di opinione, Castelli depenalizzò i reati della Lega.

Glielo rinfacciò persino Il Foglio, nel 2002: “Le promesse di Castelli sui reati di opinione restano tali”. Infatti le opinioni critiche continuano a essere equiparate alle diffamazioni e punite col carcere: non c’è differenza, nel nostro Codice penale, fra una critica e una diffamazione (attribuzione di un fatto infamante ma falso). L’anno scorso il governo Berlusconi-3 ha addirittura ripristinato l’oltraggio a pubblico ufficiale, abrogato da Prodi nel 1999. Intanto i politici seguitano
a diffamare i cittadini trincerandosi dietro l’insindacabilità parlamentare, mentre trascinano in tribunale il cittadino che osa criticarli. Ne sa qualcosa l’ingegner Castelli, che querelò Franca
Rame
per avergli dato del “pirla” e ne ottenne la condanna a una multa di ben 1 milione di lire. Lui, il paladino della “libertà del pensiero”.
(Vignetta di Natangelo)


Pubblicato il 3/7/2010 alle 17.22 nella rubrica Marco Travaglio.

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